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Brancati: la tristezza della dignità

Nel settembre di cinquant'anni fa moriva, a soli quarantasette anni, Vitaliano Brancati, lasciando uno dei suoi capolavori, Paolo il caldo, praticamente incompiuto. Resta il rammarico su ciò che avrebbe potuto scrivere se fosse vissuto ancora...

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Italiano Brancati morì il 25 settembre 1954 - si celebra dunque in questo periodo il cinquantesimo anniversario della scomparsa - in seguito a un'improvvisa operazione fatta a Torino da un chirurgo allora assai famoso e audace, il professor Mario Dogliotti. Lo scrittore siciliano aveva allora 47 anni ed era, come si dice, nel pieno della sua stagione creativa. L'operazione era stata decisa per "svuotare" una ciste dermoide a carattere benigno che Brancati portava fin dalla nascita e che si era ingrossata a dismisura. Aperto il torace, il chirurgo ritenne di poterla togliere del tutto; ma il vuoto che, in tal modo, si creò in quella zona provocò una crisi cardiaca non prevista (anche se, a quanto pare, prevedibile): crisi che riuscì fatale. Brancati aveva lavorato fino alla vigilia dell'intervento al romanzo Paolo il Caldo, il suo libro più tormentato e complesso, a cui mancavano, perché fosse completato, ancora due capitoli. L'autore, avvertendo uno strano presentimento, autorizzò la pubblicazione del romanzo così com'era, apponendovi una nota nella quale avvertiva il lettore che la moglie del protagonista, Paolo, non sarebbe tornata più, ed egli, «in successivi accessi di fantastica gelosia, si aggrovigliava sempre di più in se stesso fino a sentire l'ala della stupidità sfiorargli il cervello».

Non sappiamo cosa avrebbe scritto ancora Vitaliano Brancati dopo Paolo il Caldo, né quali sarebbero stati gli esiti della sua scrittura. Quell'evocazione finale della stupidità che avrebbe potuto sfiorare il cervello di Paolo ci dà il senso di una continuità tra ciò che aveva fatto e quel che avrebbe potuto fare; e tuttavia si avvertono in quest'ultimo romanzo i segnali di un umor nero, di una "tetraggine", di una cupa negatività che sono molto lontani dall'ottimismo illuministico che aveva pervaso la sua opera; laddove sia chiaro che ottimismo non significa né ottusità né superficialità, ma semplicemente amore delle cose e delle persone, amore della vita, fiducia nel buon senso e nella ragione, e questo nonostante la stupidità delle masse e l'arroganza dei capi. Paolo il Caldo, insomma, appare come l'annuncio di una svolta, sia dal punto di vista stilistico che tematico: il romanzo di una crisi, come noterà Alberto Moravia nella prefazione da lui scritta per la prima edizione dell'opera.

Il protagonista, a ben vedere, presenta qualche tratto di somiglianza con quelli del Don Giovanni in Sicilia e del Bell'Antonio. Si tratta ancora e sempre di siciliani ossessionati di gallismo. Al centro della loro attenzione ci sono la donna e il sesso e, più ancora, il "discorrere sulla donna". La rappresentazione di questo mondo distorto oscilla, in una prima fase, tra un irridente spirito di satira e un tenero sentimento di benevolenza. Alle fantasticherie amorose dei dongiovanni catanesi subentrano, in un secondo tempo, l'impotenza sessuale del bell'Antonio e, infine, l'esasperato attivismo sessuale di Paolo. Il tema del gallismo, prima trattato con levità e ricco di situazioni comiche, si complica e si lega indissolubilmente all'immagine di una società che non sa più sorridere, non sa più amare, non va più alla ricerca della felicità; una società dove l'uso della ragione si consuma e si perde. «L'impotenza e la lussuria», scrive Domenica Perrone, «che si erano occultate nella dimensione di una sessualità immaginaria, esplodono prive dell'incanto onirico, vanificando definitivamente la poetica che aveva sorretto fin qui il comico brancatiano». L'approfondimento della coscienza, il sentimento di vivere in un secolo cattivo - Brancati fa dire ad un suo personaggio, in un racconto del '46: "Brutto secolo… Brutte cose, brutti avvenimenti, brutte faccende; porcheria; noia; schifo; e soprattutto bruttissimi uomini" - avevano bandito dal suo animo il senso del burlesco. Lui, grande innamorato di Chaplin, annoterà, facendola sua, in un passo del Diario romano, la desolante battuta di Calvero in Luci della ribalta: «Quando ci s'inoltra negli anni, si vuol vivere più profondamente. Un senso di triste dignità viene a sopraffarci… e questo è fatale al comico».

In Paolo il Caldo, dunque, la comicità scompare dalla pagina di Brancati, e il protagonista, come scrive Moravia, «rivela in maniera affatto impreveduta un volto dolente, tormentato, torbido…». Paolo condivide con gli altri personaggi brancatiani la sicilianità, cioè la consapevolezza di essere in un mondo diverso, immobile, annoiato, colorato, accaldato, profumato, sensuale, un mondo forse irreale, che non esisteva neanche ai tempi di Brancati, ma che comunque è rappresentato con luminosa evidenza. Questi personaggi, di tanto in tanto, lasciano il loro ambiente e vanno sul continente, quasi sempre a Roma, dove conducono una vita affatto diversa. Ma, immancabilmente, tornano e riprendono le loro vecchie abitudini. Anche Paolo, come gli altri, parte per Roma, ma diversamente dagli altri non torna. In altri termini, egli non può rientrare nel suo piccolo mondo provinciale, in quella società familiare e tradizionale nella quale sola potrebbe trovare comprensione e conforto. «In realtà è avvenuto», osserva ancora Moravia, «che tra i primi due romanzi e Paolo il Caldo si inseriscono l'esperienza mortificante, assaporata fino alla feccia, della carne, la scoperta della corruzione e della vecchiaia, e il presentimento della morte… Finché c'era la Sicilia, lontano, all'orizzonte, Brancati poteva scherzare. Scomparsa la Sicilia, il senso del peccato e della morte prevale…».

Era nato, Vitaliano Brancati, il 24 luglio 1907, a Pachino, in provincia di Siracusa, nel centro urbano più meridionale del nostro meridione. Ed egli sentì sempre intimamente e naturalmente il senso di appartenenza a quella terra del sud, inondata dal sole, ma anche immersa nel chiaroscuro. L'essere siciliani, d'altra parte, significava per lui - come ebbe a scrivere in un saggio giovanile del '29 - l'essere aperti a due culture, l'essere il punto d'incontro di due mondi: da un lato il vento freddo che viene dal nord, dall'altro l'afa equatoriale che viene dal sud. E come "il pensiero europeo ha portato quaggiù l'inquietudine degli eterni dubbi e dei grandi interrogativi, la mistica Africa ha disteso la sua mano attraverso il Mediterraneo per abbassare le nostre palpebre e addormentarci piano piano…". La ragione, dunque, e il sogno, la realtà e l'immaginario, le sottigliezze e le buffonerie. L'intelligenza siciliana possiede per Brancati queste due formae mentis; e certo le possedeva il nostro autore.

In quella Sicilia aperta ai più disparati venti della storia, Brancati metterà a frutto la tradizione della cultura illuministica europea che si nutre di razionalità e di spirito critico, di dubbi e di malinconie, e che tende però con tutte le proprie forze alla realizzazione di un mondo felice; una cultura che si fonda sull'opera di Ariosto e di Voltaire, di Leopardi e di Stendhal, di Gogol e di Flaubert, tanto per citare alcuni degli autori da lui preferiti... Ma l'esordio avviene per tutt'altra via, sotto l'influenza di Gabriele d'Annunzio. Il "vivere inimitabile" del poeta, con la sua tensione erotica trionfalmente scandalosa, trovava un'entusiastica adesione presso la piccola borghesia provinciale. Il giovane Brancati vide in lui, come altri della sua generazione, un modello di vita e di letteratura. Dalla parola alata di d'Annunzio ai miti rumorosi del fascismo il passo fu breve. Nelle sue prime opere letterarie, che in seguito rifiuterà, egli delinea un'umanità che si riconosce in forti valori collettivi e che si abbandona al flusso della storia. E tuttavia, per quanto egli sia in linea con le tendenze del fascismo, fanno capolino quegli antichi "vizi" siciliani che si pongono in naturale conflitto con il dettato fascista: la sottile malia dell'inerzia e dell'indolenza che si oppone all'attivismo frenetico, alla "cieca furia del fare"; la presenza inquietante della donna che è il punto di riferimento di tutti i desideri e di tutte le fantasie, e porta fuori strada le presunzioni ideologiche dei personaggi maschili; la quotidianità antieroica fatta di piccoli gesti cordiali o la noia che improvvisamente ci prende e ci toglie ogni energia… E però Brancati fu fascista: «Con la foga che si mette a quell'età nel voler male a se stessi», scriverà anni dopo nel Diario romano, «commisi uno dopo l'altro tutti i peccati che richiede un completo tradimento alla cultura e alla civiltà…».

L'autore siciliano in una bella immagine

La crisi del Brancati fascista e anche la nascita dello scrittore Brancati si situano attorno al 1934. In quell'anno pubblica un romanzo breve a sfondo erotico, Singolare avventura di viaggio, in cui decisamente si allontana dalla retorica che aveva caratterizzato le opere precedenti. L'intelligencija fascista romana, in seno alla quale egli aveva trovato felice accoglienza, immediatamente avverte questo mutamento di tono, e ne prende le distanze. La rivista Quadrivio, di cui Brancati era diventato redattore-capo, recensisce negativamente la nuova opera. Qualche mese dopo il romanzo viene censurato per immoralità. Tutto questo acuisce la crisi di Brancati, che comunque era già pienamente in atto. Lo scrittore di Pachino cominciava a dubitare che le "magnifiche" sorti del regime potessero realmente giovare agli italiani del tempo. Il flusso portentoso della storia, il cammino collettivo del popolo non tenevano in gran conto la felicità degli individui; piccole rotelle marginali che alla lunga, però, facevano inceppare il meccanismo.

Comincia qui il suo esame di coscienza, l'accorgersi che non si può barattare il valore dell'esistenza personale e che ogni forma di tirannide - e dunque anche quella fascista - è non soltanto negazione della libertà individuale, ma anche negazione della verità e della razionalità. Anni dopo, nel Diario romano, scriverà impietosamente: «E se descrivere la stupidità del '33-'43 significa per me descrivere la mia stupidità?… Conosco minutamente il sapore che aveva, nel '27, per un giovane di vent'anni, portato alla meditazione, alla fantasticheria e alla pigrizia, il riscaldarsi per un uomo violento; il credere che stesse per nascere una nuova deliziosa morale il cui bene era agire e il male dubitare». Gli stessi motivi che lo avevano indotto a rompere con il fascismo lo terranno lontano, e in posizione fortemente critica, negli anni del dopoguerra, nonostante le molte sollecitazioni all'impegno, dall'ubriacatura per il comunismo (oltre tutto stalinista).

Appartato, solitario, qualche volta osteggiato, spesso incompreso, Brancati si rinserrerà in quel suo mondo fantastico che ha l'apparenza del vero, in quella sua Sicilia antica e immobile che delle accelerazioni della storia non vuol saperne. La letteratura - quel che legge e quel che scrive - è il suo vero mondo, la sua "torre d'avorio": un luogo solitario, un luogo di libertà in cui «l'aria di un secolo si condensa meglio… che in un ufficio pubblico. È una bella pretesa dei funzionari quella di credere che, suonando una tastiera di campanelli, si rappresenti il proprio secolo meglio che suonando il pianoforte…».

Abbiamo più volte accennato al tema della ricerca della felicità che percorre gran parte dell'opera di Brancati. A questa ricerca si lega, abbiamo precisato, l'amore per la vita e per le cose. Questo amore sottintende un'acuta capacità di osservazione del reale e una ricostruzione analiticamente precisa, sulla pagina, dei suoi contorni più minuti. Di qui l'affermazione, ripetutamente ma non unanimemente sostenuta dalla critica, di un Brancati realista, anzi iper-realista. Le cose stanno altrimenti, e ce lo spiega lui stesso parlando di Flaubert. «La descrizione della realtà esterna (…) diventa poetica solamente negli scrittori che non credono alla realtà e sono assorbiti da quello che Keats chiamava "il possente concetto astratto della Bellezza". È poetica in Madame Bovary, dove gli oggetti della stanza sono numerati a uno a uno… come per vincere il dubbio costante che il mondo sia un sogno…».

Lo scrittore tra la scrittrice Alba De Céspedes e lo scultore e pittore Marino Mazzacurati

Il reale, insomma, rimanda ad altro, cioè al sogno, ed è questo il movimento tipico della scrittura brancatiana. Prendiamo il caso della descrizione di Pachino; descrizione, certo, aderente alla realtà, ma dove il dato reale è immediatamente scardinato da un'idea di bellezza che magicamente si protende sul paese: «Di arte, il paese era totalmente privo. Gli edifici erano stati fabbricati da manovali, e in nessuna facciata o muro era avvenuto, sia pure per caso, che gli spazi e i vuoti si fossero disposti in modo da adombrare un disegno artistico o comunque grazioso… Tuttavia questo mucchio di case rudimentali, piccole, disadorne, meno che semplici, brillava stranamente, con un profondo misterioso fascino, al lume di luna; e nelle giornate di ottobre, riceveva le ombre delle nuvole come i progetti e i pensieri di un architetto che una volta o l'altra sarebbe venuto ad aggiustare i quartieri e a fare di Pachino il più bel paese del Sud».

Spesso sono stati citati, nell'intento di definire la poetica di Brancati, alcuni autori del passato come Stendhal e Gogol'. Lo stendhalismo, afferma Savinio, è «il godimento della contemplazione dell'oggetto che dà godimento, senza presa di contatto con l'oggetto stesso», cioè la donna, per i dongiovanni di provincia descritti da Brancati. Quanto a Gogol', è lui il primo a descrivere quella realtà minuta che irretisce, suscitando il comico, o affascina, aprendo la strada al sogno, e che occupa tanta parte anche nella narrazione del nostro. Ma non si sono forse richiamati a sufficienza due autori che con Brancati hanno molteplici e significativi punti di contatto: pensiamo a Cechov, il Cechov dei racconti surreali e umoristici, in cui l'autore registra le più minute manifestazioni della vita quotidiana e scopre interi mondi in atomi di vita, e pensiamo a Proust, le cui minute descrizioni del reale sono sempre giustificate dall'evocazione di una qualche idea di bellezza e sono arricchite dalla memoria che le rende più vere e più amate; qualcosa di simile, in entrambi i casi, a quel che farà, appunto, Brancati.

Ci sarebbe molto altro da dire su Brancati, ad esempio sul Brancati diarista o sul moralista o sul drammaturgo o sul giornalista. Ci basti in questa sede auspicare che finisca l'ostracismo di cui è stato vittima negli anni Cinquanta da parte della cultura marxista. «Nonostante le sollecitazioni cinematografiche», ha scritto Sciascia, «Brancati è uno degli autori meno letti e peggio letti». Speriamo dunque che le sue opere, tra le più importanti del Novecento europeo, trovino nuovi lettori. E tra le opere da leggere ricordiamo, accanto ai tre romanzi più famosi, Gli anni perduti, Il vecchio con gli stivali e altri racconti, i Racconti 1932-1946, i Racconti 1949-1952, I fascisti invecchiano, I piaceri e il più volte citato Diario romano.

Paolo Pinto