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Con nuovo simbolo, come la Madonnina
in cima al Duomo o il Castello Sforzesco. Fra dieci anni Milano
sarà conosciuta (e riconosciuta) nel mondo anche per i tre
grattacieli destinati a sorgere nell'area fino ad oggi occupata
dalla Fiera. Sarà il nuovo skyline della città, il profilo che si
staglierà nel cielo e renderà riconoscibile da lontano (agli aerei
in avvicinamento, ma anche agli automobilisti prossimi ai caselli
di entrata) questa antica città longobarda che da più di mille anni
rivaleggia con Roma come protagonista della vita nazionale,
rivendicando il ruolo di capitale morale, capitale economica,
capitale della finanza, capitale della moda. Un nuovo aspetto: da
wondertown, da città delle meraviglie proiettata nel futuro.
C'è stata una gara, per scegliere il
progetto più affascinante. Erano molti i maghi dell'architettura in
lizza. L'hanno spuntata il giapponese Arata Isozaki, il polacco
(naturalizzato americano) Daniel Libeskind, e l'irachena Zaha Hadid
(la più giovane del gruppo: ha soltanto cinquantaquattro anni, ma
un curriculum impressionante). La più alta delle tre torri arriverà
a 218 metri di altezza, il doppio del grattacielo Pirelli (fino ad
oggi l'edificio più alto di Milano), sede attuale della Regione.
Fra i concorrenti figuravano Renzo Piano e Norman Foster, altri
fuoriclasse assoluti dell'architettura contemporanea.
Renzo Piano ha realizzato molte
delle "meraviglie" del XX e XXI secolo. È sua la risistemazione
dell'Alexanderplatz di Berlino, che ha dato alla capitale tedesca
un volto nuovo dopo la caduta del Muro e la riunificazione delle
due Germanie (e delle due Berlino), diventando meta dei
pellegrinaggi turistici, più ancora della Kurfustendamm (la via più
elegante dell'ex Berlino Ovest), della Porta di Brandeburgo e della
cattedrale dedicata a Federico Guglielmo. È sua la "città della
musica", l'Auditorium di Roma, nuovo polo di attrazione culturale
della capitale.
WORLD TRADE CENTER. Milano
non poteva perdere il passo. Tutte le grandi capitali
dell'Occidente stanno cambiando il loro volto. Parigi è stata fra
le prime - trent'anni fa - con la costruzione della Defense, il
quartiere supermoderno, dominato dall'Arco della Pace, che guarda
da lontano l'Arc de Triomphe, alla confluenza dei grandi viali
voluti da Hausmann alla fine dell'Ottocento. Londra ha inaugurato
di recente la Grande Ruota che funge da nuovo sfondo al Big Ben.
New York si appresta a riconquistare il primato dell'edificio più
alto del mondo. Lo stimolo è venuto dalla tragedia delle Twin
Towers. C'è stato un ampio dibattito dopo l'attentato dell'11
settembre e il crollo delle Torri Gemelle. Molti ritenevano che
fosse opportuno lasciare Ground Zero (il cratere creato da
quell'esplosione) così com'era: un monito e un memento. Poi ha
prevalso la voglia di andare avanti, di dimostrare che la città
rinasce dalla proprie ceneri, proprio nel luogo in cui ha sofferto
una ferita non rimarginabile. C'è stata - anche lì - una gara
d'appalto alla quale hanno partecipato i maggiori architetti del
mondo. E - anche lì - ha vinto Daniel Libeskind. Il nuovo World
Trade Center avrà una guglia alta 541 metri, un dito puntato verso
il cielo. Un simbolo: 541 metri sono pari a 1.776 piedi: 1776 è
l'anno dell'indipendenza degli Stati Uniti d'America. La nuova
torre (battezzata Freedom Tower, Torre della Libertà) supererà di
quasi 200 metri l'altezza delle Twin Towers, che raggiungevano i
405 metri. Il progetto (secondo elemento simbolico) comprende un
pozzo cintato da elementi originali delle fondamenta delle Torri
Gemelle come memoriale delle 2.800 vittime dell'11 settembre.
Da tremila anni gli architetti
sfidano il cielo. Antipatro di Sidone, nel II secolo avanti Cristo
fu il primo a elencare le "sette meraviglie del mondo": le piramidi
di Giza (alle porte del Cairo), i giardini pensili di Babilonia, la
statua di Zeus a Olimpia, il tempio di Artemide a Efeso, il
sepolcro del re Mausolo (ad Alicarnasso), il Colosso di Rodi e il
faro dell'isola di Pharos ad Alessandria. Tutte queste opere
avevano in comune l'eccezionalità delle loro dimensioni.

La più grande delle Piramidi
(Cheope), costruita intorno al 2550 avanti Cristo, era alta 146,5
metri (ma si è ridotta a 137,5 metri dopo la perdita dei blocchi di
pietra della sommità e del pyramidion), su una superficie di 50mila
metri quadrati, con un lato di 230,5 metri. Il faro di Pharos, al
largo di Alessandria d'Egitto, costruito nel 270 avanti Cristo (e
distrutto da un terremoto nel 1375), era una torre piramidale di
marmo bianco alta 122 metri. Il Colosso di Rodi (opera di Carete di
Lindo) era una monumentale statua di Apollo, alta 35 metri,
scolpita fra il 292 e il 280 avanti Cristo e distrutta da un
terremoto nel 224 avanti Cristo. La statua di Zeus a Olimpia,
scolpita da Fidia in oro e avorio, era alta tredici metri, il dio
era seduto su un trono di marmo ed ebano. E anche le ultime tre
"meraviglie" erano imponenti nelle loro dimensioni.
Nel Medioevo le chiese gotiche (nel
loro sviluppo verticale) simboleggiavano l'anelito verso Dio. E
anche nel Rinascimento, le cattedrali (è sufficiente pensare alla
cupola di San Pietro, progettata da Michelangelo, alta 137 metri)
sfidavano le nuvole con la loro imponenza.
VIA INTERNET. I nuovi
materiali consentono oggi di raggiungere quote inimmaginabili fino
a un paio di secoli fa. Ma non è questa l'unica peculiarità delle
"meraviglie" architettoniche del XXI secolo. Oggi gli architetti
lavorano spesso in team, e possono collaborare fra loro a migliaia
di chilometri di distanza. È quel che è accaduto per il progetto di
Milano. Isozaki, Libeskind e Zaha Hadid (insieme con il torinese
Pier Paolo Maggiora) hanno gli studi in tre diversi continenti: si
sono scambiati i disegni, integrandoli fra di loro via Internet. E
hanno progettato un intero quartiere (non solo tre costruzioni),
compreso il verde, la viabilità, i sotterranei. Urbanisti, più che
architetti. È quel che serve oggi. Le vecchie e le nuove città sono
tutte invivibili, per il traffico e l'inquinamento. Si soffoca
nelle metropoli. Gli architetti - i guru del futuro - devono
scoprire la ricetta magica per far vivere i nostri figli in città
più belle, più comode e confortevoli. E meno pericolose. Studiano
sociologia i Michelangelo del domani. |