Genova
com'era
Nel Settecento Genova non era più
una grande potenza, ma era comunque una città ricca, abitata da
molte famiglie di mercanti che facevano affari d'oro. E proprio i
commerci ancora floridi rappresentavano un pericolo per
l'indipendenza dell'antica Repubblica Marinara. Inglesi e francesi
miravano ad assediare la città sia politicamente che militarmente,
giudicandola una concorrente pericolosa sui mercati internazionali.
A questi disegni di egemonia su Genova non erano estranei gli
austriaci e i Savoia, che covavano sogni di protettorato e miravano
a impadronirsi del porto e del sistema economico-finanziario dei
genovesi. Più o meno negli stessi anni, per iniziativa di Pasquale
Paoli si era formato il movimento indipendentista in Corsica, che
avrebbe poi condotto all'annessione dell'isola da parte francese.
Questo era lo scenario quando - nel 1745 - la città firmò il
Trattato di Aranjuez con la Francia, la Spagna e il Regno di
Napoli. Che provocò l'aggressione austriaca.
Pittamuli
Balilla non fu l'unico eroe bambino
della resistenza genovese. Due giorni dopo il gesto simbolico di
Giovanni Battista Perasso - il 7 dicembre 1746 - un distaccamento
austriaco composto di cinquanta granatieri, che operava nel borgo
di Sant'Agata, fu assalito da un gruppo di popolani. Fra di essi
c'era un bambino di dodici anni, un certo Pittamuli (di cui non si
conosce il nome di battesimo). Come altri ragazzini della città,
era spinto dallo spirito di emulazione: tutti volevano imitare
Balilla. Pittamuli combatteva sulle mura di Santa Chiara, dove i
genovesi, impadronitisi delle batterie nemiche, avevano già
disperso gli austriaci. L'ultima resistenza si era formata in una
locanda (detta "del cecchino").
I numerosi tentativi compiuti per
far capitolare quel presidio austriaco si erano infranti contro il
fitto fuoco di fucileria che batteva il ponte di Sant'Agata sul
Bisagno, unica via di accesso. Occorreva un volontario che, a
rischio della vita, tentasse di incendiare la casa, per snidare il
nemico.
La pistola in una mano, una fascina
accesa nell'altra, il ragazzino attraversò il ponte fra le
archibugiate austriache. Riuscì a raggiungere la locanda e ad
appiccare il fuoco. Gli occupanti, costretti ad uscire, si
arresero. Pittamuli fu colpito a morte.
Andrea
Doria
Nella memoria dei genovesi che
combattevano contro gli occupanti austriaci, un posto importante
era certamente occupato da Andrea Doria, l'ammiraglio che due
secoli prima (nel 1528) aveva liberato la città dai francesi e
ridato vita alla Repubblica. Aveva sessantadue anni, allora. I
genovesi gli offrirono la carica di doge, che Andrea rifiutò,
preferendo il titolo di padre della patria. Divenne in tal modo il
padrone assoluto della città, restando però libero da incarichi
istituzionali che gli avrebbero impedito di continuare a fare quel
che più gli piaceva: navigare e combattere per mare. Come capitaneo
et locotenente generale di Carlo V, guidò le operazioni belliche
contro i turchi di Solimano II. Negli ultimi quindici anni della
sua vita - nient'affatto stanco o propenso a mettersi in pensione -
Andrea Doria fu costretto ad occuparsi della propria integrità
fisica, minacciata da una serie ininterrotta di congiure, che
modificarono profondamente il suo carattere, e il suo rapporto con
i genovesi. Divenne violento e dispotico: si comportò come un
autentico dittatore. Ma nel ricordo dei suoi concittadini le
macchie degli ultimi anni furono cancellate: rimase l'immagine
positiva del padre della patria. Invocata ogni volta che
l'indipendenza della città era messa in pericolo. Andrea morì
novantaquattrenne, nel 1560.
Tutte le
date
1256 - Prende il potere il
capitano del popolo Guglielmo Boccanegra.
1258 - I genovesi vengono
sconfitti dai Veneziani al largo di San Giovanni d'Acri, in
Palestina.
1284 - La flotta della
Repubblica di Genova sconfigge quella pisana nella battaglia della
Meloria.
1288 - Viene firmata la pace
fra Genova e Pisa.
1298 - Genova sconfigge
Venezia nella battaglia della Curzola.
1339 - Viene creato il
dogado, sotto il governo di Simone Boccanegra.
1343 - Genova e Venezia
partecipano a una Lega Santa contro gli ottomani.
1352 - Genova e Venezia si
contendono il dominio dei mari nella battaglia del Bosforo.
1354 - La flotta genovese
sconfigge quella veneziana nei pressi delle coste della Morea.
1378-1380 - I veneziani
sconfiggono i genovesi ad Anzio e a Chioggia.
1381 - Pace di Torino fra
Genova e Venezia.
1407 - Fondazione del Banco
di San Giorgio.
1512 - Luigi XII di Francia
entra a Genova.
1528 - Andrea Doria libera la
città.
1684 - Genova rientra
nell'orbita francese.
1745 - Trattato di Aranjuez
con la Francia, la Spagna e il Regno di Napoli.
1746 - Il 16 giugno
l'esercito franco-spagnolo viene sconfitto a Piacenza. Il 5
dicembre esplode la rivolta contro gli austriaci.
1768 - Cessione della Corsica
alla Francia.
1797 - Caduta della
Repubblica di Genova. Nasce la Repubblica ligure filofrancese.
1800 - Assedio di Genova da
parte austriaca. Genova torna ai francesi.
1805 - La Repubblica ligure è
unita alla Francia.
1815 - La Repubblica di
Genova è unita al Regno di Sardegna.
L'Austria di Maria
Teresa
Il nemico, a Genova, erano gli
austriaci. La guerra che si combatteva era quella per la
Successione austriaca, esplosa in seguito al mancato riconoscimento
da parte di alcune potenze europee del diritto di Maria Teresa
d'Asburgo di occupare il trono imperiale alla morte del padre,
Carlo VI. Ventisette anni prima l'imperatore, non avendo avuto
eredi maschi, aveva stabilito (con la Prammatica Sanzione) che
tutti i suoi territori e i suoi domini ereditari dovessero passare
indivisi agli eredi maschi legittimi della sua stirpe secondo la
legge della primogenitura; se la linea maschile si fosse estinta,
questi territori sarebbero passati alle sue figlie legittime e ai
loro discendenti, sempre secondo il diritto di primogenitura. Nel
1740 Carlo morì e Maria Teresa salì sul trono. Appena due anni
prima si era conclusa la Guerra di Successione polacca che aveva
visto schierati da una parte gli austriaci e i russi e dall'altra i
francesi. La pace di Vienna aveva attribuito la Polonia
all'Elettore di Sassonia Augusto III, la Lorena a Stanislao
Leczinski, la Toscana a Francesco di Lorena, marito di Maria
Teresa, Napoli e la Sicilia a Carlo di Borbone. Ad opporsi alla
designazione di Maria Teresa come erede al trono imperiale furono
la Francia, la Spagna, la Prussia e la Baviera. La pace di
Aquisgrana, firmata nel 1748 (poco tempo dopo la rivolta genovese),
riconobbe agli Asburgo-Lorena la sovranità imperiale e i territori
della casa d'Austria, con l'eccezione della Slesia, che andò alla
Prussia.
Un certo David quasi due
millenni prima
La Bibbia racconta la storia di
Golia, un gigante filisteo che sfidò a duello gli eroi ebrei.
Soltanto David (allora giovinetto) osò muovergli contro, armato di
una fionda e di cinque pietre. Con una di esse lo uccise,
colpendolo in mezzo alla fronte. La testa del gigante, tagliata, fu
portata come trofeo a Gerusalemme.
David è l'antenato di Balilla,
l'eroe al quale da duemila anni si ispirano tutti i giovani che si
sentono investiti di una missione salvifica, pronti a combattere
contro un nemico più forte e, apparentemente, invincibile. È un
giovane di umile estrazione, un pastorello, che ottiene la vittoria
fidando esclusivamente nelle proprie forze e nell'aiuto di Dio.
Simbolo universale (ed eterno) di eroismo proprio in quanto "puro",
quanto possono esserlo i ragazzi, o gli adolescenti, e quanto
possono esserlo le anime semplici. Quasi disarmato, un altro segno
di straordinaria forza interiore. Nel primo libro dei Re si legge
che David depose la pesante armatura e la spada offertagli da Saul
per affrontare Golia con il consueto equipaggiamento, consistente
in una fionda, poche pietre e un bastone. Niccolò Machiavelli, ne
Il Principe, lo prese come esempio per denunciare l'imprudenza di
chi s'affidi a forze mercenarie, rischiando di fare i conti con i
loro voltafaccia: «Offerendosi David a Saul di andare a combattere
con Golia, provocatore filisteo, Saul per dargli animo, l'armò
delle arme sua; le quali come David ebbe indosso, recusò dicendo
con quelle non si potere bene valere di se stesso, e però voleva
trovare el nimico con la sua fromba e con il suo coltello. In fine
l'arme d'altri, o le ti caggiono di dosso, o le ti pesano o le ti
stringono».
Con la fionda lo scolpì
Michelangelo, mentre Donatello e Andrea Verrocchio lo raffigurarono
con la spada in mano. Verrocchio gli mise ai piedi la testa di
Golia. Donatello scolpì una statua in marmo (nella quale fra i
piedi di David c'è Golia) e fuse un bronzo, il più celebre, di un
giovane efebo con un cappello, identificato con David (anche se gli
mancano gli elementi di identificazione), ma che - secondo molti
critici - rappresenterebbe invece il dio Mercurio.
A differenza di Balilla - di cui si
persero le tracce dopo il gesto eroico - David ebbe un avvenire.
Saul gli affidò un comando militare. David sposò Micol, figlia del
re, che - tormentato dalla gelosia per la popolarità del genero -
tentò più volte di ucciderlo. Eletto re di Giudea alla morte di
Saul, David ebbe anche il trono di Israele dopo la scomparsa del
figlio di Saul, Ishboshet. Fu un grandissimo sovrano, il più grande
fra quelli che regnarono nella Terra del Signore. La sua
intraprendenza politica e il suo valore militare fecero di Israele
lo Stato più forte della regione. Conquistò la roccaforte di Sion
(Gerusalemme) trasformandola in una capitale imponente. Riorganizzò
il regno su nuove basi amministrative. Dispose un censimento che
consentì di riscuotere i tributi da tutti i cittadini in grado di
pagarli. Negli ultimi anni del suo regno - pur avendo un harem
affollato da 20 concubine - si invaghì di Betsabea, moglie di un
suo generale, che sposò dopo aver provocato la morte del marito.
Israele subì la punizione divina, con la carestia e la pestilenza.
Il figliastro Assalonne si ribellò contro David, ma ne fu sconfitto
e ucciso. Alla morte di David gli successe sul trono il figlio di
Betsabea, Salomone.
Gerusalemme è ancora oggi, per gli
ebrei, la città di David, e David è considerato il fondatore dello
Stato e l'"unto di Dio", al quale fanno riferimento i profeti
(Isaia, Geremia, Ezechiele, Zaccaria). Il 16° Salmo di Salomone
annuncia che il Messia sarà figlio di David.
Da secoli la letteratura, la
pittura, la scultura, la musica hanno tratto spunto dal personaggio
biblico per esaltare il coraggio e la saggezza, doti indispensabili
per un condottiero e per un uomo di Stato. Dante (nel Purgatorio),
Petrarca (nei Trionfi), Alfieri (nel Saul) hanno raccontato le sue
gesta. Michelangelo, Verrocchio e Donatello lo hanno ritratto nel
momento epico: nacque tutto di lì, da quel gesto di coraggio di un
ragazzo nudo e quasi disarmato, che si rivelò in grado di
sconfiggere un nemico gigantesco e terribile, che avrebbe potuto
conquistare Israele e cancellarne - alle origini - una storia
trimillenaria. Una storia difficile e spesso dolorosa, in un'area
del mondo fra le più tormentate e critiche. Per questo David è un
simbolo, e per questo - nel corso dei secoli - molte leggende si
sono ispirate alla sua figura.
I tre
scultori
Quando, all'alba del XVI secolo,
Michelangelo Buonarroti s'accinse a scolpire il David, conosceva
certamente i bronzi che al personaggio biblico avevano dedicato
Donatello e Verrocchio. La bottega del Verrocchio (che si chiamava
Andrea di Francesco di Cione) era al centro di Firenze, ed era
frequentata da tutti gli artisti, nonché da Lorenzo il Magnifico,
il quale si fermava spesso ad ammirare le opere del Maestro e
quelle dei suoi allievi (fra i quali figuravano il Perugino e
Leonardo da Vinci). Verrocchio, a sua volta, era stato allievo di
Donatello.
Un filo molto consistente legava
quindi i tre artisti che - nell'arco di mezzo secolo - plasmarono
(con il marmo o con il bronzo) i quattro volti del re d'Israele.
Quattro, e non tre, perché Donatello (che fu il primo a cimentarsi
con la figura di David) ne produsse due, molto diversi fra di loro.
La statua di Michelangelo richiese quattro anni di intenso lavoro:
quando l'opera fu terminata, le autorità cittadine dettero
all'artista un compenso di 400 fiorini d'oro (un centinaio di
milioni di oggi) e la facoltà di scegliere il posto in cui
collocare la statua. Michelangelo scelse Piazza della Signoria.
Il
calcio-balilla
Quando non esistevano né computer né
playstation, e prima ancora che dagli Stati Uniti arrivassero i
flipper, i ragazzi s'avventavano sulle manopole del calcio-balilla,
che prese poi il nome di calcetto o di bigliardino. Ce n'erano in
tutte le sale da biliardo, in moltissimi bar e nelle piazzole in
cemento degli stabilimenti balneari in Romagna. Oggi il gioco è
diventato un vero e proprio sport. Esiste una Federazione italiana
calcio-balilla (aderente alla International Table Soccer
Federation, che organizza un campionato del mondo). I fuoriclasse
realizzano i "numeri" che fanno impazzire il pubblico: doppiette,
rovesciate, spondine, napoletane, tavolette e veroniche. Le
manopole impediscono tattiche particolari, con buona pace dei
direttori tecnici: si gioca rigorosamente il due-cinque-tre, due
terzini, cinque mediani e tre attaccanti. Le regole universali
vietano la "frullata" dell'asta e il "gancio" (il passaggio fra due
giocatori della stessa linea). È ammesso solo il gioco al volo.
Secondo gli esperti il gioco fu inventato in Germania, nel periodo
fra le due guerre.
La Fiat
Balilla
La 508 Balilla fu la prima
utilitaria della Fiat. Messa in produzione nel 1932, era «la
macchina che finalmente va verso la gente: piccola, perfetta,
agile. moderna e poco costosa». Dalla fabbrica di Torino ne
uscirono più di 100mila esemplari nell'arco di cinque anni. Nei
cartelloni pubblicitari, il famoso disegnatore Marcello Dudovich la
ritrasse insieme ad una donna con la scritta «Eleganza della
signora». Bastò questo per solleticare nuove clienti e per
convincere un gran numero di italiani a "motorizzarsi". In un
periodo in cui il parco auto nazionale si aggirava intorno alle
180mila unità, l'automobile era ancora un lusso per pochi. Per
farla conoscere agli italiani la Balilla venne iscritta alle Mille
Miglia e ad altre gare nelle quali ottenne lusinghieri successi.
Mussolini volle collaudarla nei viali della sua residenza di Villa
Torlonia. Quando scese, strinse la mano al senatore Agnelli e
sorrise compiaciuto. La Balilla costava 10.800 lire, l'equivalente
di due anni di stipendio di un impiegato medio: per acquistarla
molti ricorsero al pagamento a rate, che conobbe una diffusione mai
registrata prima. Dalle catene di montaggio del Lingotto uscirono
anche molti modelli derivati, comprese alcune versioni sportive
come la Sport berlina e la Spider Sport "Coppa d'Oro", intitolata a
una gara mitica, vinta nel 1934.
L'Ansaldo
Balilla
Nella seconda metà dell'anno 1917 fu
progettato dai cantieri aeronautici dell'Ansaldo il primo caccia
interamente italiano. Fu battezzato A.1 Balilla (a testimonianza
del fatto che già prima dell'avvento del fascismo l'eroe genovese
godeva di grande popolarità). Collaudato da tre assi dell'aria
(Baracca, Ruffo di Calabria e Piccio), che proposero alcune
modifiche, l'aereo fu prodotto successivamente in 108 esemplari,
pochissimi dei quali riuscirono a raggiungere in tempo il fronte,
prima che finisse la guerra. Era un velivolo veloce, robusto e
maneggevole, in grado di tenere il confronto con i caccia prodotti
dagli altri Paesi in guerra. Quasi tutti gli esemplari furono
impiegati nella difesa territoriale. Al termine della Grande Guerra
l'A.1 Balilla fu esportato in diversi Paesi.
Un giornale per
ragazzi
Nato come supplemento del Popolo
d'Italia (il quotidiano fondato qualche anno prima da Benito
Mussolini, al momento della sua uscita dal partito socialista), Il
Balilla divenne poi l'organo ufficiale della Gioventù italiana del
Littorio. Costava 30 centesimi e offriva ai ragazzi del regime
un'educazione mirata sulla loro età, imitando - nei fumetti e nella
grafica - il linguaggio e lo stile del Corriere dei Piccoli e degli
altri settimanali riservati al pubblico più giovane. Ma,
ovviamente, si proponeva anche di inculcare gli ideali fascisti,
con largo spazio dedicato al patriottismo e alla grande missione
storica riservata al nostro Paese, erede delle glorie dell'impero
romano e culla di una civiltà per secoli oppressa dalle dominazioni
straniere. Balilla, il ragazzo genovese che aveva cacciato a
sassate gli invasori austriaci, era il modello giusto da proporre
ai "bimbi d'Italia".
bimbi
d'Italia
Due versi nel Canto degli Italiani
di Goffredo Mameli - «I bimbi d'Italia / si chiaman Balilla» -
offrirono l'ispirazione e lo spunto per organizzare (e
militarizzare) l'infanzia e l'adolescenza nel periodo fascista. Il
3 aprile 1926 fu costituita l'Opera Nazionale Balilla. L'Opera
divideva gli iscritti in quattro categorie, in base al sesso e
all'età: i Balilla, erano i fanciulli dai 6 ai 13 anni; gli
Avanguardisti, i giovani dai 14 ai 18 anni compiuti; le Piccole
Italiane erano le fanciulle dai 6 ai 12 anni; le Giovane Italiane,
le giovinette dai 13 ai 18 anni. C'erano poi i Fasci Giovanili di
Combattimento, riservati ai giovani fra i 18 e i 21 anni. Dei
Gruppi Universitari Fascisti, infine, facevano parte gli studenti
universitari. Nel 1931 i Balilla erano 728mila, gli Avanguardisti
237.745, le Piccole Italiane 567.926, le Giovani italiane 70.245. I
Fasci Giovanili raccoglievano quasi 800mila ragazzi, i Guf 30mila.
Queste cifre salirono progressivamente negli anni seguenti, in
virtù della propaganda fascista.
Nel 1939 (alla vigilia della guerra,
quando era stata aggiunta la categoria dei Figli della Lupa) le
cifre erano queste: Figli della Lupa, 1.546.389; Balilla,
1.746.560; Piccole italiane, 1.622.766; Avanguardisti, 906.785;
Giovani italiane, 441.254; Giovani fascisti, 1.176.798; Giovani
fasciste, 450.995; Gruppi Universitari Fascisti (Guf)
105.883. |