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Eroi d'Italia - 6 - Balilla

Nel 1764 i genovesi cacciarono dalla loro città gli austriaci che l'avevano occupata e si erano resi responsabili di odiose prepotenze nei confronti della popolazione. Si trattò di una rivolta popolare, inizialmente contrastata dalle autorità che temevano rappresaglie ancor più dure. La sommossa scattò quando un ragazzo lanciò una pietra contro un drappello di nemici nel quartiere di Portoria. Non esiste una documentazione attendibile sull'identità del piccolo eroe, che nel Risorgimento fu comunque celebrato come un grande esempio da imitare nella lunga strada che avrebbe condotto all'indipendenza nazionale. E il fascismo, nel Novecento, lo prese a modello per tutti i bambini e gli adolescenti ai quali infondere i principi di orgoglio nazionale, inquadrandoli in un'organizzazione patriottica e paramilitare. Il nome (anzi: il soprannome) del monello di Portoria fu adottato dalla Fiat per l'automobile più diffusa in quegli anni, perpetuando così la leggenda di un David del Settecento che, armato di una pietra, aveva sconfitto il Golia imperiale che rischiava di soffocare la libertà

Copia in bronzo del monumento a Balilla

Correva l'anno 1746. Si era alla metà di un secolo di guerre. Guerre dinastiche. Le grandi monarchie europee vivevano la loro ultima stagione serena: di lì a meno di cinquant'anni la Rivoluzione francese avrebbe spazzato via il vecchio mondo dell'assolutismo (più o meno illuminato) per aprire l'era dei nazionalismi e del liberalismo. Le corone europee si contendevano i troni rimasti vacanti per mancanza di eredi, più o meno legittimi e legittimati. Fu in questo groviglio di conflitti che Genova (una città con un glorioso passato di indipendenza) si trovò a subire una dolorosa occupazione dalle truppe austriache, che avevano preteso dalla Repubblica una taglia in denaro e in armi. Il 5 dicembre 1746, alcuni soldati imperiali obbligarono un gruppo di cittadini a prestare loro aiuto per liberare un mortaio (requisito nell'arsenale genovese) che si era impantanato nel fango, nel quartiere popolare di Portoria. Fu a quel punto che un ragazzo lanciò un sasso contro i soldati imperiali. La folla ne seguì l'esempio: gli invasori furono messi in fuga, e Genova riconquistò la propria libertà. Quel ragazzo fu identificato un secolo più tardi in un certo Giovanni Battista Perasso, da tutti chiamato Balilla (un termine dialettale per indicare i monelli). Il contesto storico è tutto ampiamente documentato (ci mancherebbe…). L'impresa di Balilla è un intreccio fra verità e leggenda, qualcosa di simile allo scenario che mise insieme i Vespri Siciliani e la figura di Giovanni da Procida, oppure la Lega Lombarda e il mitico Alberto da Giussano. Più sorprendente degli altri due casi che si perdono nella notte del Medioevo, mentre la ribellione di Genova risale a due secoli e mezzo fa: un tempo di certezze storiche, di testimonianze inoppugnabili, di documenti conservati negli archivi.

LA VICENDA STORICA. Genova s'era mantenuta neutrale allo scoppio della Guerra di Successione austriaca. Nel 1743 Inghilterra e Austria avevano firmato a Worms un accordo in base al quale la vendita a Genova - da parte del defunto imperatore Carlo VI - del Marchesato del Finale era considerata nulla. Il territorio sarebbe stato ceduto al re di Sardegna, alleato dell'Austria, riconoscendo un indennizzo ai genovesi. Al trattato di Worms si oppose la Francia che, alleandosi con Genova, si guadagnava il diritto di transito in un porto nel quale sbarcare truppe dirette verso la pianura padana. La Spagna e il Regno di Napoli legarono le loro sorti a quelle francesi. L'armata alleata sbarcò in Liguria. Nella seconda metà del 1745 arrivò a occupare Milano, provocando la reazione degli austro-piemontesi. Il 16 giugno 1746, l'esercito franco-spagnolo fu sconfitto a Piacenza. Gli sconfitti si ritirarono a Genova, al riparo delle robuste mura della città. Alle corti di Parigi e di Madrid ci si interrogava riguardo all'opportunità di proseguire una campagna nata sotto pessimi auspici: e i comandanti militari ricevettero presto l'ordine segreto di sgombrare la piazza. Ordine che fu eseguito ai primi di settembre, lasciando Genova in stato d'assedio, con le truppe imperiali (comandate dal maresciallo Antoniotto Botta Adorno) attestate nelle valli del Bisagno e del Polcevera. Il governo della Repubblica - rendendosi conto che la resistenza era impossibile - trattò la resa, accettando un pesante diktat.

Gli austriaci occuparono le porte di San Tommaso e della Lanterna e pretesero il pagamento di tre milioni di lire genovine in scudi d'argento. Per pagare il primo milione fu prosciugato il Banco di San Giorgio, fondato 250 anni prima. Non c'era modo per recuperare il resto del denaro, e questo espose la cittadinanza a ogni sorta di prepotenza da parte del nemico. Ci furono parecchi incidenti nella città fra genovesi e occupanti. E gli austriaci alzarono ancora le loro pretese, chiedendo un quarto milione. «Il 3 dicembre», racconta Paolo Lingua (autore di una Storia dei genovesi), «tutte le richieste di pagamento furono ricusate con fermezza. Botta Adorno capì che la tensione era altissima e nei due giorni seguenti dispose le sue truppe nelle posizioni strategiche della città. La mattina del 5 dicembre, dopo quarantott'ore di tregua "per riflettere", i delegati della Repubblica riferirono al Botta Adorno che il "no" era irreversibile».

E quel giorno successe il finimondo. Nel primo pomeriggio, nel quartiere di Portoria, un grosso mortaio (che aveva impressi in bassorilievo l'effigie e il nome di Santa Caterina Fieschi), trasportato su un carro trainato da buoi, affondò nel terreno. «Gli ufficiali austriaci», scrive ancora Lingua, «cercarono con le buone, ma soprattutto con le cattive, di costringere i passanti a spingere e a sollevare il carro. Ne derivò una fitta sassaiola contro la truppa, che dovette fuggire».

Fin qui la Storia. Che riconosce il carattere di rivolta popolare alla reazione che condusse, nel giro di appena cinque giorni, alla cacciata degli austriaci. E ricostruisce il comportamento ambiguo (e pavido) dei governanti della Repubblica che «temevano», scrisse il maresciallo Botta Adorno nella sua relazione a Vienna, «più il popolo in armi che difendeva la dignità della patria di quanto non temessero gli austriaci. E infatti negarono le armi a chi le chiedeva». I rivoltosi le armi se le procurarono lo stesso, con la complicità di chi doveva custodirle negli arsenali.

Sebastiano del Piombo, Andrea Doria (Genova, Palazzo Doria)

LA LEGGENDA. Ed ecco il resoconto, romanzato, di un cronista del Novecento (quando erano passati quasi due secoli da quella giornata). Siamo al punto in cui il mortaio si impantana. «Il comandante del drappello austriaco richiese arrogantemente l'aiuto dei più vicini. "Quanto ci dai?", fu la risposta che non aveva prezzo. Neanche tutto l'oro del mondo avrebbe piegato la schiena di un solo popolano di Genova a quel lavoro. All'ostinata riluttanza, il capo drappello alza il bastone e colpisce violentemente i più vicini. È un attimo, la folla ondeggia, arretra, tace perplessa. Come generato dal suo seno, si fa innanzi un giovinetto di undici anni, scalzo, scamiciato, bello di sdegnoso furore così come ce lo raffigurano le stampe dell'epoca. Autentico figlio della gloriosa plebe di questa inesauribile Italia, con un sasso in mano rivolto al popolo esclama: "Che l'inse?" (Che la rompa? La facciamo finita?). La risposta è: "Insila, Balilla" (Rompila). Il sasso parte dritto come un dardo e colpisce il segno. La cervice del primo austriaco rintrona e il muso gli si riga di sangue. Il bastone gli sfugge di mano, vacilla, cade. "Bravo Balilla", si grida. Poi i clamori della folla s'alzano come il tuono dell'uragano che si avvicina ed esplodono in una grandine di sassate sugli austriaci, ancora intontiti dalla scena che s'è svolta sotto i loro occhi. Dato mano alle sciabole, essi tentano di farsi largo e riprendere il traino; fatica sprecata poiché, dopo il primo sbandamento, ecco di nuovo sbucar fuori dai vicoli una frotta di giovani con Balilla in testa e un'altra violenta sassaiola s'abbatte sui soldati, ai quali non resta altro che cercar scampo nella fuga. Sgombrato il terreno, i popolani s'impossessano del mortaio; vengono tagliate le funi e condotti via i buoi; l'affusto viene inchiodato e ovunque alto risuona il grido: "Viva il nostro Principe!"».

DOCUMENTI SULLA LEGGENDA. Nella seconda metà dell'Ottocento e nella prima del Novecento, molti studiosi s'affannarono a cercare negli archivi le prove dell'identità di Balilla, e le notizie sulla sua vita. Fu trovato l'atto di matrimonio (nell'anno 1731) di suo padre, Antonio Maria Perasso (per molti anni Console dei Tintori della Seta) con Antonia Maria Parodi. I testimoni erano persone "cospicue" (uno di essi sarebbe stato eletto Doge nel 1758). «La condotta tenuta poi dal Perasso nel sommo pericolo della Repubblica», annota chi scovò i documenti nella parrocchia metropolitana di San Lorenzo, «s'accorda assai bene con quella dei sopradetti ragguardevoli personaggi da lui invitati a testimoni ufficiali del suo matrimonio». Non s'accorda affatto, peraltro, con la tradizione che descrive Balilla come un popolano. Dai libri parrocchiali della chiesa di Santo Stefano risulta poi la nascita (il 26 ottobre 1736) di Giovanni Battista, l'eroe. L'evento si verificò in Vico dell'Olivella, la stessa strada in cui era nato 200 anni prima Cristoforo Colombo.

Un altro eminente studioso, il cavalier Francesco Rolla, commemorando nel 1881 il gesto di Balilla, affermò che «per tradizione sapeva che il padre del Balilla si era trovato presente al fatto dell'eroe popolano», e che «come padre volle esser pronto alla difesa del figlio in caso di pericolo». Un altro storico, Émile Vincens, in una Storia della Repubblica di Genova pubblicata a Parigi nel 1842, si spinge a sostenere che il lancio della pietra non fu un gesto spontaneo e improvvisato, ma un'azione concordata in precedenza, come dimostrerebbe la celebre domanda «Che l'inse?» (tradotta in francese da Vincens: «Voulez-vous que je commence?», volete che cominci?). «Questa domanda», osserva lo storico ottocentesco, «pare indicare come una risoluzione di agire fosse già stata presa precedentemente fra i popolani e che la sola occasione di eseguirla sopravvenne inattesa». Attese un cenno di assenso, e - ricevutolo - scagliò il sasso. Un altro genovese degno di fede (Giuseppe Casareto, morto nel 1916) riferì una tradizione orale in base alla quale «i ragazzi convennero tra loro di essere i primi ad aprire le ostilità con le sassate, ma dovendosi pur fissare chi di loro, giunto il momento, dovesse tirare il primo sasso, fecero alla conta, cioè a chi tocca (in genovese se ghe l'an deta au bagùn), e la sorte toccò al Balilla». Eroe per caso? Tutt'altro. Un biografo del Novecento, Franco Ridella, riportando l'ipotesi del sorteggio, sostenne che Balilla «non è né un monello né un inconscio né un bimbo comune: egli accettò da bravo e risoluto soldato la desiderata esecuzione dell'atto additatogli dalla sorte, e sfidando il pericolo, iniziò il moto che doveva liberare la Patria. Egli è un piccolo eroe».



Un nome popolare



Francesco Barixionne, Carro con il quale venne ricondotto trionfalmente alla Cava il giorno 8 gennaio 1747 il mortaio da bombe affondato in Portoria il 5 dicembre 1746.

Tra verità storica e leggenda. Come spesso accade. La storiografia è concorde nel raccontare la ribellione popolare del 5 dicembre 1746 e nell'individuare nel gesto di un ragazzo (il lancio di una pietra) la miccia che accese l'incendio. Ma sulla vera identità del protagonista non esistono prove. Ovverosia, l'unica prova risultò falsa al vaglio degli esperti. Si trattava di una dichiarazione autografa (conservata attualmente nel Museo del Risorgimento di Genova) donata al Comune di Genova il 10 dicembre 1906 da Edoardo Cabella, figlio del senatore Cesare Cabella. Il donatore era certo dell'autenticità del documento, consegnato - raccontava - a suo padre dalla domestica di famiglia, Nicoletta Perasso, che affermava di essere discendente dell'eroe genovese. Di questa lettera si era avuta notizia la prima volta nel 1847. Soltanto nel 1927 (negli anni in cui il regime fascista mitizzava la figura del "ragazzo di Portoria") emersero i primi dubbi sull'attendibilità di quel documento, «perché, non richiesto, è autoapologetico». Questa fu la conclusione alla quale pervenne una apposita commissione istituita presso la Società Ligure di Storia Patria. Qualche anno dopo si raggiunse la prova del falso: uno studioso scoprì - dopo una serie di perizie e ricerche archivistiche - che la carta del documento era stata fabbricata nel 1832, cioè quasi un secolo dopo l'atto in esso rivendicato.

Vale comunque la pena di trascrivere il testo della dichiarazione, lasciando intatti gli errori di ortografia (che non ne impediscono la comprensione): «io peraso deto u balila o incunminciato a tirare un sascu e mi rispusero andiamo avanti i mio sio mi di dise a speta un pocu che vengo mia no portato una bandiera lo presa in mano mi sono miso a gridare andiamo avanti altra nun dico che il popolo lu sa a dio a tuti».

Cesare Cabella, il padre di Edoardo, aveva ricostruito negli anni Quaranta del XIX secolo la genealogia di Perasso, sulla base della testimonianza della domestica di casa e avvalendosi della collaborazione di un sacerdote, Giuseppe Olivieri, che aveva appreso dal parroco di Pratolongo di Montoggio, don Giambattista Minaglia, che un suo parrocchiano, Giovanni Battista Perasso, tintore, era noto nel quartiere per essersi spesso vantato come autore del gesto dal quale era scaturita la rivolta antiaustriaca.

Persino il soprannome (Balilla, che in genovese sta per ragazzo) comparve per la prima volta in un opuscolo celebrativo diffuso nel primo centenario della ribellione.

Un mito costruito a posteriori, dunque: almeno nei suoi aspetti anagrafici. Ma che il giovane di Portoria fosse o meno Perasso, poco importa, ai fini dell'intera vicenda e della forte simbologia ad essa attribuita durante il Risorgimento, quando la lotta per l'indipendenza e per la libertà richiedeva storie esemplari alle quali attingere. L'Inno degli Italiani (con i versi «I bimbi d'Italia / si chiaman Balilla») fu eseguito per la prima volta a Genova, e genovese era l'autore, Goffredo Mameli. Nella seconda metà dell'Ottocento veniva stampato un giornale che si chiamava O Balilla.

RAGAZZO D'ACCIAIO. Sotto il fascismo ci fu la definitiva consacrazione. I giovani (e non soltanto) cantavano una canzone: «Fischia il sasso, il nome squilla / del ragazzo di Portoria / e l'intrepido Balilla / sta gigante nella storia». E ancora: «Era bronzo quel mortaio / che nel fango sprofondò, / ma il ragazzo fu d'acciaio / e la Madre liberò». Ai bimbi più o meno consapevolmente militanti fu dato il nome di "Figli della Lupa", agli adolescenti fu imposta l'etichetta di "Balilla". E la principale casa automobilistica italiana, la Fiat, battezzò Balilla la sua auto più piccola e popolare. Si giocava (e si gioca ancora) con il calcio-balilla, che dopo la guerra cambiò nome (calcetto, bigliardino), ma che ora è tornato a chiamarsi calcio-balilla.

Ecco che cosa si leggeva in un libro di scuola del Ventennio. «Lucio deve indossare per la prima volta la sua bella divisa. La mamma lo aiuta: ecco la nera camicia, i calzoncini grigio verde, la fascia nera, l'azzurro fazzoletto. Quante, quante cose! Se non ci fosse la mamma, Lucio non saprebbe come venirne a capo. Eccolo finalmente pronto col nero fez sui riccioli biondi. "Ora sei proprio un piccolo italiano", dice la mamma, "ma per essere un vero Figlio della Lupa, non basta, sai, Lucio, indossare la camicia nera". "Che debbo fare ancora, mamma?". "Bisogna essere forti e coraggiosi come Balilla e, come lui, amare la Patria". "Io sarò come lui, mamma", promette serio serio il piccolo uomo"».

Un modello al quale ispirarsi. Soprattutto perché - e questo piacque molto agli strateghi del regime (che non dimenticarono gli altri eroi di quelle giornate di Genova: Pittamuli, Carbone e Canevari) - Balilla non era (o comunque non fu dipinto come tale) un eroe solitario. «Come si spiega», scrisse Franco Ridella in una ricerca storica sul ragazzo genovese, «che non appena il Balilla ebbe tirato il sasso, si vide subito una fitta nuvola di sassi percuotere così fieramente i soldati da costringerli a ritirarsi? Dove e quando i fanciulli avevano trovato quei naturali proiettili?». La risposta è semplice: li avevano già in tasca. L'azione era stata combinata e organizzata in precedenza. Ciascuno al suo posto, nel rispetto della disciplina, tutti pronti a intervenire al momento giusto. Come un piccolo esercito compatto ed efficiente. Era questo l'insegnamento che il fascismo voleva dare ai bambini e agli adolescenti. Tutti per uno, pronti ad eseguire gli ordini, rispettando una strategia studiata a tavolino. C'erano pure i rincalzi, nei vicoli di Genova: le seconde linee che intervennero quando gli austriaci - superata la sorpresa iniziale - erano pronti ad attuare la controffensiva. La seconda fitta sassaiola fu quella che determinò la fuga del nemico. Sempre che la storia sia andata realmente così.

Filippo Malatesta