CARABINIERI

Entra nella Stazione on-line dei Carabinieri
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2004 > Luglio > Storia

Cinquantun mesi di "sciocchezze"

Novant'anni fa, il 28 giugno 1914, con l'assassinio a Sarajevo di Ferdinando d'Asburgo, si trova il pretesto per scatenare il Primo conflitto mondiale. Una guerra che durerà quattro anni e tre mesi, e delle cui tragiche conseguenze si continua, ancora oggi, a discutere

L'assasinio di Ferdinando d'Asburgo e della moglie Sofia a Sarajevo per mano del serbo Gavrilo Princip

Poche settimane prima della morte, Otto von Bismarck, gigante ottocentesco della politica tedesca nonché Cancelliere e Principe di lunga ascendenza, in un momento d'ira lasciò andare una terribile profezia: «La guerra verrà, e a farla esplodere sarà qualche maledetta sciocchezza nei Balcani».

Poco dopo le undici del 28 giugno 1914, due pallottole di una vecchia pistola furono sparate da Gavrilo Princip, un giovane serbo diciottenne. La "sciocchezza" avvenne a Sarajevo, mettendo a morte Francesco Ferdinando d'Asburgo - nipote di Francesco Giuseppe, erede al bicipite trono dell'Impero Austro-Ungarico -, e la moglie, contessa Sofia Chotek, nonché duchessa di Hohenberg, che gli sedeva accanto in auto. Trascorso un solo e convulso mese, scoppiò davvero la Grande Guerra, che sarebbe durata quattro anni e tre mesi, trascinando a morte, soltanto contando i soldati, 8.680.500 giovani vite. O così, quando si fecero i primi conti di tal funebre bilancio, si disse e si tramandò. Ma la campana della verità fece giungere - molto dopo - un altro suono.

Del resto, anche sulla "sciocchezza" bisogna intendersi, perché troppo spesso tal genere di ciottolo sulla strada della Storia avviene per ragioni assai complicate, nelle quali si potrebbe vedere addirittura un arcano disegno, una nemesi: il ciottolo di Sarajevo appartiene difatti alla categoria dei fatti complessi, ed è giusto tenerne conto.

Ferdinando era l'erede di "Cecco Beppe" (così noi italiani l'avevamo battezzato con un misto di rancore, ma anche di rispetto) solo perché, in un sanguinoso crepuscolo imperiale, eran morti gli eredi diretti: Rodolfo, con la giovanissima Vetzera, sua amante, a Mayerling nel 1889; Massimiliano, fucilato a Queretaro nel 1897; e per sovrappiù anche la moglie di "Cecco", la folle Elisabetta, uccisa sul Lago di Ginevra nel 1898 dall'anarchico italiano Lucheni (il quale, non avendo i soldi per andare a Roma ad uccidere Umberto I, si era "contentato" di quella povera imperatrice).

Forse per seguire queste rilassate tradizioni familiari, anche Ferdinando si era sposato morganaticamente, ovvero con una donna che la Corte non aveva approvato: per cui era costretto, nelle occasioni ufficiali, a vederla comparire per ultima, dietro blasoni, però con tutti i richiesti quarti di nobiltà. Ma quella lugubre mattina del 28 giugno, tra l'altro quattordicesimo anniversario del loro matrimonio, Ferdinando ebbe l'inebriante felicità di poter far salire accanto a lui, in auto, l'adoratissima Sofia, poiché egli non presenziava alle cerimonie in quanto erede al trono, ma come Comandante delle truppe, e il protocollo non escludeva affatto la presenza "visibile" di sua moglie. Però dovette - ed anzi volle - rinunziare alla presenza della Polizia, che avrebbe tramutato in politica una manifestazione militare: per cui ecco che Ferdinando percorre con l'auto a lento moto il Quai Appel, larga strada sulla destra del torrente Milijaca, circondato soltanto dagli zivio, dagli applausi di una folla festante.

Non era però gioia, o un tributo sincero di simpatia: nessuno degli austriaci si era infatti ricordato che il 28 giugno era il giorno di San Vito, quello nel quale, 125 anni prima, le brutali forze turche avevano tagliato a pezzi quelle serbe, nella piana di Cossovo, cancellando ogni traccia di libertà. Nel 1914, i serbi erano liberi, ma soltanto in grazia della risistemazione scaturita dal Congresso di Berlino del 1878, ed avevano la precisa sensazione di cascare dalla padella nella brace. Poteva darsi che dopo la schiavitù ottomana dovessero rassegnarsi a quella di Vienna.

Che fosse proprio così, non c'è dubbio. Alle 10,10 una potente bomba a mano artigianale vola sulla prima macchina, cade a terra e scoppia sotto il motore della seconda. Ci scappano due feriti, non gravi, e si riesce a bloccare il lanciatore, un giovane di 21 anni, tipografo di nascita serba, ma austriaco di nazionalità. Legato come un salame, questo Nedeljco Cabrinovic non fiata, e il corteo riparte, con una piccola deviazione per ricoverare i due feriti all'Ospedale.

Dopo una frettolosa cerimonia al Konak, Palazzo di Governo, si torna indietro, ma l'autista di Ferdinando sbaglia strada, e svolta in una laterale, salendo con le ruote di destra sul marciapiede terroso: lì, in quel preciso punto, si trova Gavrilo Princip, che deve addirittura ritrarsi un poco per poter stendere il braccio armato. Quattro colpi, e per Ferdinando e Sofia è finita. Da pochi secondi l'erede al trono ha fatto scendere con un gesto secco il conte Harrack dal predellino dell'auto. Quando il Destino dispone, all'uomo non resta che chinare la testa.

La battaglia della Marna, in cui la Francia riportò una storica vittoria

Per novant'anni, si è ragionevolmente pensato all'assassinio di Ferdinando come alla causa dell'Inferno che si scatenò nei 51 mesi successivi. Ma non è proprio così, poiché per una esplosione occorrono pur sempre un fiammifero ed un barile di polvere. Ferdinando fu di certo un bel fiammifero, anche se in quei decenni lo sparare alle teste coronate era sport più diffuso che le corse in bicicletta. Ma quale fu il barile? Fu la nostra antica, vecchia, amatissima Europa e dintorni, divenuta ormai all'inizio del secolo scorso un involucro di così forti tensioni da far temere che non avrebbe retto comunque al più lieve aumento della pressione.

Vi erano quattro Imperi in vario stato di decozione: quello zarista, guardato con orrore per le nefandezze che vi si compivano; quello ottomano, giudicato "malato terminale"; quello della doppia Corona asburgica, austriaca ed ungherese, punteggiato da figure e vicende o folli o sventurate, come per un implacabile destino, ed anche collocato dalla geografia in una posizione difficile, quasi senza sbocchi. Ed infine, un quarto Impero, o ex Impero: quello ispanico, privato quasi di colpo delle sue ricchezze oltreatlantiche, e ridotto, tra lo scherno, a "straccione d'Europa".

Il mestolo vero della politica d'equilibrio europeo era perciò legato a sole tre potenze: la Francia, ancora bruciante di vergogna nel ricordo di Sedan, quando Napoleone "il Piccolo", consegnando la sua spada ai boches vincitori, aveva dimostrato che nella Storia i geni miracolosi, come quello del grande Corso, compaiono sulla Terra quando vogliono e dove vogliono, e comunque distribuiti nel tempo e nello spazio come un sale di spaventosa rarità. Nel 1914, i francesi non avevano ancora capito che la revanche era loro preclusa, poiché stava sorgendo all'orizzonte un nuovo Impero, più moderno, più vitale, più armato e temibile di quanto non fosse il loro: lo stavano celermente costruendo i tardi nipoti di Arminio, quegli stessi che avevan fatto piangere un Imperatore romano per la distruzione di tre belle Legioni nella selva di Teutoburgo.

Nel 1914 l'Impero tedesco aveva solo trent'anni, ma aveva allungato le mani dappertutto. In Africa non solo possedeva quella del sud-ovest, il Togo, il Camerun ed il Tanganika, ma intanto aveva creato organizzazioni modello, e poi aveva scelto le tribù più promettenti, come per esempio gli Harari, in un progetto di neo-colonialismo del quale si è sempre parlato pochissimo. lnoltre, possedeva la parte di nord-est della Nuova Guinea, l'arcipelago delle Bismarck, dal 1897 Caroline e Marianne, e da ultimo Tsing Tao, sulla costa cinese. Il tutto sorretto e collegato da una flotta da guerra così forte e bilanciata che non sarebbe passato molto tempo per vederla passeggiare per la Manica con una scopa legata all'albero di maestra, così come avevan fatto gli olandesi di De Ruyter e Tromp ai loro bei tempi. Anche uno stupido avrebbe capito - dunque - che tornava in ballo la vecchia questione della leadership europea.

Non si può essere ingiusti verso i nostri nonni e padri: chi più chi meno, capirono, ma capire non basta, e le "sciocchezze" di cui aveva profetato Bismarck, cominciarono proprio qui, su quale guerra si stesse avvicinando. Anche se gli occhi di Londra erano un poco più acuti degli altri, si iniziò invece a pensare che, con buone alleanze, un blocco continentale severo e la sicurezza che "la larga strada di Dio" - ovvero le lunghe rotte sui Sette Mari - sarebbe sempre stata disponibile, il "nuovo tiranno continentale", il "nuovo Boney" che faceva paura ai bambini ribelli alle loro balie, avrebbe potuto esser domato. Anche se fosse stato necessario inghiottire lo zar Nicola, familiarmente chiamato "l'assassino", che ne avrebbe clonato un altro, peggiore, di lì ad un solo decennio.

La calda prospettiva di trasformare gli elmi chiodati prussiani in buone lamette da barba, produsse le due "sciocchezze" maggiori: si pensò che ovviamente la guerra sarebbe stata breve, forse un mese o due, e che l'avrebbe vinta chi fosse riuscito a mobilitare per primo. Dopo l'assassinio dello sventurato Ferdinando, la prima a muoversi fu Vienna, che già nel 1909 si era annessa Bosnia ed Erzegovina, e che ora non intendeva lasciarsi scappare la Serbia. Il 5 luglio Berlino proclamò il suo «fedele appoggio». Il 23, Francesco Giuseppe inviò ai serbi un secco ultimatum, la cui risposta, abbastanza conciliativa, fu gettata in un cassetto il 26. Due giorni dopo, cominciarono le ostilità con il bombardamento di Belgrado, per cui il "rullo compressore" russo entrò a sua volta nel gioco, ed il 31 scattò la nota ultimativa tedesca a Mosca.

Come in un castello di carte da poker, tutto franò all'istante, con l'intervento della Francia e poi di Londra. Noi rimanemmo fuori, ma non per molto: a nostra volta sedotti, purtroppo, dal miraggio della "guerra breve". Trappola per topi che sembra funzioni sempre benissimo, ammenoché non ci sia in giro la rude franchezza di un Wellington, il quale, a cena con lord Castlereagh, nel 1822, stette a sentire per mezz'ora le svanverate dell'insigne personaggio, e poi lo interruppe dicendogli: «Mi corre purtroppo lo sgradito obbligo di dirle, Sir, che la sua mente non è affatto sana». Chiamò due infermieri di Newgate e lo fece rinchiudere in una cella, dove la mattina dopo il lord si segò la gola col rasoio per la barba. Vien da pensare che una cinquantina di Wellington sparsi, allora, per il nostro Pianeta avrebbero evitato all'umanità molti dolori, forse. Forse anche oggi.

La verità vera è che in quel 1914 governi monarchici o no, stati maggiori grandi e piccoli, diplomazie abili o meno, classi dirigenti ed intellettuali, tutti insomma, furon sorpresi con i pantaloni in mano nel guado tra un mondo agrario ed uno industriale, nuovo di zecca. Esistevano già la mitragliatrice, l'aeroplano, i sommergibili, le mine, ma proprio nel 1913 comparve da noi un'Enciclopedia che alla voce "automobile" spiegava: "... americanata, di nessuna utilità sul piano pratico". Due anni dopo si era già cominciato a definire la striscia di tre metri che serpeggiava davanti alle trincee, come "zona di massima uccisione", perché nei primi tre minuti e nei primi tre metri cadeva l'80 per cento delle ondate d'attacco.

Fu, per parlarci chiaro, uno spaventoso macello, ingegnosamente mascherato, poi, con vari ed abituali sotterfugi, il primo dei quali è che, in generale, si fa il conto soltanto dei morti. E i dispersi, cosa sono? E i feriti, che in ogni caso ricevettero dalla sorte soltanto un "tempo a prestito"? Non a tutti andò "quasi" bene come al poi celeberrimo Louis Armstrong: gassato in Francia, gli tolsero un polmone, ma rimase l'unico uomo al mondo capace di sparare, senza riprender fiato, i cinque acuti di cornetta finali del Tiger Rag. E, infine, i malati?

Valga per tutti l'esempio della Gran Bretagna, che alla fine della guerra annunziò che i Caduti potevano aggirarsi su «poco più di 800mila». Nel 1919 li precisò in 900mila, quindi stabilizzò la cifra intera, «tutto compreso», a 947mila militari. Soltanto nel 1931 comparve il quinto volume dello Stationery Office di Sua Maestà, dal quale gli inglesi appresero sbigottiti ed indignati che si eran dovuti contare in realtà 1.051.164 morti, più di due milioni di feriti, più, complice la "Spagnola", 5.876.997 di malati, con un totale di quasi nove milioni di giovani uomini. Da tutti i petti uscì un solo grido: «Mai più!». E questo spiega molto di come venne gestito il Secondo Conflitto.

Anche perché, per esempio i francesi, furono lesti ad accorgersi che i poilus (soprannome dato ai loro soldati nel primo conflitto mondiale), più che dalle mitraglie nemiche erano stati uccisi dai loro stessi governanti, che alle notizie funebri dei primi scontri, con perdite spaventose dovute ai famosi "pantaloni rossi", alle lucenti corazze di latta dei Dragoni, ai pennacchi sugli elmi della Cavalleria leggera, si erano opposti all'abolizione di tutto questo, gridando in Parlamento «Mai: il pantalone rosso è la Francia».

Bastarono cinquantun mesi di queste "sciocchezze", che non erano quelle previste da Bismarck, per far colare a picco l'antico primato europeo.

Franco Bandini