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Poche settimane prima della morte,
Otto von Bismarck, gigante ottocentesco della politica tedesca
nonché Cancelliere e Principe di lunga ascendenza, in un momento
d'ira lasciò andare una terribile profezia: «La guerra verrà, e a
farla esplodere sarà qualche maledetta sciocchezza nei
Balcani».
Poco dopo le undici del 28 giugno
1914, due pallottole di una vecchia pistola furono sparate da
Gavrilo Princip, un giovane serbo diciottenne. La "sciocchezza"
avvenne a Sarajevo, mettendo a morte Francesco Ferdinando d'Asburgo
- nipote di Francesco Giuseppe, erede al bicipite trono dell'Impero
Austro-Ungarico -, e la moglie, contessa Sofia Chotek, nonché
duchessa di Hohenberg, che gli sedeva accanto in auto. Trascorso un
solo e convulso mese, scoppiò davvero la Grande Guerra, che sarebbe
durata quattro anni e tre mesi, trascinando a morte, soltanto
contando i soldati, 8.680.500 giovani vite. O così, quando si
fecero i primi conti di tal funebre bilancio, si disse e si
tramandò. Ma la campana della verità fece giungere - molto dopo -
un altro suono.
Del resto, anche sulla "sciocchezza"
bisogna intendersi, perché troppo spesso tal genere di ciottolo
sulla strada della Storia avviene per ragioni assai complicate,
nelle quali si potrebbe vedere addirittura un arcano disegno, una
nemesi: il ciottolo di Sarajevo appartiene difatti alla categoria
dei fatti complessi, ed è giusto tenerne conto.
Ferdinando era l'erede di "Cecco
Beppe" (così noi italiani l'avevamo battezzato con un misto di
rancore, ma anche di rispetto) solo perché, in un sanguinoso
crepuscolo imperiale, eran morti gli eredi diretti: Rodolfo, con la
giovanissima Vetzera, sua amante, a Mayerling nel 1889;
Massimiliano, fucilato a Queretaro nel 1897; e per sovrappiù anche
la moglie di "Cecco", la folle Elisabetta, uccisa sul Lago di
Ginevra nel 1898 dall'anarchico italiano Lucheni (il quale, non
avendo i soldi per andare a Roma ad uccidere Umberto I, si era
"contentato" di quella povera imperatrice).
Forse per seguire queste rilassate
tradizioni familiari, anche Ferdinando si era sposato
morganaticamente, ovvero con una donna che la Corte non aveva
approvato: per cui era costretto, nelle occasioni ufficiali, a
vederla comparire per ultima, dietro blasoni, però con tutti i
richiesti quarti di nobiltà. Ma quella lugubre mattina del 28
giugno, tra l'altro quattordicesimo anniversario del loro
matrimonio, Ferdinando ebbe l'inebriante felicità di poter far
salire accanto a lui, in auto, l'adoratissima Sofia, poiché egli
non presenziava alle cerimonie in quanto erede al trono, ma come
Comandante delle truppe, e il protocollo non escludeva affatto la
presenza "visibile" di sua moglie. Però dovette - ed anzi volle -
rinunziare alla presenza della Polizia, che avrebbe tramutato in
politica una manifestazione militare: per cui ecco che Ferdinando
percorre con l'auto a lento moto il Quai Appel, larga strada sulla
destra del torrente Milijaca, circondato soltanto dagli zivio,
dagli applausi di una folla festante.
Non era però gioia, o un tributo
sincero di simpatia: nessuno degli austriaci si era infatti
ricordato che il 28 giugno era il giorno di San Vito, quello nel
quale, 125 anni prima, le brutali forze turche avevano tagliato a
pezzi quelle serbe, nella piana di Cossovo, cancellando ogni
traccia di libertà. Nel 1914, i serbi erano liberi, ma soltanto in
grazia della risistemazione scaturita dal Congresso di Berlino del
1878, ed avevano la precisa sensazione di cascare dalla padella
nella brace. Poteva darsi che dopo la schiavitù ottomana dovessero
rassegnarsi a quella di Vienna.
Che fosse proprio così, non c'è
dubbio. Alle 10,10 una potente bomba a mano artigianale vola sulla
prima macchina, cade a terra e scoppia sotto il motore della
seconda. Ci scappano due feriti, non gravi, e si riesce a bloccare
il lanciatore, un giovane di 21 anni, tipografo di nascita serba,
ma austriaco di nazionalità. Legato come un salame, questo Nedeljco
Cabrinovic non fiata, e il corteo riparte, con una piccola
deviazione per ricoverare i due feriti all'Ospedale.
Dopo una frettolosa cerimonia al
Konak, Palazzo di Governo, si torna indietro, ma l'autista di
Ferdinando sbaglia strada, e svolta in una laterale, salendo con le
ruote di destra sul marciapiede terroso: lì, in quel preciso punto,
si trova Gavrilo Princip, che deve addirittura ritrarsi un poco per
poter stendere il braccio armato. Quattro colpi, e per Ferdinando e
Sofia è finita. Da pochi secondi l'erede al trono ha fatto scendere
con un gesto secco il conte Harrack dal predellino dell'auto.
Quando il Destino dispone, all'uomo non resta che chinare la
testa.

Per novant'anni, si è
ragionevolmente pensato all'assassinio di Ferdinando come alla
causa dell'Inferno che si scatenò nei 51 mesi successivi. Ma non è
proprio così, poiché per una esplosione occorrono pur sempre un
fiammifero ed un barile di polvere. Ferdinando fu di certo un bel
fiammifero, anche se in quei decenni lo sparare alle teste coronate
era sport più diffuso che le corse in bicicletta. Ma quale fu il
barile? Fu la nostra antica, vecchia, amatissima Europa e dintorni,
divenuta ormai all'inizio del secolo scorso un involucro di così
forti tensioni da far temere che non avrebbe retto comunque al più
lieve aumento della pressione.
Vi erano quattro Imperi in vario
stato di decozione: quello zarista, guardato con orrore per le
nefandezze che vi si compivano; quello ottomano, giudicato "malato
terminale"; quello della doppia Corona asburgica, austriaca ed
ungherese, punteggiato da figure e vicende o folli o sventurate,
come per un implacabile destino, ed anche collocato dalla geografia
in una posizione difficile, quasi senza sbocchi. Ed infine, un
quarto Impero, o ex Impero: quello ispanico, privato quasi di colpo
delle sue ricchezze oltreatlantiche, e ridotto, tra lo scherno, a
"straccione d'Europa".
Il mestolo vero della politica
d'equilibrio europeo era perciò legato a sole tre potenze: la
Francia, ancora bruciante di vergogna nel ricordo di Sedan, quando
Napoleone "il Piccolo", consegnando la sua spada ai boches
vincitori, aveva dimostrato che nella Storia i geni miracolosi,
come quello del grande Corso, compaiono sulla Terra quando vogliono
e dove vogliono, e comunque distribuiti nel tempo e nello spazio
come un sale di spaventosa rarità. Nel 1914, i francesi non avevano
ancora capito che la revanche era loro preclusa, poiché stava
sorgendo all'orizzonte un nuovo Impero, più moderno, più vitale,
più armato e temibile di quanto non fosse il loro: lo stavano
celermente costruendo i tardi nipoti di Arminio, quegli stessi che
avevan fatto piangere un Imperatore romano per la distruzione di
tre belle Legioni nella selva di Teutoburgo.
Nel 1914 l'Impero tedesco aveva solo
trent'anni, ma aveva allungato le mani dappertutto. In Africa non
solo possedeva quella del sud-ovest, il Togo, il Camerun ed il
Tanganika, ma intanto aveva creato organizzazioni modello, e poi
aveva scelto le tribù più promettenti, come per esempio gli Harari,
in un progetto di neo-colonialismo del quale si è sempre parlato
pochissimo. lnoltre, possedeva la parte di nord-est della Nuova
Guinea, l'arcipelago delle Bismarck, dal 1897 Caroline e Marianne,
e da ultimo Tsing Tao, sulla costa cinese. Il tutto sorretto e
collegato da una flotta da guerra così forte e bilanciata che non
sarebbe passato molto tempo per vederla passeggiare per la Manica
con una scopa legata all'albero di maestra, così come avevan fatto
gli olandesi di De Ruyter e Tromp ai loro bei tempi. Anche uno
stupido avrebbe capito - dunque - che tornava in ballo la vecchia
questione della leadership europea.
Non si può essere ingiusti verso i
nostri nonni e padri: chi più chi meno, capirono, ma capire non
basta, e le "sciocchezze" di cui aveva profetato Bismarck,
cominciarono proprio qui, su quale guerra si stesse avvicinando.
Anche se gli occhi di Londra erano un poco più acuti degli altri,
si iniziò invece a pensare che, con buone alleanze, un blocco
continentale severo e la sicurezza che "la larga strada di Dio" -
ovvero le lunghe rotte sui Sette Mari - sarebbe sempre stata
disponibile, il "nuovo tiranno continentale", il "nuovo Boney" che
faceva paura ai bambini ribelli alle loro balie, avrebbe potuto
esser domato. Anche se fosse stato necessario inghiottire lo zar
Nicola, familiarmente chiamato "l'assassino", che ne avrebbe
clonato un altro, peggiore, di lì ad un solo decennio.
La calda prospettiva di trasformare
gli elmi chiodati prussiani in buone lamette da barba, produsse le
due "sciocchezze" maggiori: si pensò che ovviamente la guerra
sarebbe stata breve, forse un mese o due, e che l'avrebbe vinta chi
fosse riuscito a mobilitare per primo. Dopo l'assassinio dello
sventurato Ferdinando, la prima a muoversi fu Vienna, che già nel
1909 si era annessa Bosnia ed Erzegovina, e che ora non intendeva
lasciarsi scappare la Serbia. Il 5 luglio Berlino proclamò il suo
«fedele appoggio». Il 23, Francesco Giuseppe inviò ai serbi un
secco ultimatum, la cui risposta, abbastanza conciliativa, fu
gettata in un cassetto il 26. Due giorni dopo, cominciarono le
ostilità con il bombardamento di Belgrado, per cui il "rullo
compressore" russo entrò a sua volta nel gioco, ed il 31 scattò la
nota ultimativa tedesca a Mosca.
Come in un castello di carte da
poker, tutto franò all'istante, con l'intervento della Francia e
poi di Londra. Noi rimanemmo fuori, ma non per molto: a nostra
volta sedotti, purtroppo, dal miraggio della "guerra breve".
Trappola per topi che sembra funzioni sempre benissimo, ammenoché
non ci sia in giro la rude franchezza di un Wellington, il quale, a
cena con lord Castlereagh, nel 1822, stette a sentire per mezz'ora
le svanverate dell'insigne personaggio, e poi lo interruppe
dicendogli: «Mi corre purtroppo lo sgradito obbligo di dirle, Sir,
che la sua mente non è affatto sana». Chiamò due infermieri di
Newgate e lo fece rinchiudere in una cella, dove la mattina dopo il
lord si segò la gola col rasoio per la barba. Vien da pensare che
una cinquantina di Wellington sparsi, allora, per il nostro Pianeta
avrebbero evitato all'umanità molti dolori, forse. Forse anche
oggi.
La verità vera è che in quel 1914
governi monarchici o no, stati maggiori grandi e piccoli,
diplomazie abili o meno, classi dirigenti ed intellettuali, tutti
insomma, furon sorpresi con i pantaloni in mano nel guado tra un
mondo agrario ed uno industriale, nuovo di zecca. Esistevano già la
mitragliatrice, l'aeroplano, i sommergibili, le mine, ma proprio
nel 1913 comparve da noi un'Enciclopedia che alla voce "automobile"
spiegava: "... americanata, di nessuna utilità sul piano pratico".
Due anni dopo si era già cominciato a definire la striscia di tre
metri che serpeggiava davanti alle trincee, come "zona di massima
uccisione", perché nei primi tre minuti e nei primi tre metri
cadeva l'80 per cento delle ondate d'attacco.
Fu, per parlarci chiaro, uno
spaventoso macello, ingegnosamente mascherato, poi, con vari ed
abituali sotterfugi, il primo dei quali è che, in generale, si fa
il conto soltanto dei morti. E i dispersi, cosa sono? E i feriti,
che in ogni caso ricevettero dalla sorte soltanto un "tempo a
prestito"? Non a tutti andò "quasi" bene come al poi celeberrimo
Louis Armstrong: gassato in Francia, gli tolsero un polmone, ma
rimase l'unico uomo al mondo capace di sparare, senza riprender
fiato, i cinque acuti di cornetta finali del Tiger Rag. E, infine,
i malati?
Valga per tutti l'esempio della Gran
Bretagna, che alla fine della guerra annunziò che i Caduti potevano
aggirarsi su «poco più di 800mila». Nel 1919 li precisò in 900mila,
quindi stabilizzò la cifra intera, «tutto compreso», a 947mila
militari. Soltanto nel 1931 comparve il quinto volume dello
Stationery Office di Sua Maestà, dal quale gli inglesi appresero
sbigottiti ed indignati che si eran dovuti contare in realtà
1.051.164 morti, più di due milioni di feriti, più, complice la
"Spagnola", 5.876.997 di malati, con un totale di quasi nove
milioni di giovani uomini. Da tutti i petti uscì un solo grido:
«Mai più!». E questo spiega molto di come venne gestito il Secondo
Conflitto.
Anche perché, per esempio i
francesi, furono lesti ad accorgersi che i poilus (soprannome dato
ai loro soldati nel primo conflitto mondiale), più che dalle
mitraglie nemiche erano stati uccisi dai loro stessi governanti,
che alle notizie funebri dei primi scontri, con perdite spaventose
dovute ai famosi "pantaloni rossi", alle lucenti corazze di latta
dei Dragoni, ai pennacchi sugli elmi della Cavalleria leggera, si
erano opposti all'abolizione di tutto questo, gridando in
Parlamento «Mai: il pantalone rosso è la Francia».
Bastarono cinquantun mesi di queste
"sciocchezze", che non erano quelle previste da Bismarck, per far
colare a picco l'antico primato
europeo. |