CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2004 > Luglio > Speciale

La storia infinita di Olimpia

I Giochi tornano a casa, ad Atene, dove si svolsero nel 1896, in ricordo delle gare che, nell'antica Grecia, imponevano la sospensione delle guerre in corso

Il tripode con la fiammma olimpica e la bandiera con i cinque cerchi

Si ritorna a casa, 108 anni dopo. Ad Atene, che fu la sede delle prime Olimpiadi moderne, scelta allora dal barone Pierre de Coubertin, perché la Grecia era stata - nell'antichità - la culla dei Giochi. Si sospendevano le guerre (come tutti ormai sanno) perché gli atleti potessero sfidarsi nello stadio di Olimpia.

Sono passati la bellezza di 2.888 anni da quando il re dell'Elide, Ifito, interrogò l'oracolo di Delfi, angosciato per le guerre che mettevano una di fronte all'altra le varie città della Grecia. L'oracolo - come era sua abitudine - offrì una risposta non facilissima da decifrare. Disse che occorreva ripristinare «i Giochi cari agli dei». E questo porta ancora più indietro nell'orologio della storia, alla notte dei tempi, quando il nostro pianeta era occupato soltanto dalle divinità.

Si raccontava che Zeus avesse organizzato allora un meeting sportivo per celebrare la propria vittoria sul padre Saturno. Le prime medaglie toccarono - secondo questa leggenda - ad Apollo, che nella corsa piegò Mercurio, e a Marte, che nel pugilato non trovò rivali. Persino sulla mitologia, comunque, esistevano pareri discordi. Qualcuno era pronto a giurare che le prime Olimpiadi fossero state organizzate da Ercole che - tra una fatica e l'altra - s'era voluto misurare in qualche disciplina con altri eminenti eroi coevi. Non è facile, in mancanza di testimonianze attendibili, stabilire quale delle due ipotesi incontrasse un maggior numero di fautori all'epoca di Ifito (anche lui, peraltro, personaggio leggendario).

E si salta così di cent'anni nella memoria - al 776 avanti Cristo (23 anni prima che Romolo e Remo fondassero Roma) - per offrire una data sicura. Da quell'anno parte la cronologia ufficiale greca, e da quell'anno le gare furono disputate ogni quattro anni (la stessa cadenza delle Olimpiadi moderne), fino al 393 dopo Cristo (edizione numero 293) quando furono abolite con un editto dell'imperatore romano Teodosio. La prima edizione dei Giochi fu piuttosto rapida: si esaurì in pochi minuti con una corsa di circa 200 metri, vinta da un certo Koroibos, un pastore, cittadino dell'Elide, il cui nome fu inciso a lettere d'oro nel marmo dello stadio di Olimpia.

Olimpia (ai piedi del Monte Olimpo, dove abitavano gli dei) era un agglomerato di edifici sacri e di palestre riservate alle attività sportive. Al centro, lo stadio, in grado di ospitare cinquantamila spettatori. In alto - a dominare la scena - sorgeva il tempio di Zeus, in marmo bianco, che aveva le stesse dimensioni del Partenone, e conteneva la statua del padre degli dei, scolpita da Fidia, e considerata una delle sette meraviglie del mondo.

Nel 472 avanti Cristo (quando si era giunti alla edizione numero 76 dei Giochi) il programma occupava cinque giornate, tre riservate alle gare e due alla premiazione degli atleti vincitori e alle cerimonie (strettamente religiose) di apertura e chiusura.

Il manifesto delle Olimiadi di Atene 2004

DE COUBERTIN. Non si può fare un discorso sulle Olimpiadi senza citare il barone De Coubertin, che fu l'artefice della rinascita dei Giochi, negli ultimi anni del XIX secolo. Era un aristocratico pieno di quattrini e con una smodata passione per lo sport: buon ginnasta ed abile cavallerizzo, dedicò la propria vita alla realizzazione del sogno di ridare vita alle Olimpiadi. Lo prendevano per pazzo, ma alla fine riuscì a spuntarla. Nel 1894 fondò il Comitato Olimpico Internazionale (di cui sarebbe rimasto presidente fino al 1925). La sua idea iniziale era di organizzare la prima edizione nel 1900, con sede a Parigi, ma poi (su richiesta dei delegati greci, e affascinato dall'idea di offrire un segno di continuità ideale con l'antichità) sposò il progetto di esordire ad Atene, nel 1896.

La formula (la stessa di oggi) fu pronunciata da re Giorgio di Grecia il 6 aprile 1896 (lunedì di Pasqua): «Proclamo aperti i Giochi della Prima Olimpiade dell'era moderna». Non è chiaro - perché le fonti sono discordanti - se quel giorno ci fosse il sole o se il cielo fosse nuvolo e promettesse tempesta. Come buon augurio, tanto vale prender per buona la prima versione (anche se qualche tragedia i Giochi l'hanno vissuta: le interruzioni per le due guerre mondiali, gli scontri a Città del Messico nel 1968, l'attentato contro gli atleti d'Israele nel 1972). I primi Giochi durarono dieci giorni (fino al 15 aprile). Gli atleti presenti furono 295 (tutti uomini, come nell'antichità), le discipline sportive 9, con 44 gare.

In quella prima edizione nessuno parlò di doping, ma ci fu comunque uno scandalo. Il protagonista fu un italiano, Carlo Airoldi, di Origgio (Saronno). Era partito a piedi da Milano il 28 febbraio per partecipare alla maratona. Arrivò ad Atene il 31 marzo, dopo aver attraversato tutti i Balcani. Il Comitato Olimpico gli rifiutò l'iscrizione, ritenendolo un professionista in quanto - l'anno prima - vincendo la Torino-Barcellona (12 tappe, per complessivi 1.020 chilometri) aveva percepito un premio di 15 lire (che gli aveva permesso di tornare a casa in treno).

Una sfortuna per lui, una fortuna per le Olimpiadi. In allenamento Airoldi aveva coperto il percorso previsto in 2 ore e 44 minuti, 14 minuti meno dell'atleta che si aggiudicò la medaglia d'oro nella gara più affascinante del programma. Una fortuna per la manifestazione perché il vincitore fu Spirydon Louis, un pastore di un villaggio dell'Attica, che correva indossando il gonnellino bianco plissettato degli Euzones. La vittoria di un greco nella maratona era il massimo che si potesse sperare per lanciare le Olimpiadi. Cinquantamila persone in delirio accolsero Louis nello stadio. I principi Costantino e Giorgio affiancarono il vincitore negli ultimi metri, per poi issarlo sulle loro spalle e portarlo in trionfo. Molte signore impazzite per quel giovanotto gli lanciarono i propri gioielli; un sarto, un calzolaio e un lustrascarpe gli offrirono i loro servizi gratis per tutta la vita; un oste gli regalò dieci anni di pasti, i greci residenti in Inghilterra gli donarono un podere. Il povero Airoldi commentò: «Anche questi regali sono soldi. E sono tanti di più». Aveva ragione lui, ovviamente. Ma sulla storia (e sulla pretesa) del dilettantismo di ingiustizie ne sarebbero state commesse molte altre, nei cent'anni a seguire.

Un altro maratoneta sfortunato fu, nel 1908, a Londra, Dorando Pietri. Ventiduenne pasticciere a Carpi, Pietri era un omino piccolo (un metro e sessanta) e mingherlino, su cui nessuno dei giornalisti accreditati avrebbe scommesso un penny. E invece risucchiò uno dopo l'altro tutti i campioni che aveva davanti e si presentò nello stadio da solo. Ma era allo stremo delle forze. Cadde, si rialzò, cadde di nuovo. Un giudice lo sorresse, aiutandolo a tagliare il traguardo. Fu squalificato. L'americano Johnny Hayes ebbe la medaglia d'oro. Lui, Dorando, ricevette dalla regina Alessandra d'Inghilterra una coppa d'oro, piena di sterline. Fu ricoverato in ospedale, dove gli esami permisero di accertare che non era stata solo la fatica a stroncarlo: s'era aiutato col solfato di stricnina, doping rudimentale di quei tempi. Perché anche allora molti atleti si aiutavano come potevano.

Quarant'anni più tardi, le Olimpiadi si svolsero di nuovo a Londra, e si parlò ancora di Dorando Pietri. Per due ragioni molto diverse fra di loro. La prima fu che nella maratona un belga, Etienne Gailly, imitò in tutto e per tutto l'impresa del pasticciere di Carpi. Si presentò per primo nello stadio, barcollò, cadde, si rialzò. Fu superato pochi metri prima del traguardo da altri due concorrenti (Delfo Cabrera e Thomas Richards). Conquistò il bronzo, e finì in ospedale. La seconda fu che come spettatore si presentò un tale che sosteneva di essere Pietri. Fu accolto con tutti gli onori: ospitato in un albergo di lusso, piazzato in tribuna d'onore accanto alla famiglia reale. Poi qualcuno scoprì che Pietri (quello vero) era morto da sei anni. L'impostore fu arrestato e spedito in prigione.

ROMA, 1908. Il primo italiano a salire sul gradino più alto del podio olimpico era stato - otto anni prima - un cavaliere, Giangiorgio Trissino, vincitore del concorso di salto in alto nell'equitazione. A Parigi, quell'anno, un altro azzurro s'era laureato olimpionico: Antonio Conte, nella sciabola. Ma la prima medaglia d'oro italiana se la appese al collo nel 1908 Enrico Porro, nella lotta. Si scoprì, infatti, che a Trissino e Conte nessuno l'aveva mai consegnata.

Quelle epiche Olimpiadi del 1908 non avrebbero dovuto svolgersi a Londra, ma a Roma. Dopo le delusioni provocate dai Giochi di Parigi (1900) e St. Louis (1904), l'infaticabile De Coubertin aveva avviato una trattativa con le nostre autorità (ottenendo l'appoggio del re Umberto I e del sindaco di Roma Enrico Cruciani Alibrandi); s'era incontrato persino con il papa Pio X, che aveva benedetto l'iniziativa. Il barone francese aveva scelto anche i luoghi più opportuni nei quali disputare le gare: le Terme di Caracalla per il pugilato e la lotta, Piazza di Siena per l'atletica, il Tevere (fra ponte Milvio e Ponte Margherita) per il canottaggio. Non se ne fece nulla: il governo Giolitti si oppose, per ragioni di bilancio. E Roma dovette aspettare cinquantadue anni per ospitare i Giochi Olimpici.

Nel 1960, tutto il mondo (in televisione) fu affascinato dalla cornice classica e monumentale dell'evento. L'etiope Abebe Bikila vinse la maratona, correndo a piedi nudi sui sampietrini vecchi di duemila anni, e alzò le braccia al cielo sotto l'arco di Costantino, in faccia al Colosseo. Piazza di Siena fu il teatro non delle gare di atletica, ma di equitazione, dove trionfò Raimondo d'Inzeo. Nella Basilica di Massenzio si svolsero le gare di lotta libera e greco-romana. Nel pugilato vinsero - fra gli altri - un certo Cassius Clay e un certo Nino Benvenuti. L'Italia ebbe 13 medaglie d'oro, 10 d'argento e 13 di bronzo. Il successo più inebriante fu quello di Livio Berruti, nei 200 metri. I cronometri si fermarono sul tempo di 20 secondi e 5 decimi: record del mondo. Uno stormo di colombi si sollevò sulla pista mentre il nostro campione tagliava il traguardo: un'immagine indimenticabile.

Quest'anno - come tutti sanno - le Olimpiadi avrebbero potuto svolgersi a Roma. La candidatura italiana ha dovuto cedere il passo ad Atene, per risarcirla del torto subito otto anni fa, nel centenario della prima edizione dei Giochi, quando i dollari dello sponsor (la bibita gassata più bevuta nel mondo) imposero la scelta di Atlanta, Georgia, deep south degli Stati Uniti. Eppure, anche quella fu una scelta a suo modo giusta, perché certificò in modo inoppugnabile la nuova realtà dello sport mondiale.

Oggi nessuno s'azzarda più a evocare il fantasma del dilettantismo (che costò ad Airoldi l'eliminazione nel 1896). Lo sport è un grandissimo business, ma non ha perso il suo fascino: le imprese, le emozioni, le delusioni cocenti, l'inebriante sensazione del trionfo, i record ai limiti delle possibilità umane, le rivalità. E quel senso di fratellanza universale che si respira comunque nel recinto olimpico. Le guerre non si fermano più, durante i Giochi (come accadeva nell'antichità). Spesso fanno addirittura da sfondo all'evento, oppure lo preparano. Come accadde nel 1936, a Berlino, quando Hitler celebrò la superiorità della razza ariana, ma fu costretto ad assistere ai trionfi di Jesse Owens, il nero americano che vinse le gare di velocità e il salto in lungo. Un eroe dei tempi moderni, come Koroibos duemilasettecentottanta anni fa.

Massimo Roversi