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Si ritorna a casa, 108 anni dopo. Ad
Atene, che fu la sede delle prime Olimpiadi moderne, scelta allora
dal barone Pierre de Coubertin, perché la Grecia era stata -
nell'antichità - la culla dei Giochi. Si sospendevano le guerre
(come tutti ormai sanno) perché gli atleti potessero sfidarsi nello
stadio di Olimpia.
Sono passati la bellezza di 2.888
anni da quando il re dell'Elide, Ifito, interrogò l'oracolo di
Delfi, angosciato per le guerre che mettevano una di fronte
all'altra le varie città della Grecia. L'oracolo - come era sua
abitudine - offrì una risposta non facilissima da decifrare. Disse
che occorreva ripristinare «i Giochi cari agli dei». E questo porta
ancora più indietro nell'orologio della storia, alla notte dei
tempi, quando il nostro pianeta era occupato soltanto dalle
divinità.
Si raccontava che Zeus avesse
organizzato allora un meeting sportivo per celebrare la propria
vittoria sul padre Saturno. Le prime medaglie toccarono - secondo
questa leggenda - ad Apollo, che nella corsa piegò Mercurio, e a
Marte, che nel pugilato non trovò rivali. Persino sulla mitologia,
comunque, esistevano pareri discordi. Qualcuno era pronto a giurare
che le prime Olimpiadi fossero state organizzate da Ercole che -
tra una fatica e l'altra - s'era voluto misurare in qualche
disciplina con altri eminenti eroi coevi. Non è facile, in mancanza
di testimonianze attendibili, stabilire quale delle due ipotesi
incontrasse un maggior numero di fautori all'epoca di Ifito (anche
lui, peraltro, personaggio leggendario).
E si salta così di cent'anni nella
memoria - al 776 avanti Cristo (23 anni prima che Romolo e Remo
fondassero Roma) - per offrire una data sicura. Da quell'anno parte
la cronologia ufficiale greca, e da quell'anno le gare furono
disputate ogni quattro anni (la stessa cadenza delle Olimpiadi
moderne), fino al 393 dopo Cristo (edizione numero 293) quando
furono abolite con un editto dell'imperatore romano Teodosio. La
prima edizione dei Giochi fu piuttosto rapida: si esaurì in pochi
minuti con una corsa di circa 200 metri, vinta da un certo
Koroibos, un pastore, cittadino dell'Elide, il cui nome fu inciso a
lettere d'oro nel marmo dello stadio di Olimpia.
Olimpia (ai piedi del Monte Olimpo,
dove abitavano gli dei) era un agglomerato di edifici sacri e di
palestre riservate alle attività sportive. Al centro, lo stadio, in
grado di ospitare cinquantamila spettatori. In alto - a dominare la
scena - sorgeva il tempio di Zeus, in marmo bianco, che aveva le
stesse dimensioni del Partenone, e conteneva la statua del padre
degli dei, scolpita da Fidia, e considerata una delle sette
meraviglie del mondo.
Nel 472 avanti Cristo (quando si era
giunti alla edizione numero 76 dei Giochi) il programma occupava
cinque giornate, tre riservate alle gare e due alla premiazione
degli atleti vincitori e alle cerimonie (strettamente religiose) di
apertura e chiusura.

DE COUBERTIN. Non si può fare un discorso sulle
Olimpiadi senza citare il barone De Coubertin, che fu l'artefice
della rinascita dei Giochi, negli ultimi anni del XIX secolo. Era
un aristocratico pieno di quattrini e con una smodata passione per
lo sport: buon ginnasta ed abile cavallerizzo, dedicò la propria
vita alla realizzazione del sogno di ridare vita alle Olimpiadi. Lo
prendevano per pazzo, ma alla fine riuscì a spuntarla. Nel 1894
fondò il Comitato Olimpico Internazionale (di cui sarebbe rimasto
presidente fino al 1925). La sua idea iniziale era di organizzare
la prima edizione nel 1900, con sede a Parigi, ma poi (su richiesta
dei delegati greci, e affascinato dall'idea di offrire un segno di
continuità ideale con l'antichità) sposò il progetto di esordire ad
Atene, nel 1896.
La formula (la stessa di oggi) fu
pronunciata da re Giorgio di Grecia il 6 aprile 1896 (lunedì di
Pasqua): «Proclamo aperti i Giochi della Prima Olimpiade dell'era
moderna». Non è chiaro - perché le fonti sono discordanti - se quel
giorno ci fosse il sole o se il cielo fosse nuvolo e promettesse
tempesta. Come buon augurio, tanto vale prender per buona la prima
versione (anche se qualche tragedia i Giochi l'hanno vissuta: le
interruzioni per le due guerre mondiali, gli scontri a Città del
Messico nel 1968, l'attentato contro gli atleti d'Israele nel
1972). I primi Giochi durarono dieci giorni (fino al 15 aprile).
Gli atleti presenti furono 295 (tutti uomini, come nell'antichità),
le discipline sportive 9, con 44 gare.
In quella prima edizione nessuno
parlò di doping, ma ci fu comunque uno scandalo. Il protagonista fu
un italiano, Carlo Airoldi, di Origgio (Saronno). Era partito a
piedi da Milano il 28 febbraio per partecipare alla maratona.
Arrivò ad Atene il 31 marzo, dopo aver attraversato tutti i
Balcani. Il Comitato Olimpico gli rifiutò l'iscrizione, ritenendolo
un professionista in quanto - l'anno prima - vincendo la
Torino-Barcellona (12 tappe, per complessivi 1.020 chilometri)
aveva percepito un premio di 15 lire (che gli aveva permesso di
tornare a casa in treno).
Una sfortuna per lui, una fortuna
per le Olimpiadi. In allenamento Airoldi aveva coperto il percorso
previsto in 2 ore e 44 minuti, 14 minuti meno dell'atleta che si
aggiudicò la medaglia d'oro nella gara più affascinante del
programma. Una fortuna per la manifestazione perché il vincitore fu
Spirydon Louis, un pastore di un villaggio dell'Attica, che correva
indossando il gonnellino bianco plissettato degli Euzones. La
vittoria di un greco nella maratona era il massimo che si potesse
sperare per lanciare le Olimpiadi. Cinquantamila persone in delirio
accolsero Louis nello stadio. I principi Costantino e Giorgio
affiancarono il vincitore negli ultimi metri, per poi issarlo sulle
loro spalle e portarlo in trionfo. Molte signore impazzite per quel
giovanotto gli lanciarono i propri gioielli; un sarto, un calzolaio
e un lustrascarpe gli offrirono i loro servizi gratis per tutta la
vita; un oste gli regalò dieci anni di pasti, i greci residenti in
Inghilterra gli donarono un podere. Il povero Airoldi commentò:
«Anche questi regali sono soldi. E sono tanti di più». Aveva
ragione lui, ovviamente. Ma sulla storia (e sulla pretesa) del
dilettantismo di ingiustizie ne sarebbero state commesse molte
altre, nei cent'anni a seguire.
Un altro maratoneta sfortunato fu,
nel 1908, a Londra, Dorando Pietri. Ventiduenne pasticciere a
Carpi, Pietri era un omino piccolo (un metro e sessanta) e
mingherlino, su cui nessuno dei giornalisti accreditati avrebbe
scommesso un penny. E invece risucchiò uno dopo l'altro tutti i
campioni che aveva davanti e si presentò nello stadio da solo. Ma
era allo stremo delle forze. Cadde, si rialzò, cadde di nuovo. Un
giudice lo sorresse, aiutandolo a tagliare il traguardo. Fu
squalificato. L'americano Johnny Hayes ebbe la medaglia d'oro. Lui,
Dorando, ricevette dalla regina Alessandra d'Inghilterra una coppa
d'oro, piena di sterline. Fu ricoverato in ospedale, dove gli esami
permisero di accertare che non era stata solo la fatica a
stroncarlo: s'era aiutato col solfato di stricnina, doping
rudimentale di quei tempi. Perché anche allora molti atleti si
aiutavano come potevano.
Quarant'anni più tardi, le Olimpiadi
si svolsero di nuovo a Londra, e si parlò ancora di Dorando Pietri.
Per due ragioni molto diverse fra di loro. La prima fu che nella
maratona un belga, Etienne Gailly, imitò in tutto e per tutto
l'impresa del pasticciere di Carpi. Si presentò per primo nello
stadio, barcollò, cadde, si rialzò. Fu superato pochi metri prima
del traguardo da altri due concorrenti (Delfo Cabrera e Thomas
Richards). Conquistò il bronzo, e finì in ospedale. La seconda fu
che come spettatore si presentò un tale che sosteneva di essere
Pietri. Fu accolto con tutti gli onori: ospitato in un albergo di
lusso, piazzato in tribuna d'onore accanto alla famiglia reale. Poi
qualcuno scoprì che Pietri (quello vero) era morto da sei anni.
L'impostore fu arrestato e spedito in prigione.
ROMA, 1908. Il primo italiano
a salire sul gradino più alto del podio olimpico era stato - otto
anni prima - un cavaliere, Giangiorgio Trissino, vincitore del
concorso di salto in alto nell'equitazione. A Parigi, quell'anno,
un altro azzurro s'era laureato olimpionico: Antonio Conte, nella
sciabola. Ma la prima medaglia d'oro italiana se la appese al collo
nel 1908 Enrico Porro, nella lotta. Si scoprì, infatti, che a
Trissino e Conte nessuno l'aveva mai consegnata.
Quelle epiche Olimpiadi del 1908 non
avrebbero dovuto svolgersi a Londra, ma a Roma. Dopo le delusioni
provocate dai Giochi di Parigi (1900) e St. Louis (1904),
l'infaticabile De Coubertin aveva avviato una trattativa con le
nostre autorità (ottenendo l'appoggio del re Umberto I e del
sindaco di Roma Enrico Cruciani Alibrandi); s'era incontrato
persino con il papa Pio X, che aveva benedetto l'iniziativa. Il
barone francese aveva scelto anche i luoghi più opportuni nei quali
disputare le gare: le Terme di Caracalla per il pugilato e la
lotta, Piazza di Siena per l'atletica, il Tevere (fra ponte Milvio
e Ponte Margherita) per il canottaggio. Non se ne fece nulla: il
governo Giolitti si oppose, per ragioni di bilancio. E Roma dovette
aspettare cinquantadue anni per ospitare i Giochi Olimpici.
Nel 1960, tutto il mondo (in
televisione) fu affascinato dalla cornice classica e monumentale
dell'evento. L'etiope Abebe Bikila vinse la maratona, correndo a
piedi nudi sui sampietrini vecchi di duemila anni, e alzò le
braccia al cielo sotto l'arco di Costantino, in faccia al Colosseo.
Piazza di Siena fu il teatro non delle gare di atletica, ma di
equitazione, dove trionfò Raimondo d'Inzeo. Nella Basilica di
Massenzio si svolsero le gare di lotta libera e greco-romana. Nel
pugilato vinsero - fra gli altri - un certo Cassius Clay e un certo
Nino Benvenuti. L'Italia ebbe 13 medaglie d'oro, 10 d'argento e 13
di bronzo. Il successo più inebriante fu quello di Livio Berruti,
nei 200 metri. I cronometri si fermarono sul tempo di 20 secondi e
5 decimi: record del mondo. Uno stormo di colombi si sollevò sulla
pista mentre il nostro campione tagliava il traguardo: un'immagine
indimenticabile.
Quest'anno - come tutti sanno - le
Olimpiadi avrebbero potuto svolgersi a Roma. La candidatura
italiana ha dovuto cedere il passo ad Atene, per risarcirla del
torto subito otto anni fa, nel centenario della prima edizione dei
Giochi, quando i dollari dello sponsor (la bibita gassata più
bevuta nel mondo) imposero la scelta di Atlanta, Georgia, deep
south degli Stati Uniti. Eppure, anche quella fu una scelta a suo
modo giusta, perché certificò in modo inoppugnabile la nuova realtà
dello sport mondiale.
Oggi nessuno s'azzarda più a evocare
il fantasma del dilettantismo (che costò ad Airoldi l'eliminazione
nel 1896). Lo sport è un grandissimo business, ma non ha perso il
suo fascino: le imprese, le emozioni, le delusioni cocenti,
l'inebriante sensazione del trionfo, i record ai limiti delle
possibilità umane, le rivalità. E quel senso di fratellanza
universale che si respira comunque nel recinto olimpico. Le guerre
non si fermano più, durante i Giochi (come accadeva
nell'antichità). Spesso fanno addirittura da sfondo all'evento,
oppure lo preparano. Come accadde nel 1936, a Berlino, quando
Hitler celebrò la superiorità della razza ariana, ma fu costretto
ad assistere ai trionfi di Jesse Owens, il nero americano che vinse
le gare di velocità e il salto in lungo. Un eroe dei tempi moderni,
come Koroibos duemilasettecentottanta anni
fa. |