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Si, viaggiare...

È il titolo di una delle canzoni più suggestive di Lucio Battisti. Ma quali, e quanti sono, tra il reale ed il metaforico, i significati del viaggio?

Immagine emblematica dei viaggi

Sì, viaggiare (...) dolcemente viaggiare, rallentando per poi accelerare, con un ritmo fluente di vita nel cuore, gentilmente, senza strappi al motore (...)». Parole leggere e solari quelle dell'indimenticato Lucio Battisti, capaci di esprimere la metafora del viaggio come attraversamento della vita. Frasi che vanno dritte al cuore, sussurrando. Che fanno venir voglia di partire, di scoprire, di conoscere il mondo, lasciandoci dietro i pesi, le responsabilità che quotidianamente ci trattengono a terra. Nessun altro sostantivo, forse, evoca una così grande vastità di esperienze e di misteri come la parola "viaggio": al tempo stesso immediata e semplice, complessa e articolata, contiene in sé un'infinità di significati, di universi, il senso profondo della nostra esistenza mortale.

E proprio ora, agli inizi di una nuova estate, il verbo "viaggiare" viaggia esso stesso da una bocca all'altra. Scivola tra le mani un po' sudate che sfogliano colorati dépliant pieni di promesse, non sempre mantenute. Ma cosa importa, adesso che le immagini azzurre e limpide di mari esotici, le candide cime di montagne rosate riempiono gli occhi e l'anima della voglia di andare, di partire, di lasciarsi dietro un anno di giorni tutti uguali, trascorsi tra le stesse pareti e le stesse facce?

Certo, da qualche tempo i nostri tour operator, le compagnie di volo e tutti coloro che lavorano nel turismo risentono della crisi dovuta all'insidiosa e diffusa sensazione di insicurezza che pervade tutti noi. La crisi di presenze investe soprattutto le mete più lontane, le tratte più lunghe, i luoghi più a rischio di attentati, di guerre, di guerriglie e altre calamità. Ma, nonostante minacce reali e pericoli immaginari, sembra proprio che una folla di vacanzieri sia già scesa sul piede di guerra per godere appieno del tempo finalmente sottratto al lavoro e alla routine. Tutto fa pensare che nel nostro Dna sia scritta, a grandi lettere, una istintiva nostalgia del Paradiso terrestre, di un Eden incontaminato verso cui siamo spinti a tornare.

Che importa poi se, dagli anni Sessanta, in coincidenza della grande espansione dei consumi di massa, questa ancestrale sensazione di perdita e di esilio si sia espressa molto prosaicamente nelle fughe verso spiagge più o meno esotiche, affollate, rumorose; nelle maratone turistiche, nello sviluppo di migliaia di foto decise a catturare l'essenza di luoghi e culture.

Da quegli anni, una volta esploso, il rito delle vacanze non ha più conosciuto tregua. Secondo le stime dell'Organizzazione Mondiale del Turismo, ogni anno 700 milioni di "nomadi del benessere" abbandonano le loro case alla ricerca di relax e divertimento, tanto da aver trasformato un'abitudine collettiva anche in una materia di studio, convincendo ricercatori di tutto il mondo della necessità di diffondere una sorta di "etica del turismo". Preservare il territorio, le bellezze naturali, rispettare le abitudini e i costumi locali per aprirsi al piacere di essere "altrove", senza pregiudizi.

Tutto questo fermento, questa frenesia prefestiva, in alcuni casi genera, in chi non ha alcun interesse a far parte del plotone dei "forzati delle vacanze", quasi una sorta di repulsione, la voglia di accendere il condizionatore e magari godersi le città deserte.

Ma, vacanzieri a parte, questo movimento verso qualcosa e via da qualcos'altro ci fa riflettere sui mille significati del viaggio, sugli spostamenti attraverso spazi e luoghi, che coinvolgono l'esteriorità ma anche le nostre mappe interiori, le profondità di quel mistero mai risolto che è l'animo umano, riproponendo la forza e la persistenza del mito e dell'immaginazione. Del resto, il fascino che il viaggio ha sempre esercitato è pieno di sfumature; la stessa storia della nostra civiltà è un lungo percorso che si estende attraverso i secoli, un tragitto pieno di ostacoli, di scoperte, di lotte per la sopravvivenza, alla ricerca di luoghi da rendere abitabili, da colonizzare, da addomesticare. Il viaggio ha da sempre rappresentato la metafora dell'ignoto; non a caso l'etimologia della parola, nella lingua inglese, implica l'idea di pericolo: travel, infatti, è immediatamente riconducibile a "travaglio", ed è molto simile al termine trouble, più o meno con senso analogo.

Ogni volta il viaggio ci introduce, appena varcata la soglia del già noto, in una dimensione senza confini, senza limiti, e sappiamo bene che al ritorno non saremo più gli stessi. Ogni tipo di viaggio - che si tratti dei primi passi di un bambino o del primo passo dell'uomo sulla Luna, di un lungo itinerario che ci porta in terre lontane o dell'immersione nel nostro mondo interiore - ha, come effetti più immediati, il movimento e il mutamento. L'Io che torna a casa, per necessità, per noia o per amore, per nostalgia, è lo stesso ma è anche un altro, comunque diverso da quello che è partito.

Chiaro è che la metamorfosi sarà più o meno significativa, in base alla natura del viaggio, al tempo che abbiamo trascorso lontani dalla nostra casa, dalla nostra patria, da quella che i tedeschi chiamano heimat, parola che, se non coincide con il termine "patria", traduce, in un senso più ampio, la terra dei nostri affetti, delle nostre radici, di tutto ciò che riconosciamo e che ci è familiare.

Le mitologie legate a viaggi e viaggiatori hanno da sempre abitato l'immaginario collettivo, esprimendo le metafore più varie, a metà tra fisicità e spiritualità, tra terra e cielo. Anche perché, quando si oltrepassa un confine, ci si trova di fronte alla scoperta di prospettive sconosciute, di orizzonti inediti. I racconti di viaggi e avventure richiamano alla mente di noi occidentali le esperienze di scoperta: non a caso gli storici fanno iniziare la storia moderna con il memorabile viaggio che coincise, nel 1492, con la scoperta dell'America.

Miti e narrazioni non hanno però per oggetto solo le imprese ardite di eroici navigatori; scrittori e poeti hanno spesso trasformato l'essenza del viaggio nel senso ultimo del destino umano, così come nell'Esodo narrato dall'Antico Testamento o come nell'affresco dantesco della Divina Commedia, dove il protagonista, fidandosi di guide esperte, si avventura negli abissi dell'animo umano, avvicinandosi, alla fine, alla luce del Paradiso.

Ma viaggiare non significa solo avere il coraggio dell'esploratore, nutrire un'insopprimibile sete di conoscenza o coltivare l'aspirazione a calarsi nelle pieghe più profonde dell'Io, come è accaduto, in modo sistematico, a partire dalla nascita della psicoanalisi. Il viaggio può rappresentare una necessità, come nel caso di chi non ha un destino felice nella propria terra e deve abbandonarla; per trovare un lavoro, con il cuore carico di speranze, di rimpianti e di illusioni.

La partenza, allora, coincide con una sensazione di perdita e di abbandono, sensazione amara, come hanno raccontato molti emigranti, che incontrando l'Altro hanno dovuto scontrarsi con diffidenza ed emarginazione. Da sempre la figura dello straniero sfida le regole della comunità, cui non appartiene, ma nella quale si ferma, anche se per un breve tempo. Che si tratti di un pacifico villeggiante, di un esploratore curioso, di un missionario, di un pellegrino o di un soldato, l'incontro con l'Altro rappresenta al contempo un rischio e un'opportunità, ma in ogni caso ci pone un problema di confronto, di alleanza, di ospitalità.

Partire può coincidere anche con una fuga verso la libertà, come si legge nei libri e nei film genere on the road; salire su un'auto e andare alla ventura può essere l'ultimo tentativo di chi avverte di non avere più scampo: così nel film Thelma e Louise, dove le due donne, costrette a fuggire da una serie sfortunata di eventi, intraprendevano un viaggio senza ritorno.

In un modo completamente diverso, la speranza accompagna i percorsi dei pellegrini, pronti a coprire lunghe distanze, affrontando mille ostacoli, per ottenere una grazia, per raggiungere luoghi considerati sacri. Certo, in passato il collegamento tra tempo e spazio era molto più diretto, e lungo tragitti perigliosi si aveva l'opportunità di farsi permeare dalle atmosfere dei luoghi che ci si lasciava alle spalle.

Se per l'Occidente i luoghi sacri sono identificati con la ricerca di un contatto salvifico - come nel caso di Lourdes o altri famosi santuari -, la concezione di vita alimentata dalla religione orientale tende a privilegiare il percorso stesso come viaggio di formazione. Come racconta Hermann Hesse, per il giovane principe Siddharta il pellegrinaggio è un mezzo per raggiungere la saggezza e la pace dell'animo passando per luoghi e persone.

In modo opposto, gli inizi Novecento hanno coinciso, per l'Europa, con la mistica della velocità: la rapida industrializzazione, il processo di urbanizzazione, la scoperta di nuovi media portarono a idealizzare le rombanti automobili da corsa, le fabbriche fumanti, i nuovi ritmi delle metropoli. I mezzi di comunicazione di massa - dalla stampa al cinema, fino ad Internet - hanno trasformato, nel corso di un secolo, la relazione tra l'individuo e il movimento, annullando le distanze spazio-temporali. A una concezione più romantica del viaggio è subentrato uno scenario in cui l'elemento prevalente consiste nella possibilità di conoscere, sapere, fare nuove esperienze in modo completamente mediato.

Ma oggi, dopo aver esplorato l'intero globo, dopo aver sondato i confini dell'universo, esiste ancora un altrove, un ignoto per l'essere umano? Abbiamo ancora la possibilità di metterci in viaggio per scoprire nuovi orizzonti? Forse, una soluzione potrebbe essere tornare a pensare al viaggio nel suo antico significato: di arricchimento spirituale, di conoscenza interiore, di apertura al mondo.

Laura Chiaronzi