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A rammentarlo, il 24 giugno 2003, è
stato il Ministro delle Politiche Agricole e Forestali Gianni
Alemanno, in occasione di una manifestazione tenutasi presso il suo
Ministero, in cui è stato presentato il progetto "K2 -
Cinquant'anni dopo", coordinato dal Comitato Ev-K2-Cnr, che vede
impegnati dallo scorso maggio, alpinisti e studiosi sul K2 (due
cordate alpinistiche raggiungeranno la cima risalendo lo sperone
"Abruzzi" e lo spigolo nord tra il 16 luglio e il 5 agosto 2004) e
sull'Everest (con fini prevalentemente scientifici).
Una spedizione che si propone quindi
di realizzare un risultato alpinistico ma anche un programma di
ricerca nei settori della medicina (in particolare della
fisiologia), della geodesia (che studia la forma e le dimensioni
della Terra), della glaciologia, delle scienze ambientali e
dell'ecocompatibilità. Ad esempio i risultati degli studi
sull'ipossiemia (relativi alla diminuita acidità) saranno applicati
ad altri campi della medicina, come alle malattie
cardiorespiratorie caratterizzate appunto da stati ipossiemici.
La "salute" del pianeta viene
monitorata attraverso prelievi di neve non contaminata ad altissima
quota e l'evoluzione del clima sarà poi analizzata attraverso i
movimenti dei ghiacciai. Per la prima volta viene definito un
protocollo di ecocompatibilità per dare un impulso alla crescita
della consapevolezza ambientale degli alpinisti ed un contributo
alle popolazioni locali che possono essere coinvolte nella gestione
dei materiali.
Nella spedizione viene impiegata una
strumentazione scientifica d'avanguardia, un Gps (Global
Positioning System) con georadar, che permetterà la parola fine
all'annosa controversia sull'altezza precisa dell'Everest e del K2.
Capo onorario della spedizione sarà lo stesso Ministro Alemanno,
capo effettivo Agostino da Polenza, l'alpinista che nel 1983 ha già
scalato il versante nord del K2 e che ha collaborato con il
professore Ardito Desio.
La squadra alpinistica della
spedizione si compone di 33 elementi. Ne fanno parte guide alpine
valdostane, i Ragni della Grignetta di Lecco, i Catores della Val
Gardena, alcune guide alpine e alpinisti piemontesi, lombardi,
veneti, abruzzesi e laziali: tra loro due donne, Nadia Tiraboschi e
Nives Meroi, e molti che hanno già conquistato gli 8.000 metri.
Un progetto che, sotto l'Alto
Patronato del Presidente della Repubblica, vede promotori
l'Istituto Nazionale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica sulla
Montagna (Inrm) e il Club Alpino Italiano, con un impegno dal
profilo culturale e con l'organizzazione di un trekking che
raggiungerà Concordia, uno dei luoghi più belli e selvaggi da dove
si ammira il K2.
Oltre a celebrare la ricorrenza, il
progetto vuole anche esprimere "dalla conquista alla conoscenza",
ovvero la massima diffusione di una lunga storia italiana nel
territorio del Karakorùm. E di ciò vogliamo parlare.
I PRECEDENTI. Quel 31 luglio
1954 fu un giorno particolare, non solo per l'alpinismo ma per
l'intero Paese, che, uscito dalle ansie e dalle frustrazioni della
guerra, aveva tanta voglia di riscatto. Anche l'alpinismo
rappresentò, all'epoca, lo specchio di una identità nazionale
carico di significati. Cosicché, con la fine della guerra, gli
"ottomila" himalayani divennero simbolo di riscatto per l'Italia,
conferma di potenza per altri Paesi.
Le nazioni dalle più antiche
tradizioni alpinistiche si divisero quasi per una sorte del destino
le cime più alte della Terra: l'Annapurna ai francesi (1950),
l'Everest agli inglesi (1953), il Nanga Parbat ai tedeschi (1953),
il Cho Oyu agli austriaci (1954). Agli italiani toccò il K2 (1954)
che, posto lungo la catena del Karakorùm (o Karakoram) nella
regione del Kashmir e al confine tra Pakistan, India e Cina, si
innalza in uno splendido ed evidente isolamento sulla parte più
alta (8.611 metri) del lungo ghiacciaio del Baltoro.
Una vecchia passione, quella tra il
nostro Paese e il Chogorì (Grande Montagna), ovvero il K2, tenuto
conto che già nel 1715 padre Ippolito Desideri raggiunse per la
prima volta la zona del Karakorùm e che, a metà dell'Ottocento,
erano iniziate le esplorazioni sul Baltoro con Roberto Lerco, di
Gressoney.
L'ipoteca morale dell'alpinismo
italiano sul K2 normalmente la si fa derivare dalla spedizione del
1909 compiuta da Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, Duca degli Abruzzi,
che, esplorata la montagna su tre versanti, attaccò lo sperone
sud-est, che da allora prenderà il nome di sperone "Abruzzi",
raggiungendo l'altezza massima di circa 6.000 metri. La via di
salita, alla prova dei fatti, si manifestò la migliore, tanto da
essere seguita anche dalle successive spedizioni americane di
Houston e Wiessner, nonché dalla nostra del 1954.
I risultati scientifici conseguiti
con tale spedizione furono la prima carta della zona disegnata dal
topografo Federico Negrotto, una documentazione fotografica di
Vittorio Sella, ancor oggi non superata, le ricerche geografiche di
Filippo De Filippi, tutti partecipanti alla spedizione stessa.
Un altro rappresentante di casa
Savoia-Aosta, Aimone, tornò sul K2 nel 1928-29, privilegiando
l'aspetto scientifico: si fece accompagnare da un giovane friulano
geologo-geografo, Ardito Desio, che legò, dopo questo viaggio, la
sua vita al K2. In quell'occasione Desio ebbe la possibilità di
esaminare da vicino tutte le maggiori cime della catena montuosa,
studiandone le possibilità alpinistiche. Si propose quindi di
tornarvi, tanto più che erano rimasti aperti molti problemi di
carattere scientifico. Nel 1936 tentò di promuovere una spedizione,
che tuttavia non ebbe luogo in quanto, nonostante il sostegno da
parte del Club Alpino Italiano, nel 1939 la guerra troncò ogni
iniziativa.
Altre spedizioni cercarono di
raggiungere la cima prima dell'impresa italiana: nel 1902 il
tentativo fu ad opera di una "cordata" internazionale, composta da
alpinisti austriaci, inglesi e da uno svizzero; la quota massima,
che fu raggiunta da Guillarmond e Vesseley, fu di 6.600 metri. Nel
1938 si ebbe poi la spedizione Houston, che raggiunse quota 7.925,
e nel 1939 quella di Wiessner, sino a quota 8.300; di nuovo Houston
nel 1953, la cui spedizione a quota 7.631 fu colta dal cattivo
tempo, che perdurò oltre dieci giorni, tanto da costringere i
componenti ad una inevitabile discesa, durante la quale una valanga
travolse uno di loro.
L'IMPRESA ITALIANA. Terminata
la guerra, Desio ripropone il progetto; l'ostacolo ora è di natura
finanziaria. Solo nel 1952 il Comitato Olimpico Nazionale Italiano
mette a disposizione alcuni mezzi necessari per una preliminare
ricognizione del territorio, che Desio compie insieme all'alpinista
Riccardo Cassin. Altri problemi burocratici fanno rinviare al 1953
la richiesta di autorizzazione ad una spedizione nel Baltoro per
l'anno successivo.
La positiva risposta del governo
pakistano, grazie anche al diretto interessamento del Presidente
del Consiglio dei Ministri dell'epoca, Alcide De Gasperi, perviene
sollecitamente, e forse anche inaspettatamente, proprio al rientro
in Italia di Desio. Le finalità della spedizione fissate da Desio
sono una di carattere alpinistico, con la scalata del K2, l'altra
scientifica, con il compito di portare a termine e di estendere gli
studi e le ricerche che lui stesso aveva iniziato nella precedente
spedizione del 1929 nei campi di geografia, geologia, geofisica e
scienze biologiche. Il piano finanziario dell'operazione viene
coperto dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dal Comitato
Olimpico Nazionale Italiano e dal Club Alpino Italiano, attraverso
anche una sottoscrizione effettuata nell'ambito delle singole
Sezioni del sodalizio.
Il piano operativo prevede quattro
fasi: una prima "organizzativa" (allestimento della spedizione in
Italia dal 25 novembre 1953 al 31 marzo 1954); una seconda
"preparatoria" (trasferimento dei componenti e del bagaglio
dall'Italia al Campo base e relativa acclimatazione ed allenamento
dei componenti); una terza "d'assalto" (allestimento dei campi
sullo sperone "Abruzzi", dei rifornimenti ai campi alti e conquista
della cima dal 10 giugno al 20 luglio 1954); un'ultima "conclusiva"
(rientro degli alpinisti in Italia dal 21 luglio al 16 agosto
1954). Solo la terza fase avrà un ritardo, causa l'eccezionale
inclemenza del tempo.
La compagine scientifica è scelta
personalmente da Desio: Paolo Graziosi, di Firenze, etnografo;
Antonio Marussi, di Trieste, geofisico; Bruno Zanettin, di Padova,
petrografo; Francesco Lombardi, di Firenze, geodeta e topografo
dell'Istituto Geografico Militare; Guido Pagani, medico. Gli
alpinisti sono, invece, soggetti ad una prova selettiva sulla base
di una segnalazione fatta da apposita Commissione del Club Alpino
Italiano. I nominativi: Erich Abram, di Bolzano; Ugo Angelino, di
Biella; Walter Bonatti, di Monza; Achille Compagnoni, di Cervinia;
Cirillo Floreanini, di Cave di Predil; Pino Gallotti, di Milano;
Lino Lacedelli, di Cortina d'Ampezzo; Mario Puchoz ed Ubaldo Rey,
di Courmayeur; Gino Soldà, di Recoaro; Sergio Viotto, di
Courmayeur, e Mario Fantin, di Bologna, fotografo e addetto alle
riprese cinematografiche.
Dal momento che nessuno aveva
effettuato ascensioni alpinistiche fuori dalle Alpi, vengono
predisposti campi invernali in alta quota: uno sotto il Piccolo
Cervino, a 3.880 metri; un altro sul Monte Rosa, tra la Capanna
Gnifetti e la vetta, a 4.638 metri. Ciò dà anche la possibilità di
sperimentare alcune attrezzature che "accompagneranno" la
spedizione. Esercitazioni sono compiute dai partecipanti sotto la
direzione di Ufficiali della Scuola Militare Alpina di Aosta.
LA SPEDIZIONE. Prima della
partenza i componenti sono soggetti a nuovi controlli ed esami
presso l'Istituto di Fisiologia dell'Università di Torino. Il 30
marzo tutto il materiale occorrente, del peso di 13 tonnellate, è
imbarcato a Genova con destinazione Karachi. Da qui la logistica è
trasportata a Rawalpindi e poi a Skardu, posta sulla riva sinistra
dell'Indo, ove giunge il 27 aprile.
Prima della partenza da quest'ultima
località, Desio effettua un volo di ricognizione intorno al K2 per
verificare le condizioni di innevamento delle parti alte vicino
alla cima. Alla spedizione, per conto del governo pakistano, si
aggiungono il colonnello medico Ata Ullah, altri tre ufficiali per
coordinare l'organizzazione dei trasporti, l'aiuto topografo
Bashadjian nonché 500 portatori.
Tutti i componenti della spedizione,
su tre scaglioni, lasciano Skardu tra il 30 aprile ed il 2 maggio,
raggiungendo il giorno 14 Concordia, il magnifico anfiteatro
montuoso alla confluenza dei due grandi rami d'alimento del
Baltoro: da qui il K2 si erge maestoso sullo sfondo del ghiacciaio
Godwin Austen (dal nome del topografo militare che nel 1861 esplorò
il ghiacciaio Baltoro e localizzò il K2). Il 31 maggio la
componente alpinistica della spedizione, con relativo bagaglio, si
riunisce al Campo base posto a 4.970 metri, con una temperatura di
-20°. Nel frattempo sono predisposti il Campo 2 (6.095 metri) e il
3 (6.378 metri).
La spedizione attrezza la lunga
cresta "Abruzzi" con corde fisse e, nonostante l'inclemenza del
tempo, vengono installati progressivamente gli altri campi alle
varie altitudini. La morte per polmonite che il 21 giugno colpisce
Mario Puchoz provoca uno smarrimento presto superato; la salma
dell'alpinista verrà deposta allo sperone di confluenza fra i
ghiacciai Godwin Austen e Savoia, presso il monumento dedicato
l'anno prima dalla Spedizione Houston alla memoria dell'alpinista
Gilkey.
Il 28 luglio viene piantato il Campo
8 a 7.627 metri; qui Compagnoni, prescelto da Desio per la
conquista della cima, e Lacedelli trascorrono una prima notte,
raggiunti poi da Bonatti e Gallotti. Il 30 luglio Compagnoni e
Lacedelli installano una tenda al Campo 9, a quota 8.060, mentre
Bonatti e Gallotti si sacrificano, scendendo al Campo 7 (7.345
metri) per prendere due bombole di ossigeno indispensabili per la
cordata finale. Entrambi risalgono poi al Campo 8, giungendovi a
mezzogiorno; nel pomeriggio Bonatti, con l'hunza (indigeno) Mahdi,
riparte con bombole e viveri in direzione del Campo 9. La notte li
sorprende a 7.990 metri: decidono di bivaccare sul posto senza
tenda!
Un'impresa, questa, del tutto
sensazionale, e che permetterà il successo finale. Il 31 luglio
Compagnoni e Lacedelli, recuperate a quota 7.990 le bombole,
risalgono sostenuti dall'ossigeno, che, tuttavia, si esaurisce
prima che gli alpinisti arrivino in cima. Ma essi non demordono.
Verso le 18 alla loro vista si apre l'orizzonte in ogni direzione:
sono in vetta! Piantano la bandiera italiana, quella pakistana e lo
stemma del Club Alpino Italiano.
Sostano circa mezz'ora prima di
ridiscendere per l'insidioso Couloir Wiessner. Alle 23 giungono al
Campo 8 accolti da Abram, Bonatti, Gallotti e dai pakistani Mahdi e
Isakhan, e successivamente da tutti gli altri componenti. Bonatti
darà in seguito una personale versione riguardo ad alcuni fatti
avvenuti nelle giornate del 30 e 31 luglio: nulla è stato tolto
all'eccezionalità dell'impresa, semmai è risultato ancor più
evidente l'apporto dell'alpinista, il cui valore, ampiamente
riconosciuto, non è stato mai messo in discussione.
La notizia fa il giro del mondo.
Quando arriva in Italia si fermano le fabbriche, si ferma il Paese.
Il 4 agosto il Corriere della Sera annuncia: "Gli italiani sulla
vetta del K2. Unanime ammirazione per la straordinaria impresa".
Dino Buzzati, in proposito, scrive: "Hanno vinto! Da parecchi anni
gli italiani non avevano avuto una notizia così bella. Anche chi
non si era mai interessato d'alpinismo, anche chi non aveva mai
visto una montagna, persino chi aveva dimenticato che cosa sia
l'amor di patria, tutti noi, al lieto annuncio, abbiamo sentito
qualche cosa a cui si era persa l'abitudine (…) una commozione, un
palpito, una contentezza disinteressata e pura".
IL RIENTRO. Al rientro della
spedizione in Italia i componenti sono accolti festosamente, Desio
è portato in trionfo. Ad amplificare l'eco dell'impresa
contribuisce non solo la radio, che aveva assicurato frequenti
collegamenti, ma anche e soprattutto la televisione, che proprio in
quell'anno aveva cominciato a trasmettere regolarmente.
Il Presidente della Repubblica,
Luigi Einaudi, che concederà onorificenze ai partecipanti, invia a
Desio un telegramma nel quale scrive: "Nell'apprendere notizia
della vittoria sul K2 sono lieto di esprimere ai valorosi
componenti la spedizione italiana le più vive felicitazioni mie e
del Paese tutto per il brillante successo raggiunto sotto la sua
sagace guida".
Non meno significativo il commento
sull'impresa da parte del professor Houston, che guidò l'ultima
spedizione americana nel 1953: «Il K2 era la più difficile montagna
del mondo da conquistare e costituiva la maggiore sfida all'ardire
dell'alpinismo mondiale». |