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Così caldo... da rabbrividire

Quanto c'è di realistico negli sconvolgenti fenomeni climatici che ispirano il già molto discusso film The Day After Tomorrow? Secondo gli scienziati, pur prescindendo da scenari apocalittici, gli elementi non mancherebbero...

Un poster del film The Day after Tomorrow, che racconta seppure in modo fantasioso e spettacolare i terribili effettti di un mutamento improvviso del clima della terra

Il 28 maggio scorso è apparso sugli schermi di tutto il mondo il nuovo kolossal hollywoodiano The Day after Tomorrow (nella versione italiana L'alba del giorno dopo), diretto dal tedesco Roland Emmerich, già regista di Indipendence Day. Il film - basato sul best seller The Coming Global Superstorm di Art Bell e Whitley Strieber, tradotto da Rizzoli con il titolo di Tempesta Globale (2000) - illustra e ricostruisce in maniera spettacolare gli effetti di un cambiamento climatico improvviso, che porta il nostro pianeta a vivere una nuova, drammatica, era di glaciazione. Tempeste furiose, inondazioni, uragani e grandinate abnormi riducono l'intero emisfero settentrionale del globo ad una sconsolata distesa di neve e ghiacci, sotto la quale restano seppelliti milioni di individui.

Ma quanto c'è di verosimile nella storia che ha ispirato il film? Si tratta, veramente, solo di una trovata cinematografica, con l'intento - molto ben riuscito - di stupire e inchiodare lo spettatore allo schermo o, in realtà, uno sconvolgimento del genere ha un minimo di fondamento scientifico? Senza voler avallare scenari apocalittici, cerchiamo di capire come stanno le cose, e riflettiamo su delle ipotesi che, seppure remote, hanno purtroppo una loro veridicità.

«Il riscaldamento globale della Terra è potenzialmente più pericoloso di qualsiasi forma di terrorismo»: questa è l'inquietante rivelazione di un rapporto "nascosto" del Pentagono, che il settimanale americano Fortune, e poi quello britannico The Observer, hanno recentemente portato alla ribalta della cronaca ("An Abrupt Climate Change Scenario and Its Implications for United States National Security" è il titolo completo del rapporto, redatto dal Reparto di Pianificazione strategica).

Invece di causare graduali cambiamenti, "spalmati" nell'arco di secoli, il riscaldamento globale - provocato soprattutto dall'aumento dei gas serra (vedi box) - potrebbe, in anticipo su ogni previsione, portare l'intero sistema climatico verso un punto di non ritorno, con conseguenze davvero disastrose per il pianeta e la sua popolazione.

Dietro la commissione dello studio c'è un "mostro sacro" del Pentagono, l'ottantaduenne Andrew Marshall, capo dell'Office of Net Assessment, un dipartimento strategico che si occupa di valutare i rischi connessi ad ogni possibile minaccia alla sicurezza nazionale Usa. Negli ultimi trent'anni, le opinioni di Marshall hanno sempre avuto una grande influenza sulle strategie dell'intero Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti.

Incaricati di redigere il rapporto sono stati Peter Schwartz e Doug Randall: il primo, consulente della Cia, già capo della pianificazione del gruppo petrolifero Royal Dutch/Shell, è uno dei più stimati futurologhi americani, collaboratore di Steven Spielberg per Minority Report; il secondo è membro di un prestigioso gruppo di consulenza californiano, il Global Business Network.

Il rapporto si concentra sull'analisi dei possibili sconvolgimenti ambientali e geopolitici che potrebbero derivare dal nuovo scenario climatico e, naturalmente, su quali potrebbero essere le conseguenze per gli Stati Uniti. Schwartz e Randall, oltre a consultare un'immensa bibliografia sui cambiamenti climatici, hanno parlato con eminenti studiosi provenienti da mezzo mondo, pregandoli di esporre senza remore i loro punti di vista.

Il risultato è il quadro di un pianeta che, dopo anni di avvertimenti più o meno espliciti, potrebbe dirigersi improvvisamente verso la catastrofe. L'aspetto paradossale di questa vicenda è che, proprio come nel film, in seguito ad un surriscaldamento generale del nostro pianeta, nel giro di qualche decennio potremmo trovarci a fronteggiare una specie di nuova glaciazione.

Il problema dell'effetto serra e dell'aumento della temperatura media del pianeta è, ormai, arcinoto. Tutti i modelli di previsione climatica, però, sono affetti da un grado di affidabilità relativo, a causa della loro intrinseca complessità: troppe sono le variabili in gioco, rispetto alle quali non si conoscono bene né il grado di sensibilità del sistema Terra-Atmosfera, né i possibili tempi di risposta di quest'ultimo alle continue sollecitazioni forzate dall'uomo.

Qualcuno, anzi, suppone che, se ancora non abbiamo visto gli effetti peggiori del riscaldamento globale, è proprio grazie a quest'enorme varietà di processi coinvolti, i quali, in assenza di un meccanismo che spinga l'equilibrio climatico verso una direzione decisa, portano a una sorta di autoregolazione del sistema. Alcuni ricercatori hanno mostrato come, aumentando gradualmente ma progressivamente il livello di CO2 (anidride carbonica), i modelli di simulazione prevedano una fase iniziale di riscaldamento lento, come se il pianeta fosse poco reattivo, seguita da una brusca accelerazione, che si manifesta con grande rapidità.

D'altronde, come insegna la paleoclimatologia (ovvero la scienza che si occupa di ricostruire la storia dei mutamenti climatici sulla Terra), un qualcosa di simile è già accaduto circa 10.000 anni orsono, con il cosiddetto Younger Dryas, un improvviso evento glaciale che portò variazioni di temperatura fino a 10 gradi in un lasso di tempo di appena 5-10 anni, e che fu preceduto da una lunga fase di riscaldamento del pianeta. E se una simile repentina transizione dovesse ripresentarsi ora? Quali potrebbero essere le conseguenze?

In effetti, destano preoccupazione nella comunità scientifica le avvisaglie di alcuni processi che, come bombe ad orologeria, potrebbero amplificare l'effetto serra ed innescare il tanto temuto aumento brusco di temperatura. Si pensi, per esempio, allo scioglimento dei ghiacci della tundra, sotto i quali sono intrappolate miliardi di tonnellate di anidride carbonica e metano. Oppure, alla distruzione in massa delle foreste, con la vegetazione che passerebbe da pozzo di assorbimento a fonte di emissione del carbonio immagazzinato durante la fotosintesi. O, infine, alla riduzione di superficie delle calotte polari, che rifletterebbero verso lo spazio una quota parte minore di energia solare.

Ancora un immagine dal film

L'accumularsi di questi - ed altri - effetti di cambiamento, potrebbe portare, con tempi e modi non prevedibili, a raggiungere ancora una volta quelle condizioni critiche che provocherebbero una reazione violenta del clima del pianeta. Come ha spiegato al settimanale Science l'affermato geochimico della Columbia University, Wally Broecker: "Gli effetti di una simile ipotesi sarebbero disastrosi: le temperature medie dell'Europa settentrionale scenderebbero da un minimo di 5 a un massimo di 11 gradi. L'Irlanda potrebbe avere un clima come quello del Labrador, in Canada, l'Islanda sarebbe in gran parte coperta dai ghiacci e il Nord Europa avrebbe un clima siberiano".

Per fortuna, i modelli utilizzati indicano sì un indebolimento delle correnti che portano calore verso il nord dell'Europa, ma anche che tale effetto è, per adesso, ampiamente compensato proprio dal riscaldamento diretto dovuto all'effetto serra. Per cui, come spiega sempre Broecker, "se la concentrazione di gas serra continuasse ad aumentare ai ritmi attuali, il tempo richiesto perché tutto ciò accada è più probabilmente un secolo, non una decade". Quindi il pericolo sembra ancora abbastanza lontano, anche se, lo ripetiamo ancora una volta, tante sono le incognite su cui si regge questo delicatissimo equilibrio.

Il punto fondamentale sul quale i Governi di tutto il mondo - specie quelli dei Paesi che sono i principali responsabili dell'immissione di gas serra nell'atmosfera - dovrebbero concordare, è che l'annoso dibattito sul clima deve smettere di restare confinato al mondo scientifico e d'accademia, per diventare piuttosto un cruciale action point nel panorama politico internazionale. Che ci vogliano infatti dieci, cinquanta, o magari cento anni, continuando di questo passo, senza una seria politica di riduzione delle emissioni inquinanti, prima o dopo il clima finirà per reagire in modo assai violento. E se non saremo noi a pagarne le dolorose conseguenze, toccherà comunque ai nostri figli o ai nostri nipoti.

Forse non è ancora troppo tardi, ma è tempo che i Governi mondiali scendano in campo, uniti, con delle contromisure efficaci. Nel frattempo, gli indicatori mostrano una lieve diminuzione della salinità delle acque del Nord Atlantico...

Raoul Cuminetti