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II Corpo d'Armata dell'Armir
(generale Zanghieri) con le Divisioni Casseria (Gazzale), Ravenna
(Dupont) e dietro la 27a Divisione corazzata tedesca, investito in
pieno della Operazione "Piccolo Saturno" ebbe la forza di resistere
48 ore. «Le nostre divisioni fecero l'impossibile per far fronte
all'avanzante falange corazzata sovietica. Degna di menzione la
Divisione Ravenna: tremila fanti vennero letteralmente schiacciati
sulle loro posizioni e l'artiglieria divisionale fece miracoli
durante la fase di ripiegamento» (De Risio). Mentre alcuni reparti
furono bloccati nella prima sacca, altri iniziarono il
ripiegamento.
A metà gennaio, l'offensiva
sovietica era al suo massimo sforzo, con un duplice obiettivo:
raggiungere Karkov e avvolgere dal nord il gruppo delle armate sul
Don (la II Unità ungherese, l'Armir, i resti della III romena) per
impedire il ripiegamento del gruppo d'armate tedesco che si trovava
nel Caucaso. Il 13 gennaio si frantumava il settore della II Armata
ungherese, le cui unità abbandonavano le posizioni mentre il XXIV
Corpo corazzato tedesco veniva travolto. Il fianco sinistro del
nostro Corpo Alpino era quindi completamente scoperto come sul
fianco destro. Venne portata a termine la seconda sacca dell'Armir.
Il Corpo d'Armata alpino, perduta la debole ma eroica Divisione
"Vicenza" (16 gennaio), chiusa anche al tergo, dovette arretrare,
seppure l'ordine ufficiale di ritirata avvenne solo il 25.

I prigionieri furono sottoposti a
marce forzate a 30 gradi sotto zero, senza cibo né riparo nella
notte, prima di giungere agli scali ferroviari dove vennero stipati
in piedi in 100 ogni vagone. Poi, l'arrivo nei famigerati lager,
senza riparo, cure mediche e praticamente affamati. Insomma,
assassinati con "metodo", come era avvenuto per le stragi degli
ufficiali polacchi a Katin e contro le varie popolazioni
assoggettate in combutta con Hitler.
In questi "campi" avvenne
l'ecatombe. Secondo l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore
dell'Esercito: «Le forze presenti e operanti all'inizio della
battaglia ammontavano complessivamente a 229mila uomini. Detratto
da tale cifra il numero dei feriti e dei congelati rimpatriati,
pari a 29.690, restano 199.310 combattenti. Alla conclusione della
battaglia mancavano all'appello 84.830 uomini. I superstiti furono
dunque 114.485. L'Urss ha restituito 10.030 prigionieri. Il numero
dei combattenti dell'8a Armata che non sono tornati in Italia dal
fronte russo ammonta pertanto a 74.800. Nessuno, né da parte
italiana né da parte sovietica, ha potuto indicare quale fosse, in
questa cifra, il numero dei morti e il numero dei dispersi».
Gli ultimi 12 prigionieri vennero
"scaricati" nell'Ost-Banhof di Vienna il 12 febbraio 1954. Tra
questi il colonnello Russo, il capitano Magnani, eroico combattente
della "Julia", il capitano dei Carabinieri Jovine, il maggiore
Massa e il tenente medico Reginata (il quale scriverà un
saggio-documento sulle nefandezze compiute sui prigionieri di
guerra).
Il 31 gennaio l'Armir cessava ogni
attività operativa. I ventimila reduci furono inquadrati in due
divisioni ricostituite, "Cosseria" e "Ravenna", nel quadro di un
eventuale nuovo II Corpo d'Armata. Dal 10 al 20 febbraio, il 6°
Reggimento bersaglieri del colonnello Mario Carlonì e gli
artiglieri della Sforzesca combatterono a Pavlograd.
A partire dall'8 marzo, incominciava
l'operazione "rientro", che si concludeva il 30 marzo per tutti i
Corpi d'Armata tranne che per il II (si era ipotizzata la
ricostituzione con nuove forze al comando del generale Arnaldo
Forgiero). Dal 22 aprile al 22 maggio 1943 anche il II Corpo
rientrava in Italia. Dopo l'armistizio del 1943 un centinaio di
soldati già dell'Armir, che si trovavano in Polonia o in Romania,
fu inquadrato in un battaglione misto e combattè a 60 km a sud-est
della zona di Kiev (tra di essi il capitano ventottenne Ugo D'Amico
Reitano che cadrà in combattimento il 28 dicembre 1943).
Il 7 dicembre 1950, ad una richiesta
fatta dall'Onu sulla sorte dei 63.654 prigionieri non ancora
rimpatriati, il delegato sovietico rispose senza reticenze che il
suo governo avrebbe impedito qualunque tentativo concernente la
raccolta di prove e di elementi circa la sorte di tali prigionieri.
Problema insoluto ancora oggi.
L'INVASIONE DELLA SICILIA. Lo
sbarco alleato nell'isola fu deciso nella conferenza di Casablanca
(14-24 gennaio '43) a fronte di altre due ipotesi: sbarco in
Provenza e a nord di Roma dopo l'occupazione di Sardegna e Corsica;
oppure nei Balcani, impedendo così all'Unione Sovietica
l'occupazione di mezza Europa. A Casablanca, inoltre, venne sancito
il principio della "resa incondizionata", che escludeva (caso unico
nella storia) possibilità di negoziati. Da qui, la "resistenza ad
oltranza" da parte di Germania e Giappone.
L'Italia continuerà a credere alle
dichiarazioni degli Alleati che «non combattevano i popoli ma i
Capi» (Potter-Chester e Nimitz), sperando così in una trattativa
che le permettesse, abbandonando l'Asse, di concludere una alleanza
con Usa e Gran Bretagna. Direzione dell'operazione ad Eisenhower,
che prevedeva di conquistare la Sicilia «in una settimana o poco
più» (A. Bryant); per Alexander il comando delle forze terrestri,
quelle navali a Cunningham, e aeree a Tedder.
L'obiettivo: raggiungere rapidamente
lo stretto di Messina per «intrappolare tutte le forze
italo-tedesche». Anziché una settimana impiegheranno però 37
giorni, senza riuscire a impedire un reimbarco per la Calabria
delle forze dell'Asse. Ecco le cifre ufficiali relative
all'evacuazione: 39.569 tedeschi, 75.000 italiani, 10.105
automezzi, 47 carri armati, 136 cannoni, 18mila tonnellate di
munizioni, carburante e materiali vari (persino 12 muli).
Per la campagna di Sicilia si
dibatte ancora oggi sugli aiuti, più o meno legali, che
contribuirono alla riuscita dello sbarco e della conseguente
operazione: dalla mafia emigrata negli Usa alla massoneria, ad una
fitta rete di spionaggio su tutto il teatro operativo, al
sabotaggio e alla propaganda disfattista che circolò tra le truppe
- soprattutto tra i nativi dell'isola - e la popolazione.
Le forze alleate impegnate furono
superiori a quelle impiegate in Normandia: 2.800 navi (tra cui 6 da
battaglia, 2 portaerei, 6 incrociatori e 24 caccia), 490mila uomini
(215mila americani della 7a Armata di Patton e 275mila britannici
dell'8a Armata), 600 carri, 1.800 cannoni, 14mila automezzi, senza
contare l'assoluto dominio dell'aria, con migliaia di aerei. Le
perdite indicano la violenza della campagna: caduti Usa e del
Commonwealth: 5.620, feriti: oltre 10mila; caduti italiani: 4.875,
tedeschi: 4.369 (totale 9.244). Perdite complessive dell'Asse in
morti, feriti, dispersi e prigionieri: 130mila italiani e 37mila
tedeschi. Nell'isola verrà insediato l'Amg (Governo Militare
Alleato). |