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Torino e la Santa Vergine

Ricorrono i 900 anni dal "Miracolo del cieco di Briançon". Un anniversario di grande significato per la città piemontese, profondamente legata alla Consolata ed al suo "Santuario"

L'immagine della Santa Vergine ritrovata nella città sabauda tra le macerie dell'antica Cappella delle Grazie

Vi sono date "forti" nella vita di individui, città e nazioni: veri e propri "giri di boa" temporali, indispensabili per capire gli avvenimenti ad essi collegati. Una di queste ricorrenze significative, a Torino, è il 20 giugno, data sottolineata ogni anno da una solenne processione in onore della Vergine Consolata. Anche quest'anno al corteo, svoltosi per le vie del centro storico, hanno preso parte autorità religiose, civili e una gran massa di fedeli. La processione, momento centrale nel culto della Consolata, ha assunto un significato particolare, ricorrendo i 900 anni dal cosiddetto "Miracolo di Briançon", che pose le premesse per la (ri)nascita del tempio e ha influenzato profondamente la vita della città fino ad oggi.



Per ricordare l'avvenimento, il 10 giugno l'Arcivescovo di Torino, Severino Poletto, ha avuto un solenne incontro con le maggiori autorità cittadine, durante il quale ha fatto loro dono di una medaglia appositamente coniata. A suggellare la ricorrenza, il successivo incontro in Curia con i 155 sindaci dei paesi dell'Arcidiocesi. La solennità data all'incontro ne spiega l'importanza: ma non si può cogliere il complesso legame storico, fideistico ed affettivo che lega Torino a quello che per antonomasia è il suo "Santuario" se non si getta luce su quell'avvenimento.

Alcuni studiosi ne fanno risalire la fondazione al primo vescovo della città, San Massimo, tra il IV e il V secolo, dimostrando l'assunto con la venerazione verso questa figura. Altri invece (e sono numerosi) collegano le origini del tempio e del culto della Consolata (e quindi della sua celebre processione) alla tradizione del "Cieco di Briançon", miracolo che risale al 1104 e prende il nome e le mosse in questa cittadina del Delfinato posta oltre le Alpi, a sentinella del Monginevro. Qui, 900 anni fa abitava un giovane di nome Giovanni Ravais (o Ravadii o Ravachio o Ravaja) "di casato distinto, ricco e tuttavia infelice perché cieco dalla nascita". Dice il cronista che "non trovava conforto alla sua grande sventura, se non in una soda religiosità e nella rassegnazione ai voleri di Dio, che spesso impetrava dalla Vergine Santissima, di cui era teneramente divoto".

Seppur cieco, in sogno Giovanni "vede" con gli occhi della mente una "celeste Signora con un bambino tutto grazia e maestà tra le braccia, raggiare di sovrumano splendore tra le rovine di un tempio". Se andrà a Torino e farà scavare nel luogo che gli verrà indicato, ritroverà un'immagine grazie alla quale recupererà la luce degli occhi. Al di là delle Alpi, nella città sabauda, giace effettivamente, tra le macerie di una cappella costruita dal re d'Italia Arduino (semidistrutta da scorrerie saracene) una preziosa immagine della Vergine. Giovanni espone ai due fratelli l'intenzione di recarsi nella città e li prega di accompagnarlo. Al loro rifiuto si rivolge, invano, ad altri parenti e amici, finché la sua fantesca (allettata dalla promessa di matrimonio) accetta di assecondarlo.

I due, nel cuore della notte, si mettono nascostamente in viaggio. A Pozzo Strada, tra Rivoli e Torino, gli occhi spenti di Giovanni vedono in lontananza una torre "e ai piedi di essa splendere un grande globo di fuoco, a guisa di sole, spandendo tutt'intorno fasci di luce luminosissimi". È il luogo verso cui procedere, ma fatti pochi passi il giovane ripiomba nella cecità. Giunto a Torino, chiede ai passanti dove siano la torre e le rovine della chiesa in una città che appare teatro in abbandono: guerre, pestilenze e razzie hanno infatto spinto molti torinesi anche illustri, tra cui il Vescovo Mainardo, a rifugiarsi fuori città.

L'arrivo del giovane cieco, di nobile aspetto, accompagnato dalla fantesca, non può non impressionare. La voce si diffonde, la notizia arriva agli orecchi del Vescovo, il quale ordina al popolo tre giorni di preghiere e digiuno. La mattina del 20 giugno Mainardo si reca con gran seguito di clero, autorità e popolo presso la torre di Sant'Andrea, quella apparsa in sogno a Giovanni, ed ordina di dar inizio agli scavi. In un turbinio di pale e picconi, ricompare tra le macerie l'antica cappella delle Grazie, fatta costruire novant'anni prima dal re Arduino, e riaffiora anche l'immagine di Maria Santissima "né deteriorata, né guasta", che il Vescovo mostra, dall'alto, al popolo rapito. Tutti ripetono con ardore la preghiera di Mainardo: "Ora pro nobis, intercede pro populo tuo, Virgo Consolatrix". Giovanni, prostrato ai suoi piedi, acquista istantaneamente la vista.

I torinesi decidono di ripristinare la cappella dissepolta e di riprendere il culto di Nostra Signora delle Consolazioni, che da allora non è stato più interrotto. Il miracolo del cieco, richiamato nell'odierno Santuario da varie lapidi e da sei icone dipinte da Felice Cernetti tra il 1742 e il 1748, viene concordemente giudicato come la causa prima dell'enorme incremento che il culto mariano ebbe nella chiesa.

Il prodigio e la preghiera di Mainardo, divenuta nei secoli la caratteristica invocazione degli abitanti della città, sono riportati nella lapide marmorea che il duca Carlo Emanuele I fece collocare nel 1595 sulla parete sinistra dell'atrio che conduce alla galleria degli ex voto. Cent'anni fa, in occasione dell'ottocentesimo anniversario, il miracolo venne solennemente ricordato dal Beato Giuseppe Allamano, Rettore del Santuario, che in tale occasione diede avvio a grandiosi lavori di ampliamento, che danno alla chiesa torinese il suo odierno aspetto.

Quanto al nome, se fino al Cinquecento la Vergine è sempre denominata come "Nostra Signora della Consolazione" o "Vergine Consolatrice", nel 1527 appare per la prima volta la dizione "Consolata" che sembra derivare dalla pronuncia tronca (alla piemontese) dell'appellativo latino "Consolatrix". È quella che ufficialmente e comunemente viene usata ancor oggi e che, al di là di ogni annotazione filologica, esprime, nella sua sintesi, tutto l'affetto e il senso di appartenenza della città alla Vergine. E viceversa.

Massimo Boccaletti