|
La storia, è stato detto, in fondo
non è altro se non un'infinita sequenza di parentesi che si aprono
e che si chiudono. Piccole, medie, grandi: tonde, quadre, graffe. E
quella che si è chiusa sul declinare dello scorso mese di maggio,
con la morte di Umberto Agnelli, è senza dubbio una parentesi
graffa. La sensazione che più o meno tutti, infatti, abbiamo
avvertito quando la notizia, che in un batter d'occhio ha fatto il
giro del mondo, si è diffusa dall'antico capoluogo sabaudo, è stata
che, con la dipartita del "Dottore", si sia definitivamente
conclusa un'epoca, e non solo un capitolo, della storia
d'Italia.
Timido, riservato, cortese ed
educato, il "principe ereditario" di casa Agnelli, come in tanti si
erano permessi di definirlo, è voluto uscire di scena
discretamente, come nel suo stile. Lasciando gli affetti terreni, a
69 anni di età, poco prima della mezzanotte del 28 maggio,
nell'abitazione immersa nel verde del parco "La Mandria", alle
porte di Torino. E di nuovo, dopo soli sedici mesi dalla morte
dell'Avvocato, la città si è ritrovata attonita, stupita, senza
parole. Ancora una volta seguita da presso dal Paese intero,
altrettanto sorpreso ed incredulo.
Sedici mesi, e la storia si ripete.
Sono le 7 e 11 minuti della mattina del 29 maggio quando l'Ansa
batte quelle tre parole: morto Umberto Agnelli. Semplicemente tre
parole. Ma da quel momento, al di là dell'umana partecipazione per
il doloroso evento, mille altre considerazioni attraversano la
mente di un gran numero di italiani. A partire da quelle sulle
disavventure di questa famiglia che, seppure baciata dai privilegi
(e che nell'immaginario di molti ha rappresentato l'aristocrazia
più ideale e insieme più concreta), è stata nel tempo segnata da
una tragica, infinita serie di lutti prematuri ed inattesi,
generazione dopo generazione. C'è però anche una domanda che, nei
primi momenti solo sommessa, si fa via via sempre più chiara: «E
adesso?». E il riferimento di ognuno, non c'è quasi bisogno di
dirlo, va a quell'acronimo di quattro lettere che suona Fiat, e
che, a differenza di molti altri, anche un bambino nel nostro Paese
sarebbe in grado di sciogliere: Fabbrica Italiana Automobili
Torino.
Se infatti il coinvolgimento dettato
dalle emozioni ha forse riguardato maggiormente gli italiani con
qualche primavera in più sulle spalle - e magari legati idealmente
al Dottore dalla stessa passione per il calcio (quando non per la
squadra della Juventus, che a lungo vide Umberto Agnelli nei ruoli
dirigenziali) - la notizia di questo decesso, giunta senza
preavviso alcuno da Torino, per la sua forza, per le sue
implicazioni, non poteva non imporre ai più una riconsiderazione,
un'analisi, come si suol dire, "a bocce ferme". Su quel che esso
può significare, per la Fiat, ma non solo per la Fiat: attraverso
la Fiat per l'intera industria italiana. Meglio, per il complesso
imprenditoriale del nostro Paese. In una parola: per il "Sistema
Italia".
Passato e futuro. Sedici mesi dopo, abbiamo detto. E
questa volta, tra le migliaia di persone che sfilano nella camera
ardente allestita in via Chiabrera - nella sede storica della
"Fabbrica", ovvero dove essa si insediò nel 1899 -, così come tra
gli analisti e i commentatori del mondo intero, e tra i loro
lettori, si percepisce, quasi si tocca con mano, un'incertezza
ancora maggiore di quella provata alla morte di Gianni Agnelli.

Allora, in neppure ventiquattr'ore,
era arrivata la risposta: all'Avvocato subentra il Dottore. Col
compito di «preparare il futuro». Il che voleva dire prendere in
mano le redini dell'azienda di famiglia e nel contempo far sì che
gli eredi si facessero le ossa, si irrobustissero le spalle. Ma
adesso, in questi ultimi giorni di maggio, Andrea e Anna (figli di
Umberto e di Allegra Caracciolo ed ultimi a portare il cognome
Agnelli), John Jacob, detto Jaki, e Lapo (nipoti di Gianni, nati
dalla figlia Margherita e da Alain Elkann), ossia i quattro nomi
del futuro della casata, appaiono a tutti ancora troppo giovani
(nessuno di loro ha più di trent'anni); ancora, solo, il futuro e
non il presente. Un'impressione di certo acuita dalla repentina
uscita di scena di Umberto, che non prima degli inizi dell'anno,
stando alle indiscrezioni, aveva scoperto di essere affetto da un
male che non perdona.
Quell'aria di incertezza,
quell'enorme punto interrogativo che pare disegnato, e sospeso a
mezz'aria, nei cieli d'Italia, ha però ulteriori motivazioni.
Quando il Dottore, il 28 febbraio del 2003, aveva assunto la
presidenza della Fiat, la situazione all'interno dell'azienda, in
realtà, era tutt'altro che facile. Il gruppo industriale degli
Agnelli stava affrontando infatti uno dei passaggi più delicati
della sua storia. Una crisi dura e complessa. Una crisi attorno
alla quale si era ritrovata a dibattere l'Italia intera, esprimendo
opinioni ed ipotesi, proponendo interventi e reazioni. Perché in
gioco vi era quella che, a detta dei più, è l'ultima grande
industria presente sul panorama nazionale (al 49° posto
nell'annuale classifica della testata statunitense Fortune, che
riporta le prime 500 società del mondo per fatturato). E qui,
allora, per poter capire, è forse il caso di fare un passo
indietro.
Tra gli anni Sessanta e gli anni
Ottanta del secolo scorso, l'Italia raggiunse la quinta posizione
nelle classifiche economiche internazionali. Ma a quel tempo essa
era «un grande Paese in un mondo piccolo». Forte dei suoi 55
milioni di abitanti, aveva tutte le potenzialità per rispondere
alle sfide che venivano proposte da un mercato planetario dove si
fronteggiavano relativamente pochi concorrenti. E proprio grazie
alle dimensioni ridotte di quel mercato, era in grado di produrre
tutto e di farlo con risultati più che efficaci. In quegli anni
raggiunse posizioni di assoluta rilevanza, posti di primo piano a
livello mondiale, in settori quali l'informatica, la chimica,
l'industria farmaceutica, l'elettromeccanica hight-tech,
l'elettronica di consumo, così come nell'aviazione civile e nella
produzione di automobili. Tutti settori di attività industriale
che, pur nati molti lustri, se non addirittura secoli, addietro
(basti pensare alla chimica), sono ancor oggi essenziali per ogni
economia: locale, regionale, continentale, mondiale.
Poi, l'azione concomitante di una
crisi che attanagliò il pianeta (per noi italiani tradottasi, tout
court, nell'austerity) e di vari altri accadimenti - che pur
riguardando campi diversi, quali quello finanziario, quello
imprenditoriale, quello politico, si intrecciarono strettamente tra
loro - ebbe effetti traumatici sulla nostra struttura industriale.
Tanto che oggi, se vogliamo recuperare la memoria di quegli antichi
successi, possiamo solo affidarci alle guide di turismo
industriale, pronte a segnalarci siti d'archeologia, musei e
archivi storici relativi all'industria. Con una sola eccezione, per
l'appunto: il settore automobilistico, ovvero la Fiat. L'ultimo
baluardo tricolore nei cosiddetti "settori strategici".
Un baluardo in crisi, però. Con un
dibattito serrato sviluppatosi attorno alle sue sorti,
giustificato, oltre che dagli specifici interessi di molti, anche
da un altro elemento: qualsivoglia sistema nazionale d'impresa
necessita di un equilibrio tra grandi, medie e piccole realtà
operative. Non solo perché grande impresa vuol dire "indotto",
ossia lavoro "a cascata" sul territorio: tante altre aziende che
attendono a specifici segmenti della produzione, su commessa; ma
soprattutto perché è la grande impresa a possedere la "massa
critica", ovvero la dimensione necessaria per affrontare le
aperture sui nuovi mercati e per dare corpo a progetti di ricerca
ed innovazione, fungendo da battistrada alle aziende più piccole
attive nel medesimo contesto. Una funzione, a ben guardare, ancora
più essenziale nel Bel Paese, che nel suo ricco tessuto di piccole
e medie imprese ha investito tutto il futuro.
La crisi della "Fabbrica" torinese
nasceva sia da una diversificazione, rivelatasi non felice, attuata
in tempi passati (ovvero dall'aver deciso di affiancare
l'originaria produzione automobilistica ad altre attività,
industriali, ma anche relative al più vasto settore dei servizi), e
sia, soprattutto, dalle difficoltà incontrate negli ultimi anni sul
mercato dell'auto, dove aveva visto progressivamente scendere le
proprie quote, tanto oltreconfine quanto sul territorio nazionale.
Una realtà che il Dottore conosceva bene. Al punto da sintetizzarla
in una sola frase, che dava nel contempo le coordinate di quelle
che sarebbero state le sue scelte come nuovo presidente Fiat:
«Questa (l'auto, ndr) è stata la nostra storia. Questo sarà il
nostro futuro».
Scelte coraggiose. Scelte tutt'altro che facili. Si
dovevano definire le strategie, ossia i piani, i passi, per portare
la grande impresa fuori dall'emergenza, e definitivamente. E furono
due le decisioni - non solo complesse, bisogna dire, ma che, a
distanza di qualche mese, appaiono anche molto coraggiose - prese
da Umberto, assumendosene tutte le responsabilità. La prima, quella
che possiamo considerare di fondo, fu il far riconvergere, il
riconcentrare nell'auto ogni risorsa dell'azienda («Questo sarà il
nostro futuro», appunto). La seconda, trovare nuovi dirigenti a cui
affidarsi e a cui affidare il piano di rilancio. Che tecnicamente
si svilupperà poi in dismissioni, contenimento dei costi, lancio di
numerosi nuovi modelli di auto.
Un'azione combinata, perciò, che, a
detta della gran parte degli analisti internazionali, ha permesso
di tracciare in modo chiaro il cammino da compiere per «superare il
guado», ossia per uscire dalla crisi. E che consente oggi alla
società, sempre secondo quasi tutti i commentatori, di contare su
una strategia definita, dagli obiettivi precisi, e su scadenze
determinate, tali da coprire un arco di tempo esteso almeno ai
prossimi dodici, quindici mesi. Un piano il cui esito, nonostante
si siano iniziati a registrare elementi positivi, è però ancora
incerto, in quanto legato ad altre scelte che dovranno venire
effettuate, all'interno dell'azienda ma non solo, da qui a
breve.
Ed è proprio questa incertezza che
dà concreto peso a quella inquietante domanda: e adesso, cosa
accadrà? Una domanda che - al di là delle migliaia di famiglie, da
Mirafiori a Melfi, per le quali ad essa è legato il poter finire o
meno di pagare il mutuo della casa, ma anche "solo" il riuscire ad
arrivare al 27 del mese - continuano a porsi in parecchi. Coscienti
del peso, diretto e indiretto, della Fiat nel panorama
italiano.
Come è ormai più che chiaro,
infatti, l'interrogativo che ha percorso alla morte di Umberto
l'intera penisola non riguarda solo l'azienda torinese: la sorte
della nostra industria automobilistica, per la sua collocazione
centrale nel sistema produttivo nazionale, è destinata,
inevitabilmente, a riflettersi sull'intero complesso
imprenditoriale italiano. Anche perché, e non è poco, far sì che il
marchio Fiat continui a parlare la nostra lingua vuol dire
combattere per evitare di trasformare il Paese in una colonia
industriale, senza più alcun potere decisionale sul proprio futuro,
così come sul proprio benessere.
L'esito è incerto, non vi è alcun
dubbio. Ma sembra proprio che gli azionisti di riferimento dello
storico marchio vogliano seguire passo passo la strada tracciata
dal Dottore. Non sembra infatti legata al caso la decisione di aver
chiamato a ricoprire il ruolo di amministratore delegato Sergio
Marchionne, manager di cultura italiana e di esperienza
sovranazionale, che viaggia per il pianeta accompagnato dalla fama
di risanatore d'aziende. Così come è tutt'altro che casuale la loro
volontà di affidare la delicata funzione di presidente a Luca
Cordero di Montezemolo, «uno di famiglia», come molti sanno, e che,
per casa Fiat, ha già riportato a trionfare negli autodromi di
tutto il mondo l'oggi invincibile Ferrari. Forse con la speranza
che la "Rossa di Maranello" funga, ancora una volta, da
apripista? |