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Fatta l'Europa, ora bisogna fare gli
europei". La celebre sentenza con la quale Massimo D'Azeglio aveva
salutato, con soddisfazione ed entusiasmo, ma anche con una punta
di realistico scetticismo, l'Unità d'Italia sembra adesso adattarsi
bene all'Europa e agli europei, dopo l'accordo raggiunto dai
venticinque capi di Stato e di governo, il 18 giugno scorso a
Bruxelles, sul testo definitivo della Costituzione dell'Unione.
L'Europa ha fatto un ulteriore e importantissimo passo in avanti
sotto il profilo della "forma giuridica", ma sarebbe, altresì,
sbagliato sottovalutare il passo indietro che ha registrato negli
ultimi tempi sotto quello del "consenso politico" delle sue
popolazioni.
Un conto sono, infatti, le forme
che, a partire dal 2007, dovrebbero regolare i comportamenti
istituzionali all'interno dell'Unione europea, un altro è il
consenso che i cittadini e i singoli governi europei vorranno e
sapranno dare in sede di ratifica del Trattato costituzionale. Un
conto è l'indubitabile successo fatto registrare a Bruxelles dal
Consiglio europeo, il primo vertice a Venticinque - che ha contato,
tra l'altro, l'introduzione di altre nove lingue ufficiali nel
lessico comunitario - sia pure attraverso un negoziato articolato e
difficile, un altro è la testimonianza di euroscetticismo che gli
elettori avevano fornito solo cinque giorni prima, il 13 dello
stesso mese, nelle elezioni generali per il Parlamento
dell'Unione.
Il risultato complessivo delle
elezioni - che secondo Mario Monti, il più autorevole fra i
Commissari di Bruxelles, «deve sicuramente far meditare» - è,
infatti, solo in apparenza in contraddizione con lo spirito che ha
animato positivamente la riunione del Consiglio europeo dei
Venticinque. In realtà, ne riflette le divisioni culturali, oltre
che storiche e politiche. Le stesse divisioni che avevano
accompagnato tutto il cammino del testo provvisorio di Trattato
costituzionale elaborato in diciassette mesi di lavoro dalla
Assemblea presieduta dall'ex presidente francese Giscard d'Estaing
e consegnato al Consiglio europeo di Salonicco il 20 giugno del
2003. La Conferenza intergovernativa (Cig), che si era aperta a
Roma il 4 ottobre dello stesso anno, ancora limitata a quindici
Stati, aveva, infatti, fallito l'obiettivo di varare la
Costituzione e il semestre di Presidenza italiana si era chiuso
senza che si fosse trovato un accordo, soprattutto sul sistema di
voto col quale prendere le decisioni - all'unanimità, a maggioranza
semplice, a maggioranza qualificata - e il numero di membri della
Commissione.
Giustamente, l'ambasciatore Sergio
Romano ha fatto rilevare, in un articolo di fondo sul Corriere
della Sera a commento dell'approvazione della Costituzione, che,
per giudicare l'operato del Consiglio europeo di Bruxelles,
bisognava gettare uno sguardo agli ultimi quindici anni
dell'Unione. Alla fine della Guerra fredda - ha ricordato Romano -
i Paesi dell'Europa centrale e orientale usciti dal dominio
sovietico avevano chiesto all'Europa di essere assistiti nella loro
difficile impresa di integrarsi nel mondo delle democrazie liberali
e del mercato capitalistico. L'Europa, tutta presa dal proprio
processo di integrazione economica e monetaria, li aveva aiutati a
smantellare l'economia dirigista, riservandosi di prenderne
successivamente in esame la domanda di adesione alla Comunità.
Forse, avevano sostenuto molti, fra
i quali lo stesso presidente della Commissione di Bruxelles,
Jacques Delors, sarebbe stato più opportuno ipotizzare un'Europa "a
due velocità". Una costituita dai dodici Paesi già aderenti, legati
fra loro da un Patto federativo; l'altra rappresentata dai nuovi
arrivati, collegata alla prima attraverso una grande zona di libero
scambio. Era prevalsa, invece, l'idea dell'allargamento tout court,
nel quale, peraltro, la Gran Bretagna aveva intravisto l'occasione
per contenere le spinte federaliste di gran parte dei suoi partner.
Dopo l'ingresso nel 1995 di Austria, Finlandia e Svezia, quello
degli otto Paesi ex comunisti, cui si erano aggiunti Cipro e Malta,
era diventato, a quel punto, improcrastinabile. Ma, da quello
stesso momento, il negoziato per dare all'Europa a quindici - e in
prospettiva a quella a venticinque - nuove regole decisionali più
vincolanti si era sviluppato nelle condizioni più difficili.
A Nizza, nel dicembre del 2000,
l'Europa aveva registrato una vera e propria battuta d'arresto,
così che la decisione successiva di affidare a una assemblea il
compito di redigere una bozza di Trattato costituzionale era parsa
un coraggioso tentativo di uscire dallo stallo nel quale il
processo di integrazione sembrava essersi arenato. Il tentativo,
con l'approvazione della Costituzione, ha avuto successo, ma la
strategia della Gran Bretagna, contraria alla creazione di
un'Europa autenticamente federale - conclude l'ambasciatore Romano
- può contare ora, nell'Unione, oltre che sulla Spagna, su tutti
gli otto ex satelliti dell'Urss, più interessati a preservare la
propria sovranità e ad avere più strette relazioni con gli Stati
Uniti che con l'Europa di Bruxelles, alla quale pur appartengono
adesso a pieno titolo.
La diffidenza dei Paesi ex comunisti
dell'Europa centrale e orientale di fronte alla prospettiva di
un'Europa federata che riproponga, a livello continentale, il
modello giuridico tedesco e politico francese, centralistico e
burocratico, in una parola, giacobino e napoleonico, nasce dal
ricordo di ciò che è stata la loro associazione all'Unione
Sovietica. Essi intravedono, cioè, in un'Unione europea
strettamente federata, all'interno della quale le decisioni
finiscano con riflettere gli interessi e la volontà dei Paesi
maggiori, Francia e Germania soprattutto, una sorta di
riproposizione - sia pure in una chiave democratica e capitalistica
di gran lunga più accettabile - del Comecon, l'organismo con il
quale l'Unione Sovietica aveva legato a sé, in una condizione di
subordinazione, le economie dei propri satelliti. Gli otto dell'ex
Comecon hanno, in sostanza, una qualche nostalgia per il modello di
sviluppo comunista - che garantiva loro stabilità e piena
occupazione - ma non ne hanno alcuna per il modello politico di
associazione con l'Urss che ne mortificava la sovranità e la
libertà.
Perciò, anche relativamente agli
assetti che l'Unione europea è destinata a assumere, la tendenza
dei Paesi dell'Est-Europa è di vedere nel modello di democrazia e
di federalismo americano un esempio migliore e più appetibile di
quello dell'Europa unita. L'Europa, secondo i governi di Varsavia
piuttosto che di Praga e di Budapest e degli altri Paesi ex
comunisti, non dovrebbe pensare a se stessa come a un super-Stato
federale, ma come a un sistema di governo a più livelli, cioè a un
governo organizzato in base a criteri diversi da quelli dello Stato
nazionale, che sono piramidali e gerarchici.
Il fortissimo astensionismo che ha
caratterizzato le elezioni per il Parlamento europeo in quei Paesi,
rispetto all'entusiasmo con il quale le loro popolazioni avevano
accolto la prospettiva di integrazione nell'Unione, è stato,
dunque, la manifestazione politica di questa sorta di riflesso
condizionato storico. È stata l'espressione di una difesa a
oltranza di una libertà conquistata da troppo poco per essere in
qualche modo condizionata da un progetto istituzionale cui avevano
originariamente aderito con sincero interesse.
L'aspetto paradossale della vicenda
viene dal fatto che l'Unione europea, contrariamente ai timori dei
Paesi in questione, è già un sistema di governance piuttosto che di
government, cioè, come ha scritto Sergio Fabbrini sull'ultimo
numero della rivista Il Mulino, «un particolare sistema politico
nel quale il processo decisionale non è organizzato attorno a
strutture verticali di governo, ma a relazioni orizzontali di
deliberazione». Un sistema, cioè, che rende l'Unione europea assai
più simile agli Stati Uniti di quanto non sembri. Presidente e
commissari della Commissione di Bruxelles sono sottoposti al vaglio
dell'Euro-Parlamento attraverso un esame scritto e un'audizione
orale individuale prima di ottenerne il voto di fiducia. «Solo
negli Stati Uniti, ma non nei singoli governi europei», dice Mario
Monti, «c'è un sistema simile di controllo da parte del
Senato». |