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La s'è la storia (con l'iniziale
maiuscola) e c'è la leggenda. Talmente intrecciate che è difficile
distinguere la prima dalla seconda. Il personaggio è leggendario:
un eroe tramandato nei racconti dei secoli bui e reso immortale
nelle canzoni epiche dell'Ottocento. Ricordate Carducci? «Or si fa
innanzi Alberto di Giussano / di ben tutta la spalla egli soverchia
/ gli accolti in piedi al console d'intorno». Otto anni prima i
Comuni della Lombardia si erano alleati, formando la Lega.
Quell'accordo era stato formalizzato in un giuramento. Ricordate
Berchet? «L'han giurato. Gli ho visti in Pontida / convenuti dai
monti, dal piano. / L'han giurato; e si strinser la mano /
cittadini di venti città». Per i patrioti risorgimentali quel patto
e la successiva vittoria di Legnano (nella quale l'eroe veniva
identificato in Alberto da Giussano, raffigurato con il teschio sul
petto, emblema della "Compagnia della morte", di cui era il
comandante) furono uno dei simboli delle tante guerre sostenute
dagli italiani per difendersi dagli invasori stranieri. Come i
Vespri Siciliani, la guerra dei fiorentini contro l'esercito di
Carlo V, come Balilla a Genova per lanciare l'insurrezione contro
gli austriaci. «Dall'Alpe a Sicilia / Dovunque è Legnano», scrisse
Goffredo Mameli nel Canto degli Italiani.
Partiamo dalla leggenda, che
riguarda il protagonista, Alberto da Giussano. Non esiste alcuna
prova che il valoroso guerriero sia realmente vissuto. L'unico
elemento certo sul suo conto è la paternità letteraria, che data
alla prima metà del XIV secolo. Prima d'allora nessun documento
comprova l'esistenza del personaggio. Il "padre" dell'eroe è un
frate domenicano, Galvano Fiamma, filosofo e teologo, insegnante di
filosofia a Pavia e di filosofia morale a Milano, cappellano alla
corte di Galeazzo Visconti. Con l'evidente proposito di compiacere
il suo signore, il frate scrisse una monumentale cronaca storica
della città di Milano che abbracciava tutto il Medioevo. È in
quelle pagine che compare per la prima volta il nome di Alberto e
il racconto delle gesta della Compagnia della Morte da lui
comandata. Per formarla - racconta Galvano - si reclutavano i
novecento uomini più valorosi fra i cavalieri milanesi. Una specie
di corpo speciale o, per rimanere nel clima di quei secoli, di
ordine religioso-cavalleresco (con regole analoghe a quelle dei
templari). Per entrare a farne parte, i candidati dovevano
formulare un giuramente che prevedeva di «contrastare l'imperatore
in qualunque luogo e circostanza, in marcia, sul campo, senza mai
darsi vergognosamente alla fuga». Vincere o morire, dunque. Senza
altre possibilità. L'impegno era esplicito: se un cavaliere si
fosse ritirato in battaglia, sarebbe stato affidato alla scure del
boia, che lo avrebbe decapitato. Un'ipotesi raccapricciante, ma
anche il segno della fedeltà assoluta.
Il giuramento contribuisce a
spiegare il fascino che la Compagnia e il suo capitano esercitarono
sui poeti romantici del XIX secolo. Vala la pena di citare ancora
Goffredo Mameli: «Siam pronti alla morte / siam pronti alla morte /
Italia chiamò». Il patriottismo nell'accezione più alta. I
cavalieri della Morte erano riconoscibili per un anello d'oro,
uguale per tutti. Erano alti, belli, fortissimi. Descritti come
giganti mitologici. Oppure come i paladini del re di Francia. Le
loro imprese - arricchite o semplificate nel corso dei secoli,
anche per tradizione orale - erano mirabili e stupefacenti. Secondo
il racconto originale di Galvano Fiamma, il giorno della battaglia
di Legnano, Alberto apparve sul campo alla testa dei suoi prodi,
affiancato da due fratelli, Otto e Rainero, possenti e vigorosi
quanto il fratello maggiore. Nelle versioni successive della storia
i fratelli scomparvero dalla scena.
Gli storici dei secoli seguenti non
hanno potuto ignorare gli elementi simbolici presenti nel racconto
del frate. I cavalieri sono novecento (un numero multiplo di tre,
che rappresenta la perfezione). Anche i fratelli sono tre. L'anello
d'oro è un segno di fedeltà e di giuramento religioso. La loro
statura è un segno visibile della loro superiorità. Ma non basta:
nel racconto si dice che - ricorrendo il 29 maggio, giorno della
battaglia, la festività dei santi Alessandro, Sisinio e Martirio
(le cui ceneri erano conservate nella basilica milanese di San
Simpliciano) - le anime dei tre santi presero l'aspetto di colombe
e, attraversato il campo di battaglia, andarono a posarsi sul
pennone del Carroccio. La loro apparizione sconvolse Barbarossa
che, vistosi perduto, si dette alla fuga. (Non soltanto nell'Iliade
l'intervento divino risolveva le battaglie. È interessante notare
come una leggenda analoga circolò per una battaglia combattuta a
Parabiago fra gli Scaligeri di Verona e i Visconti di Milano,
proprio negli anni in cui Galvano scriveva le sue Cronache
milanesi: l'apparizione di Sant'Ambrogio fu risolutiva per le sorti
dello scontro: i nemici «stupefatti e abbagliati dal riverbero di
insoffribili splendori, rimasero totalmente perduti d'animo e di
forze». Luchino Visconti rientrò a Milano da eroe e salvatore della
patria).

LA BATTAGLIA. La ricostruzione storica della
battaglia di Legnano offre particolari maggiormente realistici e
documentati. Nella primavera del 1176 Federico Barbarossa si
trovava a Como (città a lui fedelissima) con circa 2.500 cavalieri,
molti dei quali erano appena giunti dalla Germania. L'imperatore
mosse di lì per raggiungere le forze italiane a lui fedeli, che
erano concentrate a Pavia. L'esercito della Lega - che era
numericamente superiore - si mise in marcia per dare battaglia.
L'impatto fra i due schieramenti si verificò ai margini di un bosco
e colse di sorpresa gli uni e gli altri. In una primissima fase la
cavalleria di Federico ebbe la meglio, nella consapevolezza,
tuttavia, che i rapporti di forze giocavano a favore dei Lombardi.
Furono in molti a consigliare al Barbarossa di ritirarsi. L'uomo
aveva però un'altissima considerazione della propria dignità
imperiale, e giudicava del tutto inopportuno offrire al nemico un
segno della propria debolezza e della propria paura. Dette quindi
l'ordine ai suoi di passare all'attacco. Ci fu un secondo scontro
fra le due cavallerie che vide di nuovo prevalere i tedeschi (i
quali erano meglio addestrati e maggiormente esperti). Barbarossa
decise a quel punto di concentrare l'attacco sulla fanteria della
Lega, raccolta intorno al Carroccio.
I fanti lombardi - che non erano
soldati professionisti, ma uomini arruolati per l'occasione -
fornirono una prova di grande eroismo. Rimasero compatti, opponendo
un autentico muro alla carica della cavalleria imperiale. Quando lo
stesso Barbarossa fu disarcionato, i suoi uomini ebbero un vistoso
sbandamento. La battaglia era persa. Fu lo stesso imperatore a
ordinare la ritirata. Sopraggiunse a quel punto la cavalleria
milanese (che era riuscita a riorganizzarsi e a serrare di nuovo le
proprie file dopo le incertezze iniziali), che attaccò il fianco
dell'armata imperiale, costretta a una fuga precipitosa e
disordinata verso il Ticino.
VENEZIA E COSTANZA. I
milanesi si affrettarono a comunicare ai loro alleati la vittoria
ottenuta sul campo. «Abbiamo riportato sui nemici un glorioso
trionfo. Il numero degli uccisi, degli annegati, dei prigionieri è
incalcolabile. Abbiamo lo scudo dell'imperatore, la bandiera, la
croce e la lancia. Nelle sue casse abbiamo trovato molto oro e
argento, e ci siamo impadroniti di un bottino di cui sarà difficile
calcolare il valore. Non consideriamo nostro quel bottino, ma
vogliamo condividerlo con il Papa e con gli italiani. Tutti i
prigionieri, talmente numerosi da non poterli contare, sono
detenuti a Milano».
La lettera inviata dai milanesi
dimostra come la diplomazia avesse già imparato le proprie regole
nel XIII secolo. Condividere il bottino (e la gloria) con le altre
città e con l'autorità del papa era un modo per rinsaldare le
alleanze ed evitare che si incrinasse il fronte italiano nel timore
che Milano covasse intenzioni egemoniche.
Anche Barbarossa dimostrò sagacia
politica e diplomatica. Resosi conto che i rapporti di forza erano
mutati e che dopo Legnano sarebbe stato impossibile proseguire la
guerra contro il papa e contro i comuni dell'Italia settentrionale,
l'imperatore si preoccupò di dividere il campo nemico, cercando una
pace separata con il papato. Che fu siglata nel 1176 a Venezia.
Riconoscendo la legittimità del pontefice Alessandro VI, Federico
pose fine a una lotta che si protraeva da vent'anni, sconfessando
automaticamente l'antipapa che allora regnava per volontà
imperiale. I milanesi, in effetti, si sentirono traditi, temendo
un'alleanza che li avrebbe schiacciati.
In realtà, Barbarossa non aveva
alcuna intenzione di riprendere la guerra con loro. Da politico
abilissimo riuscì a convincerli a deporre le armi, offrendo loro la
pace, che fu stipulata a Costanza nel 1183. Era talmente abile che
quel testo suona come una concessione dello sconfitto ai vincitori.
Federico perdonava «con clemenza tutte le offese e le colpe con cui
avevano provocato la nostra indignazione», contando sui «fedeli
servizi della loro devozione che siamo certissimi di ricevere da
loro in futuro». Le parole, tuttavia, mascheravano una sostanza
alquanto diversa. Alle città lombarde l'imperatore riconosceva il
diritto (da loro rivendicato) di gestire in proprio la riscossione
delle imposte, di controllare strade e ponti, di amministrare la
giustizia civile e penale, di provvedere autonomamente alla propria
difesa fortificando le mura cittadine. Continuava a pretendere il
pagamento di un'imposta ogni volta che fosse entrato in Lombardia
(garantendo però che non si sarebbe trattenuto a lungo in nessuna
città) e stabiliva che i consoli eletti dai cittadini dovessero
ricevere da lui l'investitura formale: che era, appunto, un atto
formale e non sostanziale.

I Comuni avevano vinto. Anche se non
era una vittoria definitiva, come sarebbe risultato evidente una
cinquantina d'anni più tardi quando il nipote di Barbarossa,
Federico II di Svevia, avrebbe sconfitto la Seconda Lega Lombarda,
catturandone il Carroccio nella battaglia di Cortenuova. Ma la
battaglia di Legnano merita un posto importante nella storia
d'Italia. Non per la ragione celebrata nell'Ottocento, quando
veniva ricordata come una delle occasioni eroiche nelle quali gli
italiani avevano cacciato gli stranieri dal suolo nazionale, quanto
piuttosto perché valse ad affermare (e ad imporre) un modello
civile e sociale che era allora squisitamente italiano.
Il resto dell'Europa era una landa
feudale dove contavano soltanto i nobili, proprietari terrieri che
raccoglievano intorno ai loro castelli contadini e artigiani al
loro totale servizio. L'Italia era già divisa in città e campanili.
E i cittadini avevano diritti sconosciuti ai sudditi dei feudatari.
Questo specifico avrebbe consentito nei due secoli successivi uno
sviluppo civile, sociale, culturale e politico che non ebbe
paragoni altrove. Per questo l'Italia conobbe il Rinascimento,
mentre gran parte del continente navigava ancora nelle tenebre del
Medioevo. Ma questa fu anche la condanna della Penisola, che
avrebbe faticato fino all'Ottocento per dirimere le controversie
fra le varie Signorie e raggiungere l'unità nazionale.
Alberto da Giussano, eroe autentico
o leggendario, fu l'espressione di una città (o di una regione),
non di un'intera Nazione.
Un tale Barbarossa
Un cronista del tempo (Acerbo
Morena) ci ha lasciato un ritratto fisico dell'imperatore Federico.
Aveva gli occhi celesti, le mani lunghe e affusolate. Era di media
statura, aveva capelli ricci ed era rosso di barba (elemento
indubitabile, visto il soprannome con il quale è passato alla
storia). Era un uomo di gusti semplici, devoto senza essere
bigotto, condottiero esperto in tempo di guerra, governante
moderato e assennato in tempo di pace.
La storia ce lo ha tramandato come
un despota preoccupato di salvaguardare un ordine feudale superato
dai tempi. In realtà Federico, quattro secoli e mezzo dopo
l'incoronazione di Carlo Magno, tentò di salvare l'impero, minato
alle fondamenta dalle lotte intestine. L'Italia dei Comuni era - in
questo senso - la regione critica dell'impero. Le città si
combattevano fra di loro per il predominio (un fenomeno che sarebbe
durato molto a lungo nella Penisola). Contemporaneamente raggiunse
il suo punto più alto anche l'antico dissidio fra l'Impero e la
Chiesa. Dai tempi di Carlo Magno i due poteri si legittimavano a
vicenda: l'imperatore doveva essere incoronato dal papa, mentre
l'elezione del pontefice era sottoposta al veto imperiale. Ma
spesso la coesistenza si rivelava complicatissima. Così accadde nel
1159, alla morte di Adriano IV.
Il conclave che si riunì per
eleggere il successore si divise fra i cardinali filo-imperiali e
quelli anti-imperiali. Il primo partito sosteneva il cardinale
romano Ottavio Monticelli, il secondo appoggiava la candidatura del
senese Rolando Bandinelli che fu eletto papa e assunse il nome di
Alessandro III. Ma al momento dell'incoronazione in San Pietro, i
seguaci di Monticelli gli strapparono il manto pontificale per
poggiarlo sulle spalle del loro favorito. La basilica si trasformò
in un campo di battaglia. Nella contesa prevalsero i filo-imperiali
che elessero papa Monticelli, con il nome di Vittore IV. I romani
(che avevano festeggiato l'elezione di Alessandro) dimostrarono la
loro imparzialità, acclamando Vittore. Qualche giorno più tardi
anche Alessandro fu consacrato papa, a Ninfa (nel basso Lazio),
dove si era rifugiato, con l'aiuto di alcuni nobili romani.
Barbarossa tentò di comporre il dissidio, convocando un sinodo a
Pavia, al quale invitò i due contendenti. Ma Alessandro III si
rifiutò di parteciparvi e lanciò la scomunica contro l'imperatore e
l'antipapa. Due successivi Concili allargarono ulteriormente la
frattura: il primo (tenuto a Tolosa) si pronunciò a favore di
Alessandro, il secondo (a Lodi) confermò l'elezione di Vittore. Nel
frattempo Barbarossa riceveva le lamentele e le suppliche di alcune
città lombarde (prima fra tutte Lodi) che si sentivano minacciate
da Milano che aspirava a un ruolo egemonico nella regione.
Milano subì un lungo assedio. Per
indurre la città a capitolare, l'imperatore si dimostrò spietato.
Ricorse alle torture dei prigionieri (che erano la regola in quei
tempi), ridusse gli abitanti alla fame. La città chiese di trattare
la resa. Barbarossa replicò dando ai milanesi otto giorni di tempo
per sgombrare la città, annunciando che l'avrebbe rasa al suolo.
Mantenne fede alla promessa, ordinando ai suoi soldati di
risparmiare soltanto gli edifici religiosi. Correva l'anno 1162. I
Comuni che avevano parteggiato per Milano si sottomisero
volontariamente a Federico Barbarossa. Ma meditavano (e preparavano
in gran segreto) la riscossa, aizzati da Alessandro III, che - a
sua volta - temeva di essere deposto dall'imperatore,
attribuendogli l'intenzione di conquistare e unificare tutta
l'Italia. Paura fondata, come si verificò cinque anni più tardi,
quando le armate imperiali conquistarono Roma. Questi furono gli
antefatti della battaglia di Legnano.
Tutto quel che Lega
Nel settimo centenario della battaglia, il 29 maggio 1876, fu
solennemente inaugurato a Legnano un monumento ad Alberto da
Giussano, raffigurante un guerriero che con una mano levava la
bandiera della vittoria e con l'altra brandiva la spada.
Era stato Giuseppe Garibaldi, nel
corso di una visita nella cittadina lombarda, quattordici anni
prima, a suggerire che fosse eretto il monumento «per ricordare uno
dei fasti più gloriosi della nostra storia, in cui ebbe parte tutta
Italia». Nella sua prosa (non sempre limpida, ma sempre
appassionata) l'Eroe dei due mondi promise che sarebbe stata presto
completata l'Unità nazionale. «Il giorno in cui l'Italia avrà
bisogno di noi», annunciò fra gli applausi della folla, «noi ci
saremo tutti, non mancherà nessuno. Figli dei vincitori di Legnano,
ove i nostri antenati menarono bastonate agli austriaci, noi non
dobbiamo essere meno prodi di loro. Quando noi faremo quanto i
nostri padri fecero a Legnano, nessuno straniero resterà fra
noi».
Per costruire la statua, era stata
aperta anche una sottoscrizione popolare. E la gente aveva risposto
con entusiasmo. L'entusiasmo si affievolì, qualche settimana dopo
la solenne inaugurazione, quando il guerriero si reclinò su se
stesso, deformandosi. Un acquazzone estivo aveva provocato danni
irreparabili. Era successo semplicemente che il monumento (dello
scultore Egidio Pozzi), commissionato in grave ritardo, era stato
costruito in cartapesta. L'intenzione era di sostituirlo in un
secondo momento con l'opera definitiva. L'inevitabile scandalo che
seguì alla scoperta portò a un rinvio di quasi un quarto di secolo.
Soltanto nel 1900 - nella ricorrenza del 29 maggio - fu inaugurato
il nuovo monumento, opera di Enrico Butti. Ma anche in quella
occasione si verificarono spiacevoli incidenti (dovuti alla fretta,
o all'ignoranza). Nel basamento erano elencate le città che avevano
partecipato alla Lega: mancava Reggio Emilia, figurava invece Como,
che aveva combattuto al fianco dell'imperatore («Como è coi forti e
abbandonò la Lega», recitava Carducci nella Battaglia di
Legnano).
Quel monumento è tornato di
attualità in anni recenti, come simbolo di una identità politica.
Quando fu progettato voleva essere un richiamo all'antica
aspirazione dell'Italia a diventare Nazione e a liberarsi degli
stranieri che ne occupavano il suolo.
La Lega (e Alberto da Giussano che
ne fu il protagonista) fu invece, e soprattutto, la manifestazione
dell'orgoglio di una regione che voleva di sporre di una certa
autonomia all'interno dell'impero, senza uscire da esso. Le città
lombarde, a metà del XII secolo, non si proponevano di staccarsi
dall'impero (un'ipotesi che «in termini giuridici, ideologici e
anche religiosi sarebbe stata addirittura impensabile», ha scritto
Alessandro Barbero, docente di Storia Medievale: «volevano, più
pragmaticamente, ripristinare lo statu quo ante, tornando ai bei
tempi in cui la fedeltà all'imperatore non impegnava quasi a nulla,
se non a occasionali pagamenti e a manifestazioni di fedeltà
largamente formali»), ma volevano che fosse riconosciuta la loro
"diversità". L'urbanizzazione dell'Italia (e di quella del nord in
particolare) era un fenomeno atipico nel mondo di allora. Gli
abitanti delle città lombarde avevano imparato a governarsi da
soli, nominando giudici e magistrati, riscuotendo le imposte,
battendo moneta. Confermavano la loro fedeltà all'impero, ma non
volevano che l'autorità centrale si ingerisse nei loro fatti
interni. Una visione molto moderna (troppo, forse) dei rapporti fra
i diversi poteri.
PATRIOTTISMO NAZIONALE. Il
patriottismo e l'odio per lo straniero c'entravano ben poco con la
Lega Lombarda, a dispetto di quel che si riteneva (o si tendeva ad
accreditare) negli anni del Risorgimento. L'avversione ai tedeschi
svolse un ruolo soltanto marginale nel mettere insieme le città
padane. Se i messi imperiali che avevano l'incarico di prelevare i
tributi fossero stati piemontesi (o liguri, o veneti) la sostanza
non sarebbe cambiata.
Barbarossa ripeteva ai suoi soldati
(e ai suoi feudatari) che si trattava di una guerra contro di loro.
Ma era ovvio che lo facesse, per rinsaldare i vincoli di fedeltà o
- come si direbbe oggi - per tenere alto il morale delle truppe. In
un documento trasmesso ai suoi collaboratori, l'imperatore scrisse:
«La ribellione non è rivolta soltanto contro la nostra persona,
perché rigettando il giogo della nostra dominazione, essi si
propongono di respingere e annientare l'impero dei tedeschi».
Questo sentimento di odio si sarebbe manifestato trent'anni più
tardi, contro il figlio di Federico, Enrico VI, che conquistò il
regno normanno dell'Italia meridionale, abbandonandosi ad atti di
ferocia che legittimarono tale reazione. Ma si trattava di un fatto
personale, non etnico. Come avrebbe dimostrato la venerazione di
cui godette il figlio di Enrico, Federico II, principe illuminato,
amatissimo dai sudditi siciliani, che ancora (a otto secoli di
distanza) ne conservano un ricordo carico di affetto.
Un altro aspetto innovativo della
Lega era nella natura stessa dell'accordo siglato fra le città
padane: si trattava, infatti, di un'alleanza non soltanto militare,
ma anche politica. Molti Comuni collaborarono alla rapida
ricostruzione di Milano dopo la sua distruzione. E il giuramento di
Pontida fu rinnovato nei decenni seguenti, quando il nipote del
Barbarossa, Federico II (che aveva scelto come propria capitale
Palermo), tornò a minacciare l'autonomia dei Comuni lombardi.
Sembrava davvero che la rinnovata
alleanza prefigurasse la nascita di uno "Stato fra uguali" nel
settentrione d'Italia. Quando però i pericoli esterni cessarono
(con la morte di Federico II e la definitiva vittoria nella
Penisola del partito guelfo), quell'edificio di mutuo soccorso si
disgregò rapidamente.
I Comuni lasciarono il posto alle
Signorie, i Visconti conquistarono il titolo di duchi di Milano e -
regnando sulla città più ricca e potente della regione - dettero
libero sfogo alla loro politica di annessioni, conquistando una ad
una le città in precedenza alleate. Non tutte, naturalmente.
L'Italia tornava a dividersi in tanti piccoli Stati, in tante
capitali che avrebbero contribuito a moltiplicare le energie
intellettuali (le Corti si rivelarono un laboratorio straordinario
per la formazione, e l'affermazione, di artisti e di scienziati),
ma a disgregare pericolosamente il tessuto connettivo
nazionale. |