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Eroi d'Italia - 5 - Alberto da Giussano

Questa è la storia di un atto politico importantissimo, di una battaglia memorabile e di un eroe leggendario (nel senso vero del termine, perché gli storici sono giunti alla conclusione che non sia mai esistito). Ma Alberto è divenuto, nei secoli, il simbolo di un'alleanza - la Lega Lombarda - che mise insieme parecchi Comuni dell'Italia del Nord, stanchi di essere sottomessi alle pretese dell'imperatore, e di una battaglia - combattuta a Legnano nel 1167 - che vide la vittoria dei Lombardi contro il sovrano straniero. Riuniti intorno al Carroccio, i soldati della Lega riuscirono a mettere in fuga l'imperatore. Ma Legnano e la Lega non furono soltanto questo: furono anche un momento decisivo nella lotta fra due concezioni politiche profondamente diverse che opponevano l'Italia già urbanizzatata all'Europa ancora feudale e rurale. E segnarono l'avvio della fase più acuta del conflitto fra l'Impero e la Chiesa, sfociato poi nella lotta acerrima che oppose, nella Penisola, i ghibellini ai guelfi

Monumento di Alberto da Giussano (Legnano)

La s'è la storia (con l'iniziale maiuscola) e c'è la leggenda. Talmente intrecciate che è difficile distinguere la prima dalla seconda. Il personaggio è leggendario: un eroe tramandato nei racconti dei secoli bui e reso immortale nelle canzoni epiche dell'Ottocento. Ricordate Carducci? «Or si fa innanzi Alberto di Giussano / di ben tutta la spalla egli soverchia / gli accolti in piedi al console d'intorno». Otto anni prima i Comuni della Lombardia si erano alleati, formando la Lega. Quell'accordo era stato formalizzato in un giuramento. Ricordate Berchet? «L'han giurato. Gli ho visti in Pontida / convenuti dai monti, dal piano. / L'han giurato; e si strinser la mano / cittadini di venti città». Per i patrioti risorgimentali quel patto e la successiva vittoria di Legnano (nella quale l'eroe veniva identificato in Alberto da Giussano, raffigurato con il teschio sul petto, emblema della "Compagnia della morte", di cui era il comandante) furono uno dei simboli delle tante guerre sostenute dagli italiani per difendersi dagli invasori stranieri. Come i Vespri Siciliani, la guerra dei fiorentini contro l'esercito di Carlo V, come Balilla a Genova per lanciare l'insurrezione contro gli austriaci. «Dall'Alpe a Sicilia / Dovunque è Legnano», scrisse Goffredo Mameli nel Canto degli Italiani.

Partiamo dalla leggenda, che riguarda il protagonista, Alberto da Giussano. Non esiste alcuna prova che il valoroso guerriero sia realmente vissuto. L'unico elemento certo sul suo conto è la paternità letteraria, che data alla prima metà del XIV secolo. Prima d'allora nessun documento comprova l'esistenza del personaggio. Il "padre" dell'eroe è un frate domenicano, Galvano Fiamma, filosofo e teologo, insegnante di filosofia a Pavia e di filosofia morale a Milano, cappellano alla corte di Galeazzo Visconti. Con l'evidente proposito di compiacere il suo signore, il frate scrisse una monumentale cronaca storica della città di Milano che abbracciava tutto il Medioevo. È in quelle pagine che compare per la prima volta il nome di Alberto e il racconto delle gesta della Compagnia della Morte da lui comandata. Per formarla - racconta Galvano - si reclutavano i novecento uomini più valorosi fra i cavalieri milanesi. Una specie di corpo speciale o, per rimanere nel clima di quei secoli, di ordine religioso-cavalleresco (con regole analoghe a quelle dei templari). Per entrare a farne parte, i candidati dovevano formulare un giuramente che prevedeva di «contrastare l'imperatore in qualunque luogo e circostanza, in marcia, sul campo, senza mai darsi vergognosamente alla fuga». Vincere o morire, dunque. Senza altre possibilità. L'impegno era esplicito: se un cavaliere si fosse ritirato in battaglia, sarebbe stato affidato alla scure del boia, che lo avrebbe decapitato. Un'ipotesi raccapricciante, ma anche il segno della fedeltà assoluta.

Il giuramento contribuisce a spiegare il fascino che la Compagnia e il suo capitano esercitarono sui poeti romantici del XIX secolo. Vala la pena di citare ancora Goffredo Mameli: «Siam pronti alla morte / siam pronti alla morte / Italia chiamò». Il patriottismo nell'accezione più alta. I cavalieri della Morte erano riconoscibili per un anello d'oro, uguale per tutti. Erano alti, belli, fortissimi. Descritti come giganti mitologici. Oppure come i paladini del re di Francia. Le loro imprese - arricchite o semplificate nel corso dei secoli, anche per tradizione orale - erano mirabili e stupefacenti. Secondo il racconto originale di Galvano Fiamma, il giorno della battaglia di Legnano, Alberto apparve sul campo alla testa dei suoi prodi, affiancato da due fratelli, Otto e Rainero, possenti e vigorosi quanto il fratello maggiore. Nelle versioni successive della storia i fratelli scomparvero dalla scena.

Gli storici dei secoli seguenti non hanno potuto ignorare gli elementi simbolici presenti nel racconto del frate. I cavalieri sono novecento (un numero multiplo di tre, che rappresenta la perfezione). Anche i fratelli sono tre. L'anello d'oro è un segno di fedeltà e di giuramento religioso. La loro statura è un segno visibile della loro superiorità. Ma non basta: nel racconto si dice che - ricorrendo il 29 maggio, giorno della battaglia, la festività dei santi Alessandro, Sisinio e Martirio (le cui ceneri erano conservate nella basilica milanese di San Simpliciano) - le anime dei tre santi presero l'aspetto di colombe e, attraversato il campo di battaglia, andarono a posarsi sul pennone del Carroccio. La loro apparizione sconvolse Barbarossa che, vistosi perduto, si dette alla fuga. (Non soltanto nell'Iliade l'intervento divino risolveva le battaglie. È interessante notare come una leggenda analoga circolò per una battaglia combattuta a Parabiago fra gli Scaligeri di Verona e i Visconti di Milano, proprio negli anni in cui Galvano scriveva le sue Cronache milanesi: l'apparizione di Sant'Ambrogio fu risolutiva per le sorti dello scontro: i nemici «stupefatti e abbagliati dal riverbero di insoffribili splendori, rimasero totalmente perduti d'animo e di forze». Luchino Visconti rientrò a Milano da eroe e salvatore della patria).

Battaglia con il Carroccio, miniatura del Codice Chigi (Roma, Biblioteca Vaticana)

LA BATTAGLIA. La ricostruzione storica della battaglia di Legnano offre particolari maggiormente realistici e documentati. Nella primavera del 1176 Federico Barbarossa si trovava a Como (città a lui fedelissima) con circa 2.500 cavalieri, molti dei quali erano appena giunti dalla Germania. L'imperatore mosse di lì per raggiungere le forze italiane a lui fedeli, che erano concentrate a Pavia. L'esercito della Lega - che era numericamente superiore - si mise in marcia per dare battaglia. L'impatto fra i due schieramenti si verificò ai margini di un bosco e colse di sorpresa gli uni e gli altri. In una primissima fase la cavalleria di Federico ebbe la meglio, nella consapevolezza, tuttavia, che i rapporti di forze giocavano a favore dei Lombardi. Furono in molti a consigliare al Barbarossa di ritirarsi. L'uomo aveva però un'altissima considerazione della propria dignità imperiale, e giudicava del tutto inopportuno offrire al nemico un segno della propria debolezza e della propria paura. Dette quindi l'ordine ai suoi di passare all'attacco. Ci fu un secondo scontro fra le due cavallerie che vide di nuovo prevalere i tedeschi (i quali erano meglio addestrati e maggiormente esperti). Barbarossa decise a quel punto di concentrare l'attacco sulla fanteria della Lega, raccolta intorno al Carroccio.

I fanti lombardi - che non erano soldati professionisti, ma uomini arruolati per l'occasione - fornirono una prova di grande eroismo. Rimasero compatti, opponendo un autentico muro alla carica della cavalleria imperiale. Quando lo stesso Barbarossa fu disarcionato, i suoi uomini ebbero un vistoso sbandamento. La battaglia era persa. Fu lo stesso imperatore a ordinare la ritirata. Sopraggiunse a quel punto la cavalleria milanese (che era riuscita a riorganizzarsi e a serrare di nuovo le proprie file dopo le incertezze iniziali), che attaccò il fianco dell'armata imperiale, costretta a una fuga precipitosa e disordinata verso il Ticino.

VENEZIA E COSTANZA. I milanesi si affrettarono a comunicare ai loro alleati la vittoria ottenuta sul campo. «Abbiamo riportato sui nemici un glorioso trionfo. Il numero degli uccisi, degli annegati, dei prigionieri è incalcolabile. Abbiamo lo scudo dell'imperatore, la bandiera, la croce e la lancia. Nelle sue casse abbiamo trovato molto oro e argento, e ci siamo impadroniti di un bottino di cui sarà difficile calcolare il valore. Non consideriamo nostro quel bottino, ma vogliamo condividerlo con il Papa e con gli italiani. Tutti i prigionieri, talmente numerosi da non poterli contare, sono detenuti a Milano».

La lettera inviata dai milanesi dimostra come la diplomazia avesse già imparato le proprie regole nel XIII secolo. Condividere il bottino (e la gloria) con le altre città e con l'autorità del papa era un modo per rinsaldare le alleanze ed evitare che si incrinasse il fronte italiano nel timore che Milano covasse intenzioni egemoniche.

Anche Barbarossa dimostrò sagacia politica e diplomatica. Resosi conto che i rapporti di forza erano mutati e che dopo Legnano sarebbe stato impossibile proseguire la guerra contro il papa e contro i comuni dell'Italia settentrionale, l'imperatore si preoccupò di dividere il campo nemico, cercando una pace separata con il papato. Che fu siglata nel 1176 a Venezia. Riconoscendo la legittimità del pontefice Alessandro VI, Federico pose fine a una lotta che si protraeva da vent'anni, sconfessando automaticamente l'antipapa che allora regnava per volontà imperiale. I milanesi, in effetti, si sentirono traditi, temendo un'alleanza che li avrebbe schiacciati.

In realtà, Barbarossa non aveva alcuna intenzione di riprendere la guerra con loro. Da politico abilissimo riuscì a convincerli a deporre le armi, offrendo loro la pace, che fu stipulata a Costanza nel 1183. Era talmente abile che quel testo suona come una concessione dello sconfitto ai vincitori. Federico perdonava «con clemenza tutte le offese e le colpe con cui avevano provocato la nostra indignazione», contando sui «fedeli servizi della loro devozione che siamo certissimi di ricevere da loro in futuro». Le parole, tuttavia, mascheravano una sostanza alquanto diversa. Alle città lombarde l'imperatore riconosceva il diritto (da loro rivendicato) di gestire in proprio la riscossione delle imposte, di controllare strade e ponti, di amministrare la giustizia civile e penale, di provvedere autonomamente alla propria difesa fortificando le mura cittadine. Continuava a pretendere il pagamento di un'imposta ogni volta che fosse entrato in Lombardia (garantendo però che non si sarebbe trattenuto a lungo in nessuna città) e stabiliva che i consoli eletti dai cittadini dovessero ricevere da lui l'investitura formale: che era, appunto, un atto formale e non sostanziale.

Giuseppe Diotti, Il giuramento di Pontida (Milano, Galleria d'Arte Moderna)

I Comuni avevano vinto. Anche se non era una vittoria definitiva, come sarebbe risultato evidente una cinquantina d'anni più tardi quando il nipote di Barbarossa, Federico II di Svevia, avrebbe sconfitto la Seconda Lega Lombarda, catturandone il Carroccio nella battaglia di Cortenuova. Ma la battaglia di Legnano merita un posto importante nella storia d'Italia. Non per la ragione celebrata nell'Ottocento, quando veniva ricordata come una delle occasioni eroiche nelle quali gli italiani avevano cacciato gli stranieri dal suolo nazionale, quanto piuttosto perché valse ad affermare (e ad imporre) un modello civile e sociale che era allora squisitamente italiano.

Il resto dell'Europa era una landa feudale dove contavano soltanto i nobili, proprietari terrieri che raccoglievano intorno ai loro castelli contadini e artigiani al loro totale servizio. L'Italia era già divisa in città e campanili. E i cittadini avevano diritti sconosciuti ai sudditi dei feudatari. Questo specifico avrebbe consentito nei due secoli successivi uno sviluppo civile, sociale, culturale e politico che non ebbe paragoni altrove. Per questo l'Italia conobbe il Rinascimento, mentre gran parte del continente navigava ancora nelle tenebre del Medioevo. Ma questa fu anche la condanna della Penisola, che avrebbe faticato fino all'Ottocento per dirimere le controversie fra le varie Signorie e raggiungere l'unità nazionale.

Alberto da Giussano, eroe autentico o leggendario, fu l'espressione di una città (o di una regione), non di un'intera Nazione.



Un tale Barbarossa



L'incoronazione di Federico Barbarossa (Chantilly, Museo Condé)

Un cronista del tempo (Acerbo Morena) ci ha lasciato un ritratto fisico dell'imperatore Federico. Aveva gli occhi celesti, le mani lunghe e affusolate. Era di media statura, aveva capelli ricci ed era rosso di barba (elemento indubitabile, visto il soprannome con il quale è passato alla storia). Era un uomo di gusti semplici, devoto senza essere bigotto, condottiero esperto in tempo di guerra, governante moderato e assennato in tempo di pace.

La storia ce lo ha tramandato come un despota preoccupato di salvaguardare un ordine feudale superato dai tempi. In realtà Federico, quattro secoli e mezzo dopo l'incoronazione di Carlo Magno, tentò di salvare l'impero, minato alle fondamenta dalle lotte intestine. L'Italia dei Comuni era - in questo senso - la regione critica dell'impero. Le città si combattevano fra di loro per il predominio (un fenomeno che sarebbe durato molto a lungo nella Penisola). Contemporaneamente raggiunse il suo punto più alto anche l'antico dissidio fra l'Impero e la Chiesa. Dai tempi di Carlo Magno i due poteri si legittimavano a vicenda: l'imperatore doveva essere incoronato dal papa, mentre l'elezione del pontefice era sottoposta al veto imperiale. Ma spesso la coesistenza si rivelava complicatissima. Così accadde nel 1159, alla morte di Adriano IV.

Il conclave che si riunì per eleggere il successore si divise fra i cardinali filo-imperiali e quelli anti-imperiali. Il primo partito sosteneva il cardinale romano Ottavio Monticelli, il secondo appoggiava la candidatura del senese Rolando Bandinelli che fu eletto papa e assunse il nome di Alessandro III. Ma al momento dell'incoronazione in San Pietro, i seguaci di Monticelli gli strapparono il manto pontificale per poggiarlo sulle spalle del loro favorito. La basilica si trasformò in un campo di battaglia. Nella contesa prevalsero i filo-imperiali che elessero papa Monticelli, con il nome di Vittore IV. I romani (che avevano festeggiato l'elezione di Alessandro) dimostrarono la loro imparzialità, acclamando Vittore. Qualche giorno più tardi anche Alessandro fu consacrato papa, a Ninfa (nel basso Lazio), dove si era rifugiato, con l'aiuto di alcuni nobili romani. Barbarossa tentò di comporre il dissidio, convocando un sinodo a Pavia, al quale invitò i due contendenti. Ma Alessandro III si rifiutò di parteciparvi e lanciò la scomunica contro l'imperatore e l'antipapa. Due successivi Concili allargarono ulteriormente la frattura: il primo (tenuto a Tolosa) si pronunciò a favore di Alessandro, il secondo (a Lodi) confermò l'elezione di Vittore. Nel frattempo Barbarossa riceveva le lamentele e le suppliche di alcune città lombarde (prima fra tutte Lodi) che si sentivano minacciate da Milano che aspirava a un ruolo egemonico nella regione.

Milano subì un lungo assedio. Per indurre la città a capitolare, l'imperatore si dimostrò spietato. Ricorse alle torture dei prigionieri (che erano la regola in quei tempi), ridusse gli abitanti alla fame. La città chiese di trattare la resa. Barbarossa replicò dando ai milanesi otto giorni di tempo per sgombrare la città, annunciando che l'avrebbe rasa al suolo. Mantenne fede alla promessa, ordinando ai suoi soldati di risparmiare soltanto gli edifici religiosi. Correva l'anno 1162. I Comuni che avevano parteggiato per Milano si sottomisero volontariamente a Federico Barbarossa. Ma meditavano (e preparavano in gran segreto) la riscossa, aizzati da Alessandro III, che - a sua volta - temeva di essere deposto dall'imperatore, attribuendogli l'intenzione di conquistare e unificare tutta l'Italia. Paura fondata, come si verificò cinque anni più tardi, quando le armate imperiali conquistarono Roma. Questi furono gli antefatti della battaglia di Legnano.



Tutto quel che Lega




Nel settimo centenario della battaglia, il 29 maggio 1876, fu solennemente inaugurato a Legnano un monumento ad Alberto da Giussano, raffigurante un guerriero che con una mano levava la bandiera della vittoria e con l'altra brandiva la spada.

Era stato Giuseppe Garibaldi, nel corso di una visita nella cittadina lombarda, quattordici anni prima, a suggerire che fosse eretto il monumento «per ricordare uno dei fasti più gloriosi della nostra storia, in cui ebbe parte tutta Italia». Nella sua prosa (non sempre limpida, ma sempre appassionata) l'Eroe dei due mondi promise che sarebbe stata presto completata l'Unità nazionale. «Il giorno in cui l'Italia avrà bisogno di noi», annunciò fra gli applausi della folla, «noi ci saremo tutti, non mancherà nessuno. Figli dei vincitori di Legnano, ove i nostri antenati menarono bastonate agli austriaci, noi non dobbiamo essere meno prodi di loro. Quando noi faremo quanto i nostri padri fecero a Legnano, nessuno straniero resterà fra noi».

Per costruire la statua, era stata aperta anche una sottoscrizione popolare. E la gente aveva risposto con entusiasmo. L'entusiasmo si affievolì, qualche settimana dopo la solenne inaugurazione, quando il guerriero si reclinò su se stesso, deformandosi. Un acquazzone estivo aveva provocato danni irreparabili. Era successo semplicemente che il monumento (dello scultore Egidio Pozzi), commissionato in grave ritardo, era stato costruito in cartapesta. L'intenzione era di sostituirlo in un secondo momento con l'opera definitiva. L'inevitabile scandalo che seguì alla scoperta portò a un rinvio di quasi un quarto di secolo. Soltanto nel 1900 - nella ricorrenza del 29 maggio - fu inaugurato il nuovo monumento, opera di Enrico Butti. Ma anche in quella occasione si verificarono spiacevoli incidenti (dovuti alla fretta, o all'ignoranza). Nel basamento erano elencate le città che avevano partecipato alla Lega: mancava Reggio Emilia, figurava invece Como, che aveva combattuto al fianco dell'imperatore («Como è coi forti e abbandonò la Lega», recitava Carducci nella Battaglia di Legnano).

Quel monumento è tornato di attualità in anni recenti, come simbolo di una identità politica. Quando fu progettato voleva essere un richiamo all'antica aspirazione dell'Italia a diventare Nazione e a liberarsi degli stranieri che ne occupavano il suolo.

La Lega (e Alberto da Giussano che ne fu il protagonista) fu invece, e soprattutto, la manifestazione dell'orgoglio di una regione che voleva di sporre di una certa autonomia all'interno dell'impero, senza uscire da esso. Le città lombarde, a metà del XII secolo, non si proponevano di staccarsi dall'impero (un'ipotesi che «in termini giuridici, ideologici e anche religiosi sarebbe stata addirittura impensabile», ha scritto Alessandro Barbero, docente di Storia Medievale: «volevano, più pragmaticamente, ripristinare lo statu quo ante, tornando ai bei tempi in cui la fedeltà all'imperatore non impegnava quasi a nulla, se non a occasionali pagamenti e a manifestazioni di fedeltà largamente formali»), ma volevano che fosse riconosciuta la loro "diversità". L'urbanizzazione dell'Italia (e di quella del nord in particolare) era un fenomeno atipico nel mondo di allora. Gli abitanti delle città lombarde avevano imparato a governarsi da soli, nominando giudici e magistrati, riscuotendo le imposte, battendo moneta. Confermavano la loro fedeltà all'impero, ma non volevano che l'autorità centrale si ingerisse nei loro fatti interni. Una visione molto moderna (troppo, forse) dei rapporti fra i diversi poteri.

PATRIOTTISMO NAZIONALE. Il patriottismo e l'odio per lo straniero c'entravano ben poco con la Lega Lombarda, a dispetto di quel che si riteneva (o si tendeva ad accreditare) negli anni del Risorgimento. L'avversione ai tedeschi svolse un ruolo soltanto marginale nel mettere insieme le città padane. Se i messi imperiali che avevano l'incarico di prelevare i tributi fossero stati piemontesi (o liguri, o veneti) la sostanza non sarebbe cambiata.

Barbarossa ripeteva ai suoi soldati (e ai suoi feudatari) che si trattava di una guerra contro di loro. Ma era ovvio che lo facesse, per rinsaldare i vincoli di fedeltà o - come si direbbe oggi - per tenere alto il morale delle truppe. In un documento trasmesso ai suoi collaboratori, l'imperatore scrisse: «La ribellione non è rivolta soltanto contro la nostra persona, perché rigettando il giogo della nostra dominazione, essi si propongono di respingere e annientare l'impero dei tedeschi». Questo sentimento di odio si sarebbe manifestato trent'anni più tardi, contro il figlio di Federico, Enrico VI, che conquistò il regno normanno dell'Italia meridionale, abbandonandosi ad atti di ferocia che legittimarono tale reazione. Ma si trattava di un fatto personale, non etnico. Come avrebbe dimostrato la venerazione di cui godette il figlio di Enrico, Federico II, principe illuminato, amatissimo dai sudditi siciliani, che ancora (a otto secoli di distanza) ne conservano un ricordo carico di affetto.

Un altro aspetto innovativo della Lega era nella natura stessa dell'accordo siglato fra le città padane: si trattava, infatti, di un'alleanza non soltanto militare, ma anche politica. Molti Comuni collaborarono alla rapida ricostruzione di Milano dopo la sua distruzione. E il giuramento di Pontida fu rinnovato nei decenni seguenti, quando il nipote del Barbarossa, Federico II (che aveva scelto come propria capitale Palermo), tornò a minacciare l'autonomia dei Comuni lombardi.

Sembrava davvero che la rinnovata alleanza prefigurasse la nascita di uno "Stato fra uguali" nel settentrione d'Italia. Quando però i pericoli esterni cessarono (con la morte di Federico II e la definitiva vittoria nella Penisola del partito guelfo), quell'edificio di mutuo soccorso si disgregò rapidamente.

I Comuni lasciarono il posto alle Signorie, i Visconti conquistarono il titolo di duchi di Milano e - regnando sulla città più ricca e potente della regione - dettero libero sfogo alla loro politica di annessioni, conquistando una ad una le città in precedenza alleate. Non tutte, naturalmente. L'Italia tornava a dividersi in tanti piccoli Stati, in tante capitali che avrebbero contribuito a moltiplicare le energie intellettuali (le Corti si rivelarono un laboratorio straordinario per la formazione, e l'affermazione, di artisti e di scienziati), ma a disgregare pericolosamente il tessuto connettivo nazionale.

Filippo Malatesta