Il
Carroccio
Protagonista assoluto della
battaglia di Legnano fu il Carroccio. Che non era però una novità,
né un'esclusiva dei milanesi. Altre città della Lombardia e della
Toscana impiegavano in battaglia carri trainati dai buoi sui quali
venivano issati gli stendardi della città, una croce e una campana
(la martinella) che dava il segnale dell'inizio dello scontro.
Nell'XI secolo, nella cattedrale di Milano era custodito un enorme
carro di legno destinato alle processioni religiose, sul quale -
nel 1039 - l'arcivescovo della città issò la croce e il gonfalone
durante l'assedio del re d'Italia Corrado II. La vittoria
conseguita sul campo (Corrado morì durante l'assedio) convinse la
cittadinanza ad adottare il Carroccio come simbolo di Milano e
della sintesi fra i valori religiosi e quelli civili. Presto gli fu
attribuito anche un preciso ruolo tattico in battaglia. Intorno ad
esso si riuniva la fanteria (in genere reclutata fra gli artigiani
e i mercanti), che aveva così un preciso punto di riferimento (e di
resistenza) nelle fasi più delicate, e concitate, della battaglia.
A Legnano, dopo che la cavalleria milanese era stata messa in fuga
da quella imperiale, fu proprio la fanteria (che era armata con uno
scudo e una lancia molto lunga) a resistere alle cariche del
nemico, stretta intorno al Carroccio. Sessant'anni più tardi la
Lega Lombarda fu sconfitta dall'imperatore Federico II a
Cortenuova: il Carroccio fu catturato dall'esercito imperiale e, di
fatto, quella disfatta segnò la fine della Lega.
Il giuramento di
Pontida
Fu il cardinale Uberto Crivelli
(che nel 1185 sarebbe stato eletto papa con il nome di Urbano III)
a ideare e promuovere la Lega Lombarda. Nato a Milano, avrebbe
fissato la sede pontificia a Verona. Era dunque un uomo
profondamente legato al Nord d'Italia, allora diviso nelle realtà
comunali, spesso in guerra fra di loro. La Lega, creata il 1°
dicembre 1167, nacque dall'alleanza fra la città di Milano
(ricostruita dopo la distruzione subita cinque anni prima
dall'esercito di Barbarossa), la Lega Cremonese (che raccoglieva le
città di Bergamo, Brescia, Cremona e Mantova) e quella Veronese
(comprendente Padova, Verona, Vicenza e Treviso). A queste città si
aggiunsero quelle emiliane (Bologna, Ferrara, Modena, Reggio
Emilia, Parma e Piacenza) e, in seguito, Como e Lodi, inizialmente
alleata con l'imperatore. Oltre a Vercelli, Novara, Tortona,
Rimini, come risulta dall'iscrizione nel basamento della statua di
Alberto da Giussano a Legnano. L'alleanza - così almeno si tramanda
(anche se non esistono notizie certe e documentate in proposito) -
fu formalizzata con un solenne giuramento pronunciato a Pontida,
pochi chilometri a nord-ovest di Bergamo, sulla punta orientale del
Lago di Como. È incerta persino la data di quell'incontro. Per la
maggioranza degli storici ebbe luogo il 1° dicembre dell'anno 1167;
altri la anticipano di dieci mesi, al 7 aprile di quello stesso
anno. La discordanza si spiega probabilmente con il fatto che non
ci fu un solo abboccamento fra i maggiorenti delle varie città
coinvolte, ma una serie di accordi successivi.
Milano,
com'era
Quando fu rasa al suolo, nel 1142,
Milano era una delle città più popolose (e potenti) d'Italia.
Contava oltre centomila abitanti. Nel XII secolo un agglomerato che
contasse cinquemila abitanti era considerato una città; i centri
con diecimila abitanti erano vere e proprie metropoli. Guardando le
mappe dell'epoca è difficile capire come tanta gente potesse
addensarsi in spazi così ristretti. La spiegazione è nelle
condizioni di vita di allora: in ogni casa vivevano più famiglie,
in ogni stanza abitavano interi nuclei familiari e spesso in ogni
letto dormivano parecchie persone. I commercianti facevano una vita
tutta "casa e bottega", nel senso proprio del termine. La
promiscuità aiuta a capire quanto fossero devastanti le epidemie,
alle quali contribuiva il livello miserevole dell'igiene personale.
Nelle case, insieme a uomini, donne e bambini, vivevano anche gli
animali, e gli odori erano insopportabili (forse più a causa degli
umani che delle bestie). A partire dal XII secolo uomini e donne,
che non si lavavano quasi mai, cominciarono a far largo uso dei
profumi, importati dai Crociati: e gli odori divennero così ancor
più intensi e insopportabili. I contadini - che, all'alba, quando i
soldati aprivano le porte della città, s'avventuravano nelle viuzze
disselciate per vendere i loro prodotti - erano ben felici, al
tramonto, di tornarsene in campagna. Lo smog e l'inquinamento del
Medioevo erano, infatti, di gran lunga peggiori (e più
insopportabili) di quelli di oggi.
Tutte le
date
1152 - Federico Barbarossa è
eletto re di Germania e d'Italia. Alla Dieta di Costanza i
cittadini di Lodi chiedono la sua protezione contro la prepotenza
di Milano.
1154 - Barbarossa viene incoronato imperatore a Roma dal
papa Adriano IV. 1156 - Dieta di Roncaglia.
1158-1162 - Guerra dell'imperatore contro i Comuni ribelli
della Lombardia. Milano viene rasa al suolo.
1164 - Si forma la Lega Veronese (che comprende Verona,
Padova,Vicenza e Treviso).
1166 - Alessandro III rientra a Roma dalla Francia per
organizzare la difesa dell'Urbe da un eventuale attacco di Federico
Barbarossa.
1167 - Nel mese di luglio le truppe imperiali conquistano
Roma. Alessandro III si rifugia a Benevento. Nasce la Lega
Cremonese (Cremona, Bergamo, Brescia e Mantova). Il 1° dicembre,
con il giuramento di Pontida, si costituisce la Lega
Lombarda.
1175 - Fallisce l'assedio imperiale contro la città di
Alessandria.
1176 - Il 29 maggio la Lega sconfigge l'esercito imperiale a
Legnano.
1176 - A Venezia viene firmata la pace tra l'imperatore e
papa Alessandro III, riconosciuto come unico pontefice
legittimo.
1183 - Pace tra Federico Barbarossa e i Comuni lombardi, a
Costanza.
1190 - Morte di Federico Barbarossa.
1226 - Si ricostituisce la Lega Lombarda contro l'imperatore
Federico II.
1237 - Federico II sconfigge i Milanesi a Cortenuova. Il
Carroccio è catturato dagli imperiali.
1248 - Federico II viene sconfitto sotto le mura di
Parma.
1250 - Con la morte di Federico II finiscono le lotte della
Lega contro gli eserciti imperiali.
Alessandro
III
Tutto il pontificato di Alessandro
III (che rimase sul trono di Pietro per ben 22 anni) fu segnato
dalla lotta con Federico Barbarossa. Dal primo giorno: i cardinali
che simpatizzavano per l'imperatore, con un colpo di mano, gli
strapparono dalle spalle il piviale per farlo indossare a un altro
cardinale (Ottavio Monticelli) che fu - a sua volta - eletto papa,
e assunse il nome di Vittore IV. Papa e antipapa, come accadeva di
frequente nel Medioevo. Il primo strenuo avversario
dell'imperatore, il secondo al servizio dell'imperatore. Alessandro
interpretò il suo ruolo con grande coraggio e determinazione, non
perdendo occasione per sfidare il Barbarossa. Una prima opportunità
gli si offrì quando Federico convocò un Concilio a Pavia nel 1160,
allo scopo di dirimere la controversia fra Alessandro e Vittore.
Alessandro non si presentò, appellandosi alla norma giuridica
secondo la quale la Chiesa non doveva essere giudicata da nessuno e
dichiarando che l'imperatore non aveva titoli per convocare il
Concilio. Vittore lo scomunicò come scismatico, Alessandro replicò
lanciando l'interdetto sia contro l'antipapa che contro il suo
agusto protettore. Alla morte di Vittore (nel 1164), il partito
imperiale lo rimpiazzò con un nuovo antipapa, Pasquale III. Nel
frattempo Alessandro veniva proclamato protettore della Lega: in
suo onore fu fondata una città in Piemonte, fra il Tanaro e il
Bormida, che prese il nome di Alessandria. Federico la chiamò «la
città di paglia» e la cinse d'assedio con il proposito di
distruggerla. Ma l'impresa fallì. E, alla fine, Barbarossa fu
costretto a chinare il capo, riconoscendo Alessandro come pontefice
legittimo.
Tre Papi
Tre papi si misero di traverso a
Federico Barbarossa. Adriano IV (Nicholas Breakspear, l'unico
pontefice di nazionalità inglese) lo incoronò imperatore, ma
l'unico incontro fra i due prima della cerimonia si risolse in un
disastro. Federico si rifiutò di reggere la staffa del papa per
aiutarlo a smontare da cavallo. I dignitari di corte dovettero
spiegargli che si trattava di un rituale previsto dal protocollo, e
il giorno successivo l'imperatore si adeguò. Ma il papa se l'era
legata al dito. Poco prima di morire, nel settembre 1159, Adriano
firmò ad Anagni un patto con i Comuni lombardi, promettendo di
scomunicare l'imperatore. La promessa fu mantenuta dal suo
successore, Alessandro III, che fu il pontefice più a lungo
impegnato nella guerra contro il Barbarossa. Soltanto quattro anni
prima della morte (avvenuta nel 1181), Alessandro firmò la pace,
ottenendo di essere riconosciuto come papa legittimo.
Urbano III (che regnò fra il 1185 e il 1187) era stato, da
cardinale, l'ideatore della Lega Lombarda. Anche da pontefice si
oppose alle prepotenze dell'imperatore e a quelle del figlio,
Enrico VI. L'occupazione di Roma da parte delle truppe imperiali lo
costrinse a rifugiarsi a Verona.
Giuseppe
Verdi
Il 27 gennaio 1849, al teatro
Argentina di Roma, fu messa in scena la prima rappresentazione
della Battaglia di Legnano, tragedia lirica in quattro atti di
Giuseppe Verdi. Fu un autentico trionfo. Scrisse un cronista,
dall'occhio lungo: «Il successo del primo momento fu dovuto
innanzitutto alla sovraeccitazione degli animi nei due anni della
rivoluzione unitaria e al soggetto particolare del libretto». La
Battaglia di Legnano è considerata l'unica opera integralmente
patriottica di Verdi, che al patriottismo dedicò grande spazio in
molte sue composizioni. E Roma, in quei giorni, viveva emozioni
straordinarie: tre mesi prima il papa era fuggito a Gaeta ed era
caduto il potere temporale. Si preparava una stagione esaltante, e
dolorosa. Due settimane dopo quella prima teatrale, il 9 febbraio,
sarebbe stata proclamata la Repubblica Romana. Verdi era già una
celebrità. Da alcuni anni, in tutta Italia, si cantava il "Va'
pensiero" del Nabucco. Nel libretto (di Salvatore Cammarano)
dell'opera dedicata a Legnano figurano i cavalieri della Compagnia
della Morte che, nel terzo atto, si riuniscono nella cripta di
Sant'Ambrogio e giurano di vincere o morire. Il significato
patriottico - e fuori del tempo - dell'opera verdiana è stato
esaltato nel 1960 (con qualche indiscutibile forzatura storica e
ideologica) in una rappresentazione a Cardiff (con il titolo The
Battle, La battaglia di Legnano) nella quale l'ambiente e l'azione
erano stati trasferiti al periodo dell'occupazione nazista,
nell'Italia del 1944.
Giosuè
Carducci
Rimase incompiuta la Canzone di
Legnano alla quale Carducci lavorò per molto tempo. Nella parte
(notissima) che riuscì a completare (e che si intitola Il
parlamento) la figura centrale è quella di Alberto da Giussano, che
ricorda ai milanesi tutte le umiliazioni sofferte nella precedente
lotta con l'imperatore, la consegna degli stendardi e del
Carroccio, e la resa della città affamata, che non risparmiò la
distruzione di tutti gli edifici (con la sola eccezione di quelli
sacri). «Così dicendo Alberto di Giussano / con tutt'e due le man
copriasi gli occhi, /e singhiozzava: in mezzo al parlamento /
singhiozzava e piangea come un fanciullo. / Ed allora per tutto il
parlamento / trascorse quasi un fremito di belve. / Da le porte le
donne e da i veroni, / pallide, scarmigliate, con le braccia / tese
e gli occhi sbarrati al parlamento, / urlavano: Uccidete il
Barbarossa. // "Or ecco", dice Alberto di Giussano, / "ecco, io non
piango più. Venne il dì nostro, / o milanesi, e vincere bisogna. /
Ecco: io m'asciugo gli occhi, e a te guardando, o bel sole di Dio,
fo sacramento. / Diman, da sera i nostri morti avranno / una dolce
novella in purgatorio: / e la rechi pur io!". Ma il popol dice: /
"Fia meglio i messi imperiali". Il sole / ridea calando dietro il
Resegone». Giosuè Carducci - il primo italiano a ricevere il Nobel
per la Letteratura - fu un patriota, nel senso più ampio del
termine. Giovanni Spadolini lo inserì nell'elenco degli "uomini che
fecero l'Italia", ricordandone la complessa esperienza politica:
repubblicano convinto, anticlericale e giacobino, nemico giurato
dei moderati, dopo il 1870 e il compimento dell'unità d'Italia si
scoprì difensore dei valori dello Stato.
Giovanni
Berchet
Romantico e risorgimentale, ampolloso e teatrale, Giovanni
Berchet è il poeta che nell'Ottocento rievocò con le sue rime il
giuramento che a Pontida aveva siglato l'alleanza contro lo
straniero. «Oh spettacol di gioia! I lombardi / son concordi,
serrati a una lega. / Lo straniero al pennon ch'ella spiega / col
suo sangue la tinta darà». E qualche verso oltre: «L'han giurato.
Voi, donne frugali, / rispettate, contente agli sposi, / voi che i
figli non guardan dubbiosi, / voi ne' forti spiraste il voler». La
composizione è antecedente al Canto degli Italiani, ed è probabile
che Mameli si sia ispirato anche ad essa nel rievocare gli eroi del
passato. Berchet tendeva a trasmettere forti emozioni, a suscitare
l'amor patrio, rivolgendosi agli uomini ai quali sarebbe spettato
il compito di perseguire l'unità nazionale.
Enrico VI
Il papato - che aveva già vissuto periodi di grave
preoccupazione per l'invadenza imperiale di Federico - temette
sinceramente di perdere ogni autonomia quando il Barbarossa combinò
le nozze del figlio primogenito Enrico, pretendente al trono, con
Costanza d'Altavilla, zia del re normanno di Sicilia, Guglielmo.
L'unificazione delle due corone poteva costituire la premessa per
la definitiva liquidazione dello Stato pontificio. Urbano III compì
ogni sforzo per impedire il matrimonio, che si celebrò con grande
fasto nel gennaio 1186, nella basilica di Sant'Ambrogio a Milano.
Lei (che era più anziana dello sposo) giunse con un seguito di
cavalieri, buffoni di corte, giullari e damigelle. Della carovana
facevano parte anche 150 cavalli carichi di gioielli, profumi,
arazzi, argenteria: la dote del nipote, insieme con il regno di
Sicilia. Le nozze furono celebrate dagli arcivescovi di Vienna e di
Aquisgrana, che posero sul capo di Enrico la corona ferrea, simbolo
del regno d'Italia. Alla morte di Enrico (ancora giovane) nel 1196,
la successione toccò a un pargoletto di tre anni, Federico II, che
prese in mano le redini dello Stato al compimento del sedicesimo
anno di età. Fu un grande uomo di Stato, ma anche lui in rotta
perenne con i papi, che lo scomunicarono più
volte.
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