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Un uomo al tappeto

La parabola del pugile Mike Tyson: da campione del mondo a disoccupato cronico che stenta persino a sbarcare il lunario

Dieci anni prima, nel 1986, Tyson conquista il suo primo titolo mondiale e, a soli vent'anni, diviene il più giovane campione nei pesi massimi

Non è facile immaginarlo nei panni di maestro e in qualche modo di modello per i giovani pugili ma, nei prossimi mesi, per cento ore complessive, Mike Tyson dovrà presentarsi per punizione in una palestra di Brooklyn ed insegnare la boxe ai ragazzini locali.

A 37 anni, lontano dal ring da quando più di un anno fa mise k.o. in 49 secondi Clifford Etienne, Iron Mike evita una nuova permanenza in cella. Alla vigilia, infatti, del processo per una rissa avvenuta la scorsa estate all'Hotel Marriott di Brooklyn, il pugile ha accettato di dichiararsi colpevole e di sottomettersi a sei mesi di servizi sociali e riabilitazione. Le cento ore da trascorrere nella palestra Gleason's Gym a Front Street, sotto il ponte di Brooklyn, faranno parte del patteggiamento che eviterà a Tyson il rischio di tornare di nuovo in prigione, dove era finito nel 1992 dopo essere stato condannato per violenza sessuale su una giovane reginetta di bellezza, e di nuovo, nel 1999, per aver picchiato due automobilisti in Maryland.

Tyson, nel tribunale di Brooklyn, ha cercato di mostrarsi pentito ed ha letto in aula una breve dichiarazione, nella quale ammetteva di essersi comportato in modo «estremamente disordinato» quando, il 21 giugno 2003, aggredì due uomini che peraltro, come ha sottolineato il suo avvocato, lo avevano pesantemente provocato.

Fuori dall'aula, poi, è comparso un Mike Tyson ancora più insolito. «Che ci crediate o no», ha detto, con gli occhi bassi, ad un gruppo di cronisti, «sto morendo di fame. Sono un disoccupato e devo trovare un modo per pagare le mie bollette. Andrò a combattere da qualche parte, a fare esibizioni probabilmente in Messico a giugno. È davvero difficile per me guadagnare qualcosa in questo Paese, ma in un modo o nell'altro dovrò farlo. Voglio disputare un incontro al mese».

Lo scorso agosto Tyson ha formalmente dichiarato fallimento, e pare che abbia sulle spalle debiti per 36 milioni di dollari. Sembra lontana anni luce quella notte del 1988 nella quale, in un minuto e 48 secondi, mandò al tappeto Leon Spinks e incassò 21 milioni di dollari: in pratica intascò 230mila dollari per ogni secondo del combattimento.

Mel Sachs, l'avvocato dell'ex campione, si è detto «estremamente felice per l'accordo con i procuratori». «Se c'era una cosa che più di ogni altra Tyson temeva» - spiega l'avvocato - «era finire di nuovo in carcere. Non avrebbe avuto la possibilità di girare per il mondo per cercare di fare qualche soldo con la popolarità che ancora lo accompagna».

Si spengono, quindi, le luci sull'ennesima imbarazzante vicenda di un uomo capace di discutere solo con i pugni; restano, di contro, tutte le perplessità sul tipo di modello che Tyson potrà offrire ai ragazzini che andrà ad allenare sotto quel ponte di Brooklyn.

Il brutale accanimento su Evander la sera del 28 giugno 1996

La violenza come unico linguaggio. Michael Gerard Tyson nasce a New York il 30 giugno 1966. L'infanzia la trascorre a Brownsville, in un casermone a sei piani con i mattoni rossi. Vive con la mamma Lorna, abbandonata dal marito, spesso vittima dell'alcool, ma quasi sempre capace di tornare a casa con qualcosa da mangiare. I padroni del quartiere sono gli spacciatori. Case del crack ovunque, ubriachi e drogati sugli scalini; gente in fila per comprare la droga da bambini che maneggiano pistole automatiche. Sirene della polizia, spari di giorno e di notte.

A cinque anni Mike è testimone di un omicidio. Scappa via, non dice niente e si salva. A nove anni è il boss del quartiere. Ha la voce flebile. Allora come adesso, quel sussurro sembra completamente fuori posto in un fisico da guerriero. Il faccione da cattivo l'ha sempre avuto, così come quel collo, cinquanta centimetri, e una muscolatura tanto potente da provocare smagliature sulla pelle. Gioca con i piccioni, che chiama babies, ruba nei centri commerciali. Aiuta le vecchiette ad attraversare la strada e poi le scippa, pretende la tangente dai negozianti. A dodici anni è già stato arrestato quaranta volte; l'ultimo furto, a una prostituta, lo porta al riformatorio di Tyron. Lì conosce il pugilato, ma scopre anche che la vita può essere ancora più dura che a Brownsville.

È la prigione a convincerlo che l'unico linguaggio per uno come lui è quello della violenza. Anche con le donne. Nella storia di Tyson c'è una lunga fila di denunce sessuali, che lo porta fino a quel 19 luglio 1991, quando, ancora all'apice della carriera sportiva, stupra, nella stanza 606 dell'Hotel Canterbury, a Indianapolis, Désirée Washington. Giudicato colpevole, viene condannato e rinchiuso in carcere.

Nel 1995 esce dalla prigione: è stato dentro per tre anni e per i prossimi quattro sarà in libertà vigilata. In carcere, dice, ha letto Mao, Aristotele e Che Guevara; ha scoperto Malcolm X, si è convertito all'islamismo e ha preso il nome di Mikhail Abdul Aziz. Qui ha ritrovato una vecchia amica: la paura. Era terrorizzato dall'idea di essere violentato, viveva nell'angoscia che qualcuno potesse avvelenarlo. Si faceva portare tutti i pasti da fuori, raramente usciva dalla cella. Appena uscito, visita la Moschea, prega assieme a Muhammad Alì, poi vola verso la sua villa di Southgton: 14 stanze, sfarzosi arredi, un'enorme piscina a forma di guantone da boxe. In garage ha due Porche, due Ferrari e una Rolls Royce.

Mike è tornato. Ma solo per iniziare la sua rapida, inarrestabile discesa.

Giù dal trono. Las Vegas, Nevada. La sconfitta più dura arriva in una notte di novembre del '96. Evander Holyfield in quel match è perfetto, Tyson no. Un mondiale dei massimi non è fatto solo di fisicità. La prigione prima, la facilità dei successivi impegni sul ring poi, lo hanno reso fragile nella mente ancor più che nel corpo ormai pesante. È dominato da Holyfield che lo spedisce knockout in 11 riprese.

I due rivali ancora di fronte per la rivincita. Un morso, un altro ancora. L'orecchio di Evander masticato e sputato sul tappeto del ring. È la sera del 28 giugno 1996 quando Iron Mike spalanca la bocca come una belva affamata e fa scomparire tra i denti l'orecchio destro del campione. Un gesto animalesco che rivela fino in fondo la natura di Tyson, incapace di gestire la propria violenza, la propria vita. Finisce un mito. Quella notte, assieme a quel pezzo di orecchio, Mike stacca il cordone ombelicale che lo lega alla nobile arte, allo sport come mezzo per guadagnare rispetto.

Tyson torna ai vertici del pugilato contro Frank Bruno. Riprenderà la via della disperazione subito dopo, quando, ancora Evander Holyfield, in due successivi match, lo ridimensionerà sancendo, di fatto, la sua definitiva uscita dalla scena della boxe mondiale.

James figg, primo campione. James Figg nacque nel 1695 a Thame, Oxfordshire, Inghilterra. Alto 1,81, pesava poco più di 90 chili. Nel 1719 si autoproclamò campione del mondo dei pesi massimi. Era il primo. Si combatteva a pugni nudi, il ring era un cerchio disegnato sull'erba verde di un prato. I colpi tirati, in questo sport che era un misto tra boxe e lotta, sono a martello. Il pugno somigliava a una mannaia che si abbatte sull'avversario. Si andava avanti fino a quando l'altro non era più in grado di continuare; per dieci anni si batteranno in un'unica ed estenuante ripresa senza soste. Si poteva colpire il rivale anche se si era appena rialzato da terra (il conteggio arriverà solo molto tempo dopo).

Figg difese il titolo fino al 1736, quando, imbattuto, si ritirò. Con i soldi guadagnati e l'aiuto del Principe di Galles fondò un'Accademia per poi aprire, a Londra, un Anfiteatro in Oxford Street, dove si combatteva: il ring era un quadrato, il cui perimetro veniva definito dagli stessi spettatori che tenevano una corda tesa. Successivamente diventerà assai simile a quello di oggi, con una corda legata a quattro pali di legno, il tutto posizionato su un palcoscenico e con l'arbitro rigorosamente fuori.

Sul biglietto da visita dell'ormai popolare James Figg c'era scritto: "Maestro della nobile scienza della difesa". Questo è ciò che viene insegnato nella sua Accademia. Nel 1740 muore, ma la boxe continua a svilupparsi. Si arriva a combattere addirittura sulla distanza di 101 riprese, per quasi tre ore, pur di assegnare un titolo. Sempre a mani nude. Bisogna arrivare al 7 settembre 1892 per vedere i pugili con i guantoni. Quel match, disputato a New Orleans, lo vince James J. Corbett, mandando k.o. alla ventunesima ripresa John L. Sullivan. Ed è qui che ha inizio la storia della moderna boxe.

Walter de Robertis