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La vittoria del fallimento

Dopo l'esito negativo della quinta Conferenza Ministeriale della World Trade Organization, la società civile di tutto il mondo spinge a favore di accordi alternativi per la cooperazione globale nell'interesse dei poveri e degli emarginati

Un momento dell protesta nelle strade di Cancun, in Messico, contro lOmc (Organisation Mondiale du Commerce) e la Wto (World Trade Organization), lo scorso settembre, mentre era in corso la quinta Conferenza Ministeriale della Wto

Il fallimento della quinta Conferenza Ministeriale della World Trade Organization, a Cancun, in Messico, lo scorso settembre, ha rappresentato un evento di notevole valore storico, che ha portato con sé importanti implicazioni per quello che riguarda un accordo globale tra nord e sud del mondo. Ma quali sono gli attori internazionali in ballo oggi che stanno determinando i movimenti economici - e non solo - più importanti a livello planetario?

Intanto ricordiamo la genesi della Wto, che con la World Bank (Wb) e il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) deve gestire e dirimere le importanti questioni finanziarie del globo. Nasce nel 1995, ereditando le funzioni del Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) istituito alla fine della Seconda guerra mondiale. Mentre la Wto è quindi un'istituzione giovane, non è così il commercio multilaterale, che vanta cinquant'anni di accordi. Durante questo periodo il mercato mondiale ha avuto un eccezionale sviluppo. Le esportazioni sono cresciute mediamente del 6% ogni anno: il commercio totale, nel 1997, era 14 volte più elevato di quello del 1950, e questi organismi hanno contribuito a creare un forte sistema di scambi favorendo la crescita.

Il sistema Gatt prevedeva degli incontri, o rounds negoziali, l'ultimo dei quali tenuto nel 1994 in Uruguay, dove vide la luce la Wto. Ovviamente la parte da leone veniva e viene esercitata dalle varie superpotenze, quali gli Usa, le confederazioni dei petrolieri arabi e, in parte, l'Unione europea. Anche se formalmente sono presenti 146 Paesi con diritto di voto e 30 altri sono membri negoziali, ben poca voce si leva dai piccoli o grandi Stati africani.

La sede è a Ginevra e il budget stanziato è di circa 155 milioni di franchi svizzeri. A capo un direttore generale, oggi nella persona di Supachai Panitchpakdi. Tra le funzioni proprie dell'organismo, oltre la cura degli accordi di commercio, c'è anche quella di dirimere le dispute tramite una struttura denominata "Dispute Settlement", alla quale uno Stato può rivolgersi nel caso pensi che un altro abbia infranto un accordo, causando un danno economico. In otto anni sono stati trattati 300 casi, un numero notevole, se paragonato agli episodi trattati durante tutta la vita del Gatt (1947-1994), che ammontano in totale a 300.

La Wto si occupa anche dei diritti d'autore per i prodotti del commercio, quali marchi registrati, copyrights, design industriale, nomi geografici usati per identificare un prodotto, come ad esempio il nostro Parmigiano reggiano. Formalmente le decisioni in merito ai commerci vengono prese durante le conferenze ministeriali. In teoria perciò si tratta di decisioni pubbliche, ma in pratica a prenderle sono in pochi: i maggiori Paesi industrializzati del mondo, riuniti a porte chiuse nelle cosiddette greenrooms. Ma proprio in quella sede si sono fatte sentire anche alcune tra le nazioni emergenti sullo scacchiere internazionale (Cina, Brasile ed India) che hanno cavalcato la tigre del dissenso, riuscendo a portare a casa la "vittoria" del fallimento della Conferenza.

Si è così formato un coordinamento di Paesi in via di sviluppo, denominato in seguito G21, che hanno constatato come l'unione fa la forza. C'è dunque da aspettarsi che la protesta attuata non rientrerà, almeno fino a quando non centrerà il suo principale obiettivo: l'immediato taglio e la graduale abolizione dei 400 miliardi di dollari che americani, europei e giapponesi stanziano ogni anno a sostegno delle proprie aziende agricole, consentendo loro di inondare i mercati interni ed esteri di prodotti a basso prezzo, che tagliano fuori i concorrenti africani, latinoamericani e asiatici. Quattro miliardi di dollari annui concessi a 25mila produttori di cotone statunitensi riducono sul lastrico 10 milioni di piccoli agricoltori dell'Africa subsahariana, o i dazi del 1.000% imposti dal Giappone sul riso per proteggere un'antieconomica produzione domestica tagliano fuori gli esportatori dell'Asia sud-orientale da uno dei mercati potenzialmente più redditizi.

Ma la storia del dissenso ha radici lontane. Si può far risalire a Bandung, dove nel 1955, in piena guerra fredda, viene organizzata una Conferenza di rivendicazione delle popolazioni colonizzate. Emergono le divergenze tra le varie zone del pianeta e nasce la collaborazione tra Paesi poveri e Opec. È in questa sede che si forma il Movimento dei Paesi non Allineati, comprendente le 77 nazioni più rivoluzionarie di Asia e Africa, che, dopo la vittoria di Fidel Castro a Cuba, si trasformerà nella Tricontinentale. Nel 1967 un grande input viene dalla rivoluzione culturale cinese, e l'anno seguente, il 1968, l'intera società occidentale va in crisi d'identità culturale. I Paesi non allineati chiedono all'Onu di ridiscutere i temi delle materie prime e dello sviluppo.

Negli anni Ottanta l'economia internazionale cambia la sua rotta, con la fede totale nell'espansione del mercato in tutto il mondo. Si attuano allo scopo le politiche di adjustement strutturale, per permettere una sorta di sviluppo dei Paesi più poveri. Ma alla lunga questi interventi si rivelano un fallimento, perché in genere non tengono conto delle realtà socio-culturali di quei Paesi. Attualmente questi programmi sono stati sostituiti dalle Prs, le poverty reduction strategies, finanziamenti internazionali che lasciano maggiore autonomia alle nazioni coinvolte. Ogni Prs sarà guidata dal Paese in cui è applicata, dovrà basarsi sulla partnership con il settore privato e la partecipazione della popolazione. Secondo Wb ed Fmi un sostegno popolare per i programmi di aggiustamento economico è una delle precondizioni essenziali per il loro successo.

Negli anni Novanta, comunque, non si registra ancora un miglioramento sostanziale, anche se ormai è chiaro a tutti gli attori in gioco che lo sviluppo genera disuguaglianze e danneggia inesorabilmente l'ambiente. Nascono i movimenti no global, legati alla società civile, che hanno anch'essi rivestito un ruolo determinante a Cancun. Mentre questi sfilavano nel centro cittadino e le Ong, le Organizzazioni non governative, manifestavano ora dopo ora dentro e fuori la sede del summit. Fin dalla sua inaugurazione, Cancun diveniva un microcosmo delle dinamiche globali che coinvolgono gli Stati e la società civile.

Il suicidio dell'agricoltore coreano Lee Kyung Hae davanti alle barricate della polizia faceva chiaramente capire ai delegati che non si poteva più ignorare la causa dei piccoli agricoltori e ciò veniva riconosciuto dai governi di tutto il mondo con un minuto di silenzio per la morte del contadino. In tal senso, come ha affermato il New York Times, la società civile globale diviene la seconda superpotenza mondiale. Certo che questa situazione può portare al paradosso del ripristino di accordi bilaterali, soluzione paventata da Washington, cosa che non conviene né ai no global, né al neonato G21, né in fondo all'economia in generale.

Antonella Giacomini