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Mar Rosso: relitti e non solo

Escursioni subacquee alla scoperta di due delle numerosissime navi naufragate nelle acque cristalline di questo splendido mare. Divenute oggi parte del suo stupefacente museo sottomarino

Il Mar Rosso, affascinante mondo sommerso tra coralli e relitti subacquei, è senza dubbio una delle mete più amate dagli appassionati di fondali marini

Con questo reportage sul Mar Rosso desideriamo portarvi con noi in una delle più affascinanti escursioni subacquee a livello mondiale. I motivi del "primato" sono tanti: fra questi, l'elevato numero di relitti inabissatisi in acque di colore zaffiro che, per trasparenza e limpidezza, offrono una visibilità paragonabile ad un'enorme piscina, anche a profondità rilevanti (30-40 metri), e l'elevatissima concentrazione di autentici tesori della flora e della fauna.

La denominazione "Mar Rosso" - attribuita all'antico Sinus Arabicus -, viene spiegata in due modi: in riferimento alle catene montuose che lo circondano, ricche di minerali di quel colore; e, secondo poi, al fenomeno delle alghe, ovvero al colore che le sue acque assumevano periodicamente per il proliferare della micro-alga trichodesmium erythraeum che ha, per l'appunto, un colore rossastro. Ipotesi nella quale, per esperienze varie, siamo più portati a credere.

A proposito di retrospezioni storiche, non possiamo esimerci dal ricordare che questo mare è legato ai racconti biblici: il miracolo della separazione delle acque che permise a Mosè di riuscire a mettere in salvo il popolo ebraico durante l'esodo dall'Egitto. Improvvise correnti, reef affioranti ed eventi bellici hanno disseminato, nei secoli, i fondali del Mar Rosso di centinaia di navi che oggi, ricoperte di gorgonie ed alcionari (celenterati che formano colonie sul fondo marino), fanno ormai parte di uno stupefacente panorama subacqueo. In questo museo sottomarino le visite che abbiano scelto sono due. A parer nostro, fra le più emozionanti: il Carnatic ed il Thistlegorm.

CARNATIC. Salpando da Sharm El Maya (maya, in lingua araba: acqua) un piccolo porto di Sharm El Sheikh, ci si dirige verso sud. Durante le due ore di navigazione necessarie per arrivare sul punto della prima immersione, si ha modo di riflettere su un importante concetto di carattere ecologico che non dovrebbe mai essere trascurato.

Paradossalmente, infatti, proprio gli appassionati dello sport subacqueo che tanto amano le bellezze della barriera corallina, se durante le loro immersioni non fanno particolare attenzione, possono esserne i principali nemici: la sopravvivenza di queste incantevoli formazioni dipende da un intricato equilibrio di ciascuno dei suoi componenti, dai minuscoli polipi che costruiscono l'esoscheletro di carbonato di calcio dei coralli e delle gorgonie, fino ai visitatori pelagici di varie dimensioni e tipologia, che appartengono, anch'essi, all'ecosistema di queste meravigliose forme di vita.

In questo mondo, il subacqueo non deve mai dimenticare di essere un gradito ospite ma pur sempre un estraneo, proveniente da un'altra dimensione. Ogni colpo di pinna, ogni movimento malaccorto, può spezzare un ramo di corallo, a cui per ricrescere occorrono anni! Proprio allo scopo di proteggere questa preziosissima opera della natura e di accrescere nei patiti degli abissi la consapevolezza dell'impatto ecologico, tali zone sono state dichiarate dalle autorità egiziane Parco Nazionale: quindi, zone protette.

Giunti nella zona di Sha'ab Abu Nuhas, si può iniziare la discesa: la mèta è proprio lì sotto! Al relitto del Carnatic ci si avvicina con crescente emozione, specialmente per il fatto che, ancora oggi, conserva un mistero del quale, forse, solo le sue parti restanti conoscono la verità. Il piroscafo apparteneva alla prima generazione di navi a vapore, le quali, nonostante fossero motorizzate, presentavano un armamento a vela e per questo motivo venivano classificate come piroscafi a propulsione mista. Era attrezzato con due grandi alberi ed un potente motore a vapore che permetteva d'imprimere allo scafo una notevole velocità di crociera: circa 12 nodi.

L'immersione sul Carnatic ci fa rivivere il tragico passato di questo elegante vascello delle linee P&O (Peninsular and Oriental Company). Il disastro si compì nella notte del 13 settembre 1869, quando la nave, sotto il comando del capitano Johns della Reale Marina, andò a sbattere contro la barriera corallina, poche ore dopo aver lasciato Suez in rotta per Bombay. Oltre alle 230 persone, tra passeggeri e membri dell'equipaggio, la nave trasportava anche un sostanzioso carico di monete d'oro: 40mila sterline!

Il viaggio era cominciato bene. Era bel tempo. Avrebbe anche potuto continuare così se non fosse stato per un piccolo errore di navigazione. In realtà proprio la buona stagione fu uno dei fattori determinanti che avvolge questa storia in un velo di tragedia greca. Con le prime luci dell'alba fu evidente che la nave era solidamente incastrata nella barriera corallina. Il mare era calmo. Nulla attorno faceva presagire pericoli. Fu così che venne presa la fatidica decisione di trascorrere, con una strana sorta di tranquillità, un'altra notte a bordo. I pasti vennero serviti come al solito e i preparativi per evacuare la nave procedettero senza fretta eccessiva. Improvvisamente però, intorno alle 11 del mattino, la nave si spezzò in due tronconi. Nella confusione che ne seguì, ventisette, fra passeggeri e membri dell'equipaggio, furono scaraventati in mare dai rottami e annegarono.

I superstiti riuscirono a trascinare le scialuppe di salvataggio al di là della barriera, e da lì puntarono verso la piccolissima isola di Shadwan. Incendiando delle balle di cotone gettate a riva dalle onde e sparando un razzo di segnalazione riuscirono ad attirare l'attenzione del Sumatra, un'altra nave della Peninsular and Oriental, che li prese a bordo.

La Carnatic, per l'epoca un vero e proprio colosso, di ben 1.776 tonnellate di stazza e 90 metri di lunghezza, rimase bloccata sul pendio corallino, col pennone di trinchetto che emergeva in superficie; quando la notizia raggiunse i Lloyds di Londra, che ne avevano assicurato il prezioso carico, si decise di iniziare un'operazione di recupero a mezzo di due palombari sotto il comando del capitano Grant. Fu proprio in questa occasione che venne organizzata con successo una delle prime operazioni di recupero, facendo uso di palombari e della nuova tecnologia del tempo.

Il 25 ottobre del 1869 il primo cesto carico d'oro rivide la luce del sole. In tutto furono recuperate 32mila sterline. Le altre ottomila, forse, si trovano ancora lì...

THISTLEGORM. Situato nei pressi del grande sistema corallino di Sha'ab Ali (vicino allo stretto di Gobal), giace su questi fondali il Thistlegorm, che rappresenta la realizzazione dei sogni più fantastici per gli appassionati di questo genere di immersioni. È, senza dubbio, il numero uno di tutti i relitti subacquei del mondo. Lungo 131 metri e largo 18, ha una stazza di 4.898 tonnellate. Si trova a 30 metri di profondità, su un fondale sabbioso piatto. I resti del ponte si trovano, invece, a soli 17 metri, e sulla sua parte anteriore vi sono carri armati e proiettili di grosso calibro.

Man mano che ci avviciniamo, memori di quanto ci è stato spiegato su questo gigante inabissatosi da oltre sessant'anni, ci torna in mente quel 6 ottobre del 1941, quando, all'una e trenta del mattino, il destino del Thistlegorm fu definitivamente segnato.

La nave era reduce da un viaggio di circumnavigazione del Continente Nero, carica di ogni genere di materiale bellico per l'esercito britannico in Nord Africa. Dopo essere entrata nelle tranquille acque di Sha'ab Ali, gettò l'ancora e rimase ferma, cercando di passare, il più possibile, inosservata. Ma quelle precauzioni furono vane: la nave fu avvistata da un bombardiere tedesco. Due bombe centrarono in pieno il bersaglio, penetrando nella stiva numero 4. Le esplosioni che seguirono aprirono uno squarcio nella sezione di poppa e nove membri dell'equipaggio perirono.

Tutto il carico (come si può osservare da alcune foto), è rimasto lì. Le stive di prua contengono autocarri, motociclette, e poi pneumatici accatastati, migliaia di fucili, stivali di gomma, materiali di comunicazione, un vagone ferroviario, e persino delle ali di aereo. Indubbiamente, si tratta di un relitto che infonde inquietudine: l'aspetto, così spettrale, di quello scenario ci fa rivivere, come in un immaginario filmato, i momenti della guerra, con un agghiacciante fermo-immagine a mostrarci tutta la spietatezza delle assurde esigenze di quel periodo.

Per molti anni, dopo l'affondamento della Thistlegorm, le navi della Marina Britannica di passaggio in questo punto del Mar Rosso hanno abbassato la bandiera a mezz'asta in segno di lutto.

Claudio Zanini