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Tutti i colori del Muddus

Istituito nel 1942, e situato nella Penisola Scandinava, oltre il Circolo Polare, il suggestivo Parco Nazionale, che occupa quasi 50mila ettari, ha ricevuto anche un "Diploma europeo"

Il surreale scenario dell'aurora boreale sul Tornetras

I parchi nazionali della Penisola Scandinava sono moltissimi, tutti affascinanti. Vorremmo introdurvi ad essi raccontandovi la nostra esperienza all'estremo nord della Lapponia svedese, nel Parco Nazionale di Muddus. Istituito nel 1942, si estende per 49.300 ettari, tutti di proprietà demaniale, dove flora e fauna si sposano dando vita ad un caleidoscopio di colori ed emozioni.

Il Parco, che ha ricevuto il Diploma europeo per la protezione della natura nel 1967, comprende un altipiano semipianeggiante di rocce moreniche su substrato granitico, sostenuto da ripidi contrafforti ricoperti di fitte foreste. Il pianoro costituisce il bacino del Muddus: a sud è inciso da profonde gole tra cui quella di Måskoskårså, oltre 100 metri, e quella in cui si getta, con le spettacolari cascate di 42 metri, il fiume Muddus per raggiungere il fiume Lule.

Il territorio del Parco Nazionale è occupato in egual misura da acquitrini e foreste; solo in piccola parte da rocce nude. Le foreste a taiga (conifere) occupano tutte le aree scoscese: l'abete rosso domina la zona centro-occidentale del parco, il pino silvestre la zona sud-orientale; nel bosco misto sono presenti la betulla pubescente e la scandinava (più rara), salici, sorbi e pioppi tremuli. Lo specchio d'acqua più grande è il Muddusjaure: nel cuore della distesa verde si ammira dalla torre di Muddusluobbal.

Ancora visibili, in varie zone, i segni dei tre incendi che hanno parzialmente distrutto il Parco nel 1920, nel 1933 e nel 1941 e, al tempo stesso, le diverse fasi del processo di ricolonizzazione del manto forestale. Alcune delle foreste sono comunque tra le più importanti della Scandinavia, come ad esempio quelle delle pendici meridionali del Monte Linahuornat, dei primi anni del XVI secolo.

Nelle foreste che arricchiscono i terreni umidi si incontra un'interessante flora minore, mentre negli acquitrini crescono equiseti e carici e negli specchi d'acqua ninfee e ranuncoli di palude. Intorno alle aree umide vi sono macchie formate da rovi nani e muschi. Interessante anche la vegetazione dei corsi d'acqua degli ambienti rupicoli.

Non da meno la fauna con i suoi mammiferi: il ghiottone, la lince e l'orso - la cui popolazione è in crescita -, l'alce, la renna, la lepre, la martora, la donnola, la lontra e il lemming comune. Le abetaie costituiscono l'habitat di vita per civetta nana, gufo reale e allocco degli Urali. Negli acquitrini fanno il loro nido i piro piro boscherecci e varie coppie di strolaga mezzana. Scarsi invece i rettili: presenti solo con il marasso e la lucertola vivipara.

Come si può immaginare, dunque, con queste caratteristiche - e anche perché situato dopo il Circolo Polare Artico -, Muddus, specialmente in estate-autunno, è l'ideale per chi vuol vivere alcuni mesi a contatto della natura più selvaggia e inospitale.

Boschi e foreste. Così, dopo una quindicina di giorni di preparativi, partimmo per la nostra avventura nordica. Giugno è da sempre mese per eccellenza per visitare i parchi scandinavi: il sole vigila per ventiquattr'ore sulla tundra e sulla taiga (all'incirca dalla fine di maggio alla fine di luglio) e si vive appieno la breve estate nordica. Dopo di che il sole inizia a scendere all'orizzonte, fino a scomparire del tutto per mesi e ritornare pian piano a riconquistare gli spazi celesti. Sempre all'inizio dell'estate gli animali sono attivissimi, ed è più facile osservarli e fotografarli: cosa decisamente impegnativa nel restante periodo dell'anno.

Attraversata tutta d'un fiato la Germania e giunti in Danimarca, seguimmo le indicazioni per Copenaghen, in prossimità della quale c'è l'innesto per il ponte di Öresund, il più grande ponte d'Europa, che "lega" la Danimarca alla Svezia. Percorsi quei panoramici 16 km, giungemmo nella cittadina di Malmo e, dopo una sosta ristoratrice per mettere a punto il programma (in linea di massima già tracciato), ripartimmo, alternandoci alla guida tra infiniti rettilinei e innumerevoli foreste: dopo quattro giorni eravamo nei pressi di Muddus.

Tra gli animali ospitati: l'orso e la lince che, con l'alce e il lupo, sono tra i mammiferi più caratteristici della taiga svedese

Qui percorremmo l'unica pista bianca che consente, dopo 11 km, di raggiungere Skaite, l'ingresso del Parco, con una piazzola che funge da parcheggio e un'apposita casetta in legno per le informazioni. Eravamo contenti: Muddus era quel che faceva per noi. Dopo alcuni giorni, carichi come muli, partimmo con il progetto di rimanere circa cinque mesi all'interno di quei 50mila ettari di natura selvaggia.

L'ambiente ci piacque subito: infiniti boschi primigeni di pino silvestre si estendevano davanti ai nostri occhi, mostrandosi in tutta la loro bellezza; tronchi marcescenti al suolo ricordavano antiche gesta, mentre muschi e licheni facevano a gara per impossessarsi di alberi ormai al termine della vita. Frattanto i ciuffolotti delle pinete dalle fronde degli alberi marcavano, con i loro canti, il territorio.

Dopo vari saliscendi raggiungemmo un pianoro, dove preparammo il nostro campo base. Nella tarda serata, il primo giro d'ispezione: tra le innumerevoli tracce di animali selvatici c'erano addirittura quelle della lince, felino in via di estinzione. L'altipiano, sostenuto da ripidi contrafforti ricoperti di fitte foreste, ci sembrava un buon posto per alci, ghiottoni, linci, e naturalmente orsi. Ci appostammo, speranzosi di riprendere qualche scena di vita selvaggia.

La prima difficoltà da affrontare fu la luce del sole, troppo forte per favorire il riposo anche alle tre del mattino: cercammo di porvi rimedio mettendo delle coperte sopra la tenda che ci avrebbe ospitato per diversi mesi.

Tra canti di uccelli, muggiti, miagolii e ogni sorta di verso di animale, la prima settimana trascorse veloce. Verso la fine di giugno, in una calda sera estiva, udimmo, con nostra gioia, il tipico canto dell'allocco degli Urali. Da allora, ci fece compagnia per l'intera estate.

Di animali, però, ne avevamo sentiti e visti molti, ma in quanto a fotografarli eravamo al punto di partenza. Poi, in una mite mattina di luglio, un'alce con il suo piccolo apparve nella radura. Madre e figlio pascolavano tranquilli immergendo ogni tanto la testa tra gli acquitrini e godendosi il sole. La scena proseguì per alcune ore, fino a quando i due, che stavano sempre all'erta, fiutarono il pericolo: un ghiottone si stava avvicinando, cercando di predare l'unico piccolo che l'alce aveva dato al mondo.

Subito un grido di allarme echeggiò nella foresta. I due si dileguarono nel nulla lasciando con un palmo di naso il goloso mustelide, che però non deve essersi disperato a lungo. Qualche giorno più tardi, infatti, lo abbiamo reincontrato in un bosco di pino silvestre: portava con sé una preda, o almeno ciò che di essa rimaneva: forse un'oca selvatica. Ma non ne fummo troppo sicuri, tanto era malridotta.

Soddisfatti, togliemmo le tende dell'accampamento e ci incamminammo per raggiungere un altro luogo dove scoprire meraviglie: un piccolo pianoro formatosi da rocce moreniche e circondato da betulle. Qui, tutte le mattine, di buon'ora, un orso bruno era solito venire a mangiare. Incuriositi da tanta puntualità cercammo di capirne il motivo. Ad un centinaio di metri dalla nostra postazione c'era un grosso nido di formiche: una preda ghiotta per il "Bruno".

Ci appostammo. Dopo cinque giorni a vuoto, riuscimmo a riprendere l'orso che comodamente giocava con rami di betulle poste ad una trentina di metri sotto il nostro campo base. Era già da più di mezz'ora che lo stavamo osservando, quando bruscamente se ne andò. Inizialmente non capimmo quale fosse il motivo. Ma cercando insistentemente con il binocolo, scoprimmo tra i rami un'imponente aquila reale che, ben salda sulla betulla, osservava la zona occupata poco prima dall'orso. Per non disturbare, attendemmo pazientemente che il rapace volasse via, per poi scendere nella radura. Una renna, sicuramente predata dal lupo oppure malata, si era lasciata morire, e gli animali della foresta, tra i quali l'orso e l'aquila, ne avevano approfittato banchettando con ottime proteine animali.

I lapponi. Tra luglio e agosto assistemmo allo spettacolo della vita nomade dei Lapponi. Stagionalmente attraversano Muddus con branchi di migliaia di renne. Per loro la realtà del Parco Nazionale ha ben poco modificato i costumi, né i regolamenti di tutela comportano restrizioni eccessive. L'antico diritto di caccia e di pesca, indispensabile alla sopravvivenza del popolo nomade, è stato salvaguardato.

Traspare insomma, da ogni particolare, la preoccupazione di conservare inalterata una parte importante di mondo, sottraendolo al destino livellatore del progresso tecnologico. Non vi è dubbio che la Svezia sia uno dei Paesi al mondo più avanzati nel campo della protezione dell'ambiente. Vi sono infatti attualmente 16 parchi nazionali, 959 riserve naturali, 10 riserve naturali "orientate", 408 rifugi faunistici, destinati principalmente a uccelli e foche, oltre a ben 1.338 monumenti naturali di superficie non precisabile, riguardanti fenomeni geologici, vecchi alberi o simili. Nel complesso, oltre 1.772.300 ettari.

Sulle rive del fiume. Alla fine di agosto ci ritrovammo sulle rive del fiume Muddus, dove è facile avvistare castori: almeno questo è quanto ci avevano spiegato le guardie forestali di Jokkmokk. Il rumore fragoroso delle acque, e soprattutto della grande cascata, alta più di 40 metri, che si getta nel fiume Lule, tolse dalla nostra mente il ricordo di ogni più piccolo fruscio che ci aveva accompagnato tra le fitte abetaie dell'affascinante Parco. Il fiume Muddus imponeva adesso la sua legge. Dovevamo stare molto attenti a non scivolare e soprattutto a non cadere in quelle profonde gole.

Tra gli acquitrini ponemmo la nostra tenda e, una volta sistemato il campo base, ci inoltrammo su sentieri diversi, in cerca di tracce di animali selvatici e luoghi incantati, cercando di fotografare le meraviglie nordiche che il Muddus Nationalpark sembrava ansioso di svelarci. Il castoro non volle farsi vedere, però riuscimmo ad avvistare la civetta nana che, solita appollaiarsi tra i rami delle betulle cacciando lemming, non fu facile da fotografare. Nello stesso periodo dovemmo fare i conti con le zanzare che, numerosissime, si avventavano su di noi. Per fortuna avevamo previsto una situazione simile e, forniti di un apposito repellente, ci fu possibile difenderci, uscendo quasi indenni da quel noioso ronzio.

L'autunno non si fece attendere: già tra la fine di agosto e i primi di settembre ne avemmo le prime avvisaglie. Il cielo di rado si tingeva di blu e le foglie s'incupivano a poco a poco. In una giornata ormai sbiadita e apatica giunse, tra i boschi, l'attesa lince. Con passo felpato si avvicinò a dei cigni selvatici: gli ultimi rimasti, gli altri erano da tempo in viaggio. Subito preparammo l'attrezzatura per immortalare l'evento: una lince che preda cigni selvatici, più raro di così! Non stavamo più nella pelle dalla gioia, ma anche dall'ansia. Pensavamo che i cigni si accorgessero del predatore e lui di noi. Fortunatamente per noi e per i cigni non andò come pensavamo. Gli uccelli si accorsero all'ultimo istante del predatore e questo, visto che ormai non vi era più nulla da fare, si è fermò a bere, dandoci il tempo di scattare ottime foto.

Aurora boreale. Trascorsero i giorni e la stella di fuoco s'adagiò, dopo due mesi vissuti in alto nel cielo, nel suo letto, facendoci capire che l'autunno ormai era giunto alle porte. Le betulle presto si tinsero di rosso e gli uccelli abbandonarono i laghi, mentre le giovani volpi nelle ore crepuscolari iniziarono il proprio cammino lasciando le loro famiglie. Una notte sentimmo dei fruscii attorno alla tenda e incuriositi cercammo di scoprire chi fosse. Con nostra sorpresa, una giovane volpe stava frugando in cerca di cibo: le gettammo della frutta che accettò di buon grado e, così facendo, dopo alcuni giorni diventammo amici, riuscendo a fotografare il temerario cucciolo che, dopo una quindicina di giorni, si decise ad intraprendere il meraviglioso viaggio della vita.

Tra quei laghi non fu difficile avvistare la lontra, che giocava sulle rive; ora tuffandosi, ora emergendo per mangiarsi in santa pace un pesce catturato nelle limpide acque. Frattanto le foglie cadevano al suolo, silenziosamente accompagnate dal vento, ora divenuto freddo e insistente. Il cielo si copriva spesso di nubi. Una notte ci svegliammo per il troppo freddo. Intirizziti ci affacciammo dalla tenda: stava nevicando. Ormai era giunto il momento di far ritorno in Italia.

Nelle ultime e brevi giornate di luce i deboli raggi solari a fatica scaldavano i nostri visi turgidi. I laghi iniziarono così a gelarsi. Il cielo blu, che ci aveva accompagnato nei assolati giorni estivi, sembrava scomparso tra i monti della Svezia. Ci fu una sera, però, in cui il cielo tornò limpido e le stelle, scintillando, salutarano la luna nascente. A poco a poco una luce parve apparire dal nulla, irradiando l'universo d'un verde cromo. Uno scenario surreale, toccante: una bellissima aurora boreale! Dopo alcuni giorni fummo costretti a lasciare Muddus. Sulla via del ritorno, in uno dei numerosi anfratti che popolano il Parco, scoprimmo ancora un gufo reale che, sonnecchiando, aspettava il buio per scivolare silenzioso nei suoi territori di caccia.

Lasciammo il parcheggio di Skaite verso fine ottobre. La neve non sarebbe più andata via fino a primavera e continuava a ricoprire le fustaie solenni dell'ambiente selvaggio e inospitale che però tanto ci aveva ammaliato in quei cinque lunghi mesi.

Andrea e Nicola Barghi