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I generali Montgomery e Alexander
potevano evitare di attaccare su El Alamein in quanto sapevano che,
l'8 novembre, una poderosa armata Usa sarebbe sbarcata in Marocco e
Algeria. Gli italo-tedeschi dovevano pertanto ripiegare, per
arroccarsi in un'area difendibile comprendente anche la Tunisia. La
Gran Bretagna, però, aveva bisogno, per la storia, di una vittoria
campale che sino ad allora non aveva ottenuto. D'altro canto, i
Comandi Supremi dell'Asse non credettero all'analisi del nostro
Servizio Informazione, che la davano per certa nei tempi brevi,
così come non avevano ritenuto prossima l'offensiva su El Alamein,
dal Sim indicata a far data dal 20 ottobre. Quindi, nella
convinzione di un attacco inglese non a breve, e non credendo
all'ipotesi di uno sbarco in Nord Africa, si decise di fortificare
la linea di El Alamein, specie con profondi campi minati (da Rommel
definiti Teufelgarten, "giardini del diavolo"), e di rinviare alla
primavera del '43 l'offensiva su Malta e poi attaccare in
Egitto.
Su tale valutazione ottimistica,
Rommel si prenderà dal 22 settembre una lunga licenza in Germania:
intanto a Suez una serie di convogli Usa scaricavano centinaia di
carri Sherman, semoventi da 105 mm, montagne di munizioni,
carburante, mezzi di ogni forma. La Gran Bretagna, ormai,
"sussidiata" dagli americani (come l'Italia dalla Germania),
rastrellava uomini dalle sue colonie, dai Dominions e da ogni
possibile parte: australiani, neozelandesi, indiani, nepalesi,
sudafricani, francesi gollisti ed altre rappresentanze di Paesi
sconfitti.
Montgomery si fece audace, e a
settembre mise in atto ben due operazioni: la prima, una incursione
via mare sui porti di Tobruk e Bengasi, e la seconda nel settore
sud del fronte. «Un fallimento», dirà Alexander. Montgomery e
Alexander si dedicheranno allora alla terza battaglia di El
Alamein, con l'obiettivo di attaccare e annientare l'armata
italo-tedesca in tempi brevi.
Della battaglia, di cui tanto si è
scritto, tratteremo soltanto gli aspetti salienti. Ebbe inizio di
"sorpresa" alle ore 20,40 del 23 ottobre, con Rommel assente e con
Stumme al suo posto, che morirà quasi subito di infarto in prima
linea. La 8a Armata di Montgomery, lungi dall'avanzare, entrò in
crisi, mentre le perdite, in uomini e carri, salivano paurosamente.
Ammontarono a 13.500 uomini, tra morti, feriti e dispersi, mentre
le divisioni corazzate registravano 600 carri, tra distrutti e
messi fuori combattimento.
Intanto Rommel, il 26, riprendeva il
comando. Montgomery spostava allora lo sforzo principale a
settentrione, dove, però, le migliori forze britanniche vennero
bloccate (combattimenti al di sopra dell'umano) dal 125° Fanteria
tedesca e dal 7° Bersaglieri. Malgrado questi successi, Rommel capì
che non poteva durare, e sottopose al Comando Supremo un piano di
sganciamento dell'Armata e un ripiegamento sulla linea arretrata di
Fuka. Tale proposta - che avrebbe salvato l'intera Armata - non fu
accolta (G. Roberti).
Alle 22 del 30 Montgomery fa
scattare l'Operazione "Supercharge": fu lo scontro più cruento
della battaglia, fra Tell el Elsa e Tell el Salab. Conquista
inglese di un saliente, contrattacco italo-tedesco (1° novembre)
che lo riconquista (vi perde la vita il coraggioso Comandante della
Brigata corazzata australiana, generale Godfrey). Rommel sa che non
potrà reggere all'imminente attacco di ben 600 carri: il 2 decide
il ripiegamento sulla linea di Fuka (90 km). Le unità iniziano le
operazioni di sganciamento. Alle 13,30 del 3 Hitler ordina di
«resistere ad El Alamein fino alla morte». Rommel ubbidisce: le
unità in movimento fanno marcia indietro. Confusione.
La 7a Divisione corazzata inglese,
per superare la resistenza italo-tedesca, tentò un aggiramento da
sud scontrandosi con la Divisione "Ariete", ultima riserva
d'Armata. «La lotta disperata durò fino a sera: nel pomeriggio
pervenne a Rommel - che lo riporta integralmente con un alto elogio
nelle sue memorie - l'ultimo drammatico e scarno messaggio della
gloriosa Divisione» (G. Roberti). E Paul Carrer scrive: «A sud e a
sud-est di El Daba si svolge un'altra tremenda tragedia: lì infuria
la battaglia tra le logore forze corazzate del XX Corpo d'Armata
italiano e un centinaio di carri pesanti inglesi. Gli italiani sono
accerchiati, ma non si arrendono, come Rommel ha ordinato. L'unità
viene distrutta fino all'ultimo carro».
Scriverà Rommel nelle sue memorie:
«La sera il XX Corpo italiano (le divisioni "Trento", "Bologna",
"Brescia", "Pavia", "Folgore", "Ariete" e "Littorio"), dopo
valorosa lotta, era annientato. Con la "Ariete" perdemmo i nostri
più anziani camerati italiani, ai quali, bisogna riconoscerlo,
avevamo sempre chiesto più di quello che erano in grado di fare con
il loro cattivo armamento».
«Il 4 novembre, i resti dell'Armata
italo-tedesca ripiegarono lungo la litoranea (verso la linea della
Fuka, nda). Gli inglesi non seppero sfruttare l'occasione per
distruggere completamente i reparti dell'Asse scampati alla
battaglia e la loro avanzata fu molto cauta (...). Quattro giorni
dopo, gli Alleati sbarcarono nel Nord Africa francese (Operazione
"Torch"). Gli italo-tedeschi erano presi tra due fuochi» (De
Risio). «Malgrado tutti gli ostacoli, le interferenze e le
difficoltà di ogni genere, Rommel riesce a salvare quanto è ancora
recuperabile della gloriosa Armata Italo-Tedesca, e con una
ritirata esemplare la condurrà poi fino in Tunisia» (G.
Roberti).

La ritirata dell'Armata
Italo-Tedesca fu una «pura e grande operazione militare.
Montgomery, con una forza quattro volte superiore, non riuscirà a
conseguire l'obiettivo fissatogli da Churchill di "catturarla e
annientarla" prima che potesse raggiungere la frontiera tinisina»
(G. Roberti). La terza battaglia di El Alamein poteva considerarsi
conclusa. Ma essa non fu nemmeno lontanamente un'altra Waterloo.
Anzi: «Per noi italiani e per i tedeschi di Rommel fu un momento di
splendore militare che non può e non dovrà essere dimenticato»
(Franco Bandini).
IL FRONTE RUSSO. Sul Fronte
Russo, il 19 novembre iniziava la tragedia degli oltre 230mila
uomini dell'Armir del generale Italo Gariboldi. Intere armate della
riserva strategica sovietica da tempo si preparavano, potentemente
supportate dai rifornimenti angloamericani. Il 23, dopo la resa
senza combattere di cinque divisioni rumene, le due branche della
tenaglia sovietica si chiusero a Kalac, isolando la 6a Armata di
von Paulus e parte della 4a dal resto della Wermacht. Iniziava la
battaglia di Stalingrado.
I nostri soldati, male equipaggiati
e quasi privi di armi controcarro, fecero l'impossibile, resistendo
e contrattaccando oltre ogni limite umano. Il 19 dicembre il II
Corpo d'Armata italiano non esisteva più, gli uomini chiusi in una
"sacca" o in ritirata: oltre 10mila i prigionieri (che verranno
trattati con modi disumani).
Dopodiché i sovietici dilagarono in
profondità, lasciando intatto il Corpo d'Armata Alpino contro cui
si scaglieranno a metà gennaio. Tanto per cambiare, Hitler, si era
rifiutato, all'inizio dell'attacco, di effettuare una manovra in
ritirata che avrebbe potuto salvare l'Armata di von Paulus. Con le
note conseguenze.
L'EROICA CAMPAGNA DI TUNISIA.
Diciamo le cose come stanno: gli Alleati non brillarono in Tunisia
e gli italo-tedeschi, in ritirata di 2.500 km da El Alamein, si
comportarono da veri combattenti. «Lo spirito combattivo delle
truppe era intatto: un vero miracolo dopo così lunga serie di
rovesci» (Rommel). E il Maresciallo Messe: «L'operazione che ha
consentito di mettere in salvo su una sola strada e per circa 2.500
km la massa dell'Acit è stata portata a termine attraverso uno
sforzo grandioso, che costituisce un titolo di merito per coloro
che l'hanno diretta e compiuta».
Il 14 febbraio 1943 Rommel sferrerà
l'Operazione "Vento di primavera" nella zona di Kasserine con tre
divisioni corazzate e la "Centauro". Viene travolta la 1a Divisione
corazzata e una divisione di fanteria Usa. Nei durissimi
combattimenti cade il Comandante del 7° Bersaglieri, colonnello
Bonfatti. Gravi le perdite degli Alleati: circa 10mila uomini, tra
cui 7mila Usa, e 165 carri; elevato il bottino di guerra. Modeste
le perdite italo-tedesche: circa 200 uomini.
Dopo Kasserine, Rommel volle
attaccare l'8a Armata di Montgomery in fase di schieramento sulla
linea del Mareth. Ma "Monty" si era preparato grazie alle
intercettazioni del codice tedesco "Enigma". Per di più,
l'offensiva venne spostata da fine febbraio al 6 marzo. Venuta a
mancare "la sorpresa", l'attacco fallirà, malgrado la preparazione
di Messe, che aveva assunto il comando della 1a Armata italiana,
già Acit, e l'impegno eroico delle divisioni "Trieste" e
"Spezia".
Di fronte alla barriera difensiva di
Montgomery, Rommel e Messe decidono, il 7, di desistere. Rommel
lascerà il comando del Gruppo di Armate a von Armin (rientrerà a
Berlino, ammalato e deluso) e la 1a a Messe (per l'aviazione, una
cinquantina di apparecchi da caccia Macchi 200).
I soldati italiani, oramai
consapevoli che tutto è finito, continueranno a battersi, nelle tre
battaglie di Tunisia, con indubbia tenacia in «un centro di
resistenza con centinaia di migliaia di combattenti ancora
straordinari nella loro dedizione» (Montanelli-Cervi). Non solo, ma
i primi a cedere saranno i tedeschi, mentre "i ragazzi di Messe",
ricevuto l'ordine da Mussolini, cederanno le armi due giorni dopo,
pressati, attaccati e bombardati da ben due Armate: la 1a
anglo-americana e l'8a di Montgomery.
Ecco, in sintesi, le "nostre" tre
battaglie di Tunisia con l'eroico generale Messe. La prima, sulla
linea del Mareth (18 marzo) con l'Operazione "Pugilist" di
Montgomery, in due fasi: contro la "Trieste", la "Giovani Fascisti"
e la 90a Leggera. Monty viene respinto con gravi perdite. Tenta
un'altra strada "aggirante" a El-Hamma, difesa dal 7° Bersaglieri,
dai tedeschi del "Reggimento Africa", da un Battaglione "M" (morirà
il comandante) e dal Raggruppamento "Sahara". L'8a Armata verrà
sconfitta e dovrà ritirarsi. Così Messe potrà retrocedere sulla
linea dell'Akarit (27 marzo) conservando la propria efficienza.
Montgomery non demorde: voleva arrivare per primo a Tunisi (i
"maccaroni" italiani glielo impediranno). Il 5 aprile attacca la
linea dell'Akarit con oltre 500 carri: violenti contrattacchi della
"Trieste", della "Spezia" e del 15° Panzer. Si distingue, tra
tanti, il tenente Pietro Corsini (futuro Comandante Generale
dell'Arma), della Compagnia "Arditi Paracadutisti".
Neanche sulla linea dell'Akarit
"Monty" riuscirà a passare! Malgrado la strenua resistenza nel
settore della "Centauro", Messe decise di ripiegare sulla terza ed
ultima linea difensiva di Enfidaville (oltre 200 km), che
raggiungeva pressoché incolume il 12 aprile. «I nostri soldati,
sottoposti a bombardamenti di ogni tipo e ad attacchi violenti, non
arretrarono». Montgomery continuerà ad attaccare violentemente. La
sera del 23, Messe alle sue truppe: «La prima fase della battaglia
di Tunisi è finita con la nostra completa vittoria...».
Montgomery scatenerà il 24 un'altra
offensiva, spostando la linea d'attaco principale sulla costa. Fu
un inferno di fuoco, Montgomery impegnò tutta l'8a Armata. Altra
sconfitta: «Un deciso attacco lanciato il 24 aprile aveva
dimostrato che le posizioni di Enfidaville erano troppo salde per
essere conquistate senza gravi perdite» (Messe). Stessa
considerazione di Churchill e Alexander, che tolsero a Montgomery
forze da destinare al fronte nord, relegando lo sconfitto "Monty" a
«operazioni locali». «Dal 6 maggio in avanti i tedeschi entrarono
in crisi... Gli italiani rivelarono un maggior spirito
d'iniziativa: in più di una occasione si mostrarono indignati
quando i loro camerati tedeschi si arresero. Alcuni di loro
volevano continuare a combattere la loro guerra fino alla morte...»
(A. Moorehead).
Il mattino del 9 i tedeschi del
settore nord si arrendevano, mentre il ridotto di Messe si batteva
strenuamente. Nel ridotto di Enfidaville continuano a resistere
agli attacchi violenti da ogni parte soltanto gli italiani. Alle
ore 11,15 del 12 maggio telegramma di Mussolini a Messe: "Cessare
combattimento. Siete nominato Maresciallo d'Italia. Onore a voi et
vostri prodi".
Montgomery, bilioso per la mancata
conquista di Tunisi, rifiuterà "l'onore delle armi" e affiderà i
prigionieri alla "custodia" dei
marocchini-francesi. |