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I Carabinieri nel Novecento italiano - 30 - 1943: ancora El Alamein

Con questa serie vogliamo riproporre il cammino dell'Arma nel secolo appena trascorso. Un cammino complesso, a diretto contatto con il sofferto sviluppo della storia patria, ma che vede l'Istituzione sempre in primo piano, cosciente dello spirito del tempo e dell'importanza del suo ruolo nel quotidiano rapporto con la gente. Un'Arma "unica al mondo", grazie ai suoi valori ed ideali, sempre al di sopra delle parti e al servizio del popolo

Immagine della serie I carabinieri nel novecento italiano

I generali Montgomery e Alexander potevano evitare di attaccare su El Alamein in quanto sapevano che, l'8 novembre, una poderosa armata Usa sarebbe sbarcata in Marocco e Algeria. Gli italo-tedeschi dovevano pertanto ripiegare, per arroccarsi in un'area difendibile comprendente anche la Tunisia. La Gran Bretagna, però, aveva bisogno, per la storia, di una vittoria campale che sino ad allora non aveva ottenuto. D'altro canto, i Comandi Supremi dell'Asse non credettero all'analisi del nostro Servizio Informazione, che la davano per certa nei tempi brevi, così come non avevano ritenuto prossima l'offensiva su El Alamein, dal Sim indicata a far data dal 20 ottobre. Quindi, nella convinzione di un attacco inglese non a breve, e non credendo all'ipotesi di uno sbarco in Nord Africa, si decise di fortificare la linea di El Alamein, specie con profondi campi minati (da Rommel definiti Teufelgarten, "giardini del diavolo"), e di rinviare alla primavera del '43 l'offensiva su Malta e poi attaccare in Egitto.

Su tale valutazione ottimistica, Rommel si prenderà dal 22 settembre una lunga licenza in Germania: intanto a Suez una serie di convogli Usa scaricavano centinaia di carri Sherman, semoventi da 105 mm, montagne di munizioni, carburante, mezzi di ogni forma. La Gran Bretagna, ormai, "sussidiata" dagli americani (come l'Italia dalla Germania), rastrellava uomini dalle sue colonie, dai Dominions e da ogni possibile parte: australiani, neozelandesi, indiani, nepalesi, sudafricani, francesi gollisti ed altre rappresentanze di Paesi sconfitti.

Montgomery si fece audace, e a settembre mise in atto ben due operazioni: la prima, una incursione via mare sui porti di Tobruk e Bengasi, e la seconda nel settore sud del fronte. «Un fallimento», dirà Alexander. Montgomery e Alexander si dedicheranno allora alla terza battaglia di El Alamein, con l'obiettivo di attaccare e annientare l'armata italo-tedesca in tempi brevi.

Un Hurricane attacca un carro armato tedesco in Tunisia

Della battaglia, di cui tanto si è scritto, tratteremo soltanto gli aspetti salienti. Ebbe inizio di "sorpresa" alle ore 20,40 del 23 ottobre, con Rommel assente e con Stumme al suo posto, che morirà quasi subito di infarto in prima linea. La 8a Armata di Montgomery, lungi dall'avanzare, entrò in crisi, mentre le perdite, in uomini e carri, salivano paurosamente. Ammontarono a 13.500 uomini, tra morti, feriti e dispersi, mentre le divisioni corazzate registravano 600 carri, tra distrutti e messi fuori combattimento.

Intanto Rommel, il 26, riprendeva il comando. Montgomery spostava allora lo sforzo principale a settentrione, dove, però, le migliori forze britanniche vennero bloccate (combattimenti al di sopra dell'umano) dal 125° Fanteria tedesca e dal 7° Bersaglieri. Malgrado questi successi, Rommel capì che non poteva durare, e sottopose al Comando Supremo un piano di sganciamento dell'Armata e un ripiegamento sulla linea arretrata di Fuka. Tale proposta - che avrebbe salvato l'intera Armata - non fu accolta (G. Roberti).

Alle 22 del 30 Montgomery fa scattare l'Operazione "Supercharge": fu lo scontro più cruento della battaglia, fra Tell el Elsa e Tell el Salab. Conquista inglese di un saliente, contrattacco italo-tedesco (1° novembre) che lo riconquista (vi perde la vita il coraggioso Comandante della Brigata corazzata australiana, generale Godfrey). Rommel sa che non potrà reggere all'imminente attacco di ben 600 carri: il 2 decide il ripiegamento sulla linea di Fuka (90 km). Le unità iniziano le operazioni di sganciamento. Alle 13,30 del 3 Hitler ordina di «resistere ad El Alamein fino alla morte». Rommel ubbidisce: le unità in movimento fanno marcia indietro. Confusione.

La 7a Divisione corazzata inglese, per superare la resistenza italo-tedesca, tentò un aggiramento da sud scontrandosi con la Divisione "Ariete", ultima riserva d'Armata. «La lotta disperata durò fino a sera: nel pomeriggio pervenne a Rommel - che lo riporta integralmente con un alto elogio nelle sue memorie - l'ultimo drammatico e scarno messaggio della gloriosa Divisione» (G. Roberti). E Paul Carrer scrive: «A sud e a sud-est di El Daba si svolge un'altra tremenda tragedia: lì infuria la battaglia tra le logore forze corazzate del XX Corpo d'Armata italiano e un centinaio di carri pesanti inglesi. Gli italiani sono accerchiati, ma non si arrendono, come Rommel ha ordinato. L'unità viene distrutta fino all'ultimo carro».

Scriverà Rommel nelle sue memorie: «La sera il XX Corpo italiano (le divisioni "Trento", "Bologna", "Brescia", "Pavia", "Folgore", "Ariete" e "Littorio"), dopo valorosa lotta, era annientato. Con la "Ariete" perdemmo i nostri più anziani camerati italiani, ai quali, bisogna riconoscerlo, avevamo sempre chiesto più di quello che erano in grado di fare con il loro cattivo armamento».

«Il 4 novembre, i resti dell'Armata italo-tedesca ripiegarono lungo la litoranea (verso la linea della Fuka, nda). Gli inglesi non seppero sfruttare l'occasione per distruggere completamente i reparti dell'Asse scampati alla battaglia e la loro avanzata fu molto cauta (...). Quattro giorni dopo, gli Alleati sbarcarono nel Nord Africa francese (Operazione "Torch"). Gli italo-tedeschi erano presi tra due fuochi» (De Risio). «Malgrado tutti gli ostacoli, le interferenze e le difficoltà di ogni genere, Rommel riesce a salvare quanto è ancora recuperabile della gloriosa Armata Italo-Tedesca, e con una ritirata esemplare la condurrà poi fino in Tunisia» (G. Roberti).

Il generale Messe, al Comando della 1a Armata italiana, già Acit (Armata corazzata italo-tedesca)

La ritirata dell'Armata Italo-Tedesca fu una «pura e grande operazione militare. Montgomery, con una forza quattro volte superiore, non riuscirà a conseguire l'obiettivo fissatogli da Churchill di "catturarla e annientarla" prima che potesse raggiungere la frontiera tinisina» (G. Roberti). La terza battaglia di El Alamein poteva considerarsi conclusa. Ma essa non fu nemmeno lontanamente un'altra Waterloo. Anzi: «Per noi italiani e per i tedeschi di Rommel fu un momento di splendore militare che non può e non dovrà essere dimenticato» (Franco Bandini).

IL FRONTE RUSSO. Sul Fronte Russo, il 19 novembre iniziava la tragedia degli oltre 230mila uomini dell'Armir del generale Italo Gariboldi. Intere armate della riserva strategica sovietica da tempo si preparavano, potentemente supportate dai rifornimenti angloamericani. Il 23, dopo la resa senza combattere di cinque divisioni rumene, le due branche della tenaglia sovietica si chiusero a Kalac, isolando la 6a Armata di von Paulus e parte della 4a dal resto della Wermacht. Iniziava la battaglia di Stalingrado.

I nostri soldati, male equipaggiati e quasi privi di armi controcarro, fecero l'impossibile, resistendo e contrattaccando oltre ogni limite umano. Il 19 dicembre il II Corpo d'Armata italiano non esisteva più, gli uomini chiusi in una "sacca" o in ritirata: oltre 10mila i prigionieri (che verranno trattati con modi disumani).

Dopodiché i sovietici dilagarono in profondità, lasciando intatto il Corpo d'Armata Alpino contro cui si scaglieranno a metà gennaio. Tanto per cambiare, Hitler, si era rifiutato, all'inizio dell'attacco, di effettuare una manovra in ritirata che avrebbe potuto salvare l'Armata di von Paulus. Con le note conseguenze.

L'EROICA CAMPAGNA DI TUNISIA. Diciamo le cose come stanno: gli Alleati non brillarono in Tunisia e gli italo-tedeschi, in ritirata di 2.500 km da El Alamein, si comportarono da veri combattenti. «Lo spirito combattivo delle truppe era intatto: un vero miracolo dopo così lunga serie di rovesci» (Rommel). E il Maresciallo Messe: «L'operazione che ha consentito di mettere in salvo su una sola strada e per circa 2.500 km la massa dell'Acit è stata portata a termine attraverso uno sforzo grandioso, che costituisce un titolo di merito per coloro che l'hanno diretta e compiuta».

Il 14 febbraio 1943 Rommel sferrerà l'Operazione "Vento di primavera" nella zona di Kasserine con tre divisioni corazzate e la "Centauro". Viene travolta la 1a Divisione corazzata e una divisione di fanteria Usa. Nei durissimi combattimenti cade il Comandante del 7° Bersaglieri, colonnello Bonfatti. Gravi le perdite degli Alleati: circa 10mila uomini, tra cui 7mila Usa, e 165 carri; elevato il bottino di guerra. Modeste le perdite italo-tedesche: circa 200 uomini.

Il generale britannico Alexander impegnato insieme a Montgomery ad El Alamein contro l'Armata italo-tedesca

Dopo Kasserine, Rommel volle attaccare l'8a Armata di Montgomery in fase di schieramento sulla linea del Mareth. Ma "Monty" si era preparato grazie alle intercettazioni del codice tedesco "Enigma". Per di più, l'offensiva venne spostata da fine febbraio al 6 marzo. Venuta a mancare "la sorpresa", l'attacco fallirà, malgrado la preparazione di Messe, che aveva assunto il comando della 1a Armata italiana, già Acit, e l'impegno eroico delle divisioni "Trieste" e "Spezia".

Di fronte alla barriera difensiva di Montgomery, Rommel e Messe decidono, il 7, di desistere. Rommel lascerà il comando del Gruppo di Armate a von Armin (rientrerà a Berlino, ammalato e deluso) e la 1a a Messe (per l'aviazione, una cinquantina di apparecchi da caccia Macchi 200).

I soldati italiani, oramai consapevoli che tutto è finito, continueranno a battersi, nelle tre battaglie di Tunisia, con indubbia tenacia in «un centro di resistenza con centinaia di migliaia di combattenti ancora straordinari nella loro dedizione» (Montanelli-Cervi). Non solo, ma i primi a cedere saranno i tedeschi, mentre "i ragazzi di Messe", ricevuto l'ordine da Mussolini, cederanno le armi due giorni dopo, pressati, attaccati e bombardati da ben due Armate: la 1a anglo-americana e l'8a di Montgomery.

Ecco, in sintesi, le "nostre" tre battaglie di Tunisia con l'eroico generale Messe. La prima, sulla linea del Mareth (18 marzo) con l'Operazione "Pugilist" di Montgomery, in due fasi: contro la "Trieste", la "Giovani Fascisti" e la 90a Leggera. Monty viene respinto con gravi perdite. Tenta un'altra strada "aggirante" a El-Hamma, difesa dal 7° Bersaglieri, dai tedeschi del "Reggimento Africa", da un Battaglione "M" (morirà il comandante) e dal Raggruppamento "Sahara". L'8a Armata verrà sconfitta e dovrà ritirarsi. Così Messe potrà retrocedere sulla linea dell'Akarit (27 marzo) conservando la propria efficienza. Montgomery non demorde: voleva arrivare per primo a Tunisi (i "maccaroni" italiani glielo impediranno). Il 5 aprile attacca la linea dell'Akarit con oltre 500 carri: violenti contrattacchi della "Trieste", della "Spezia" e del 15° Panzer. Si distingue, tra tanti, il tenente Pietro Corsini (futuro Comandante Generale dell'Arma), della Compagnia "Arditi Paracadutisti".

Neanche sulla linea dell'Akarit "Monty" riuscirà a passare! Malgrado la strenua resistenza nel settore della "Centauro", Messe decise di ripiegare sulla terza ed ultima linea difensiva di Enfidaville (oltre 200 km), che raggiungeva pressoché incolume il 12 aprile. «I nostri soldati, sottoposti a bombardamenti di ogni tipo e ad attacchi violenti, non arretrarono». Montgomery continuerà ad attaccare violentemente. La sera del 23, Messe alle sue truppe: «La prima fase della battaglia di Tunisi è finita con la nostra completa vittoria...».

Montgomery scatenerà il 24 un'altra offensiva, spostando la linea d'attaco principale sulla costa. Fu un inferno di fuoco, Montgomery impegnò tutta l'8a Armata. Altra sconfitta: «Un deciso attacco lanciato il 24 aprile aveva dimostrato che le posizioni di Enfidaville erano troppo salde per essere conquistate senza gravi perdite» (Messe). Stessa considerazione di Churchill e Alexander, che tolsero a Montgomery forze da destinare al fronte nord, relegando lo sconfitto "Monty" a «operazioni locali». «Dal 6 maggio in avanti i tedeschi entrarono in crisi... Gli italiani rivelarono un maggior spirito d'iniziativa: in più di una occasione si mostrarono indignati quando i loro camerati tedeschi si arresero. Alcuni di loro volevano continuare a combattere la loro guerra fino alla morte...» (A. Moorehead).

Il mattino del 9 i tedeschi del settore nord si arrendevano, mentre il ridotto di Messe si batteva strenuamente. Nel ridotto di Enfidaville continuano a resistere agli attacchi violenti da ogni parte soltanto gli italiani. Alle ore 11,15 del 12 maggio telegramma di Mussolini a Messe: "Cessare combattimento. Siete nominato Maresciallo d'Italia. Onore a voi et vostri prodi".

Montgomery, bilioso per la mancata conquista di Tunisi, rifiuterà "l'onore delle armi" e affiderà i prigionieri alla "custodia" dei marocchini-francesi.

Arnaldo Grilli