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Provate a chiedere ad una persona di
media cultura se conosce George Sand. «Sì, certo», vi dirà, «si
tratta di una scrittrice francese vissuta nell'Ottocento, romantica
e trasgressiva, che si firmava con un nome maschile, si vestiva da
uomo e fumava il sigaro, ed era soprattutto un'amante
appassionata».
Provate ad insistere, e chiedete:
«Ma cosa ha scritto questa George Sand?». Allora il vostro
interlocutore esiterà, si mostrerà confuso e alla fine confesserà:
«Ma, non so, ora non ricordo...». È questa la prima contraddizione,
"la prima di tante" che grava in egual misura sulla donna e sulla
scrittrice, e la rende misteriosa, nonostante si sia mostrata in
modo fin troppo aperto e, diremmo anche, senza ritegno.
La vita e l'opera di madame Sand -
che fu celebrata ai suoi tempi come "il più grande scrittore del
secolo" o, almeno, il più rappresentativo, e che oggi è quasi
dimenticata - sono, in effetti, un groviglio di contraddizioni.
Aristocratica e popolana a un tempo, imbevuta di misticismo e
socialista, frequentatrice (per un certo periodo) dei salotti più
esclusivi di Parigi ma essenzialmente campagnola, bohémienne e
tuttavia sempre rispettabile. Immorale ma anche virtuosa. Femme
galante per vocazione e per retaggio familiare e però femminista
ante-litteram, energica e instancabile (capace di lavorare alla
scrivania per quattordici ore di seguito), ma anche amante
dell'ozio e della contemplazione, battagliera. Rivoluzionaria in
alcuni momenti e tuttavia perduta spesso nei suoi sogni, George
Sand trasmise - anche all'opera - l'irriducibile complessità della
sua natura, consegnando al suo tempo e alla storia un enigma mai
pienamente svelato.
La sua esistenza "favolosa", sempre
sopra le righe, ha fatto il resto, determinando una netta
prevalenza del personaggio sull'opera stessa, una deformazione da
cui non è stata immune neanche la critica letteraria più accorta,
che sempre ha strizzato l'occhio ai suoi amori furiosi, vissuti e
condivisi con personaggi non meno celebri e geniali di lei, come ad
esempio Alfred de Musset o Fryderyk Chopin. Amori che, alla gente
comune, sembrarono il paradigma della felicità e che furono per non
pochi cronisti dell'epoca l'occasione di strali feroci e
velenosi.
Dunque, a duecento anni dalla
nascita - aveva visto la luce il 1° luglio 1804 a Parigi - e a
quasi centotrenta dalla scomparsa, possiamo ancora legittimamente
ripetere la domanda: chi fu George Sand? Come si può valutare la
vastissima opera che ci ha lasciato: centoquarantatré volumi di
romanzi e di novelle, ventiquattro commedie e quarantanove altri
volumi di scritti vari. Cosa resta, insomma, di lei?
Il bisnonno di madame Sand era,
niente meno, il maresciallo Maurice de Saxe, generale al servizio
di Luigi XV, figlio illegittimo di Augusto II, elettore di Sassonia
e re di Polonia. Questo Maurice de Saxe, licenzioso non meno del
suo augusto genitore, s'invaghì di un'attrice al tempo assai in
voga che gli diede una figlia, la nonna della nostra Sand. Questa
signora, a sua volta, fu data in moglie, giovanissima, al conte di
Horn; dopo la morte prematura di costui, la contessina accettò la
mano di monsieur Dupin de Francueil, un uomo molto famoso e ormai
troppo vecchio, che tolse presto il disturbo dopo aver lasciato un
figliolo alla consorte, il padre di madame Sand. Quest'ultimo,
ufficiale nell'esercito di Napoleone, continuando la tradizione
familiare, perse la testa per una donna d'incerta condizione che
era al seguito delle legioni francesi, e la sposò. Dall'unione
nacque infine la nostra scrittrice, il cui vero nome era
Amandine-Lucie-Aurore Dupin de Francueil.
Come il lettore avrà notato, si
tratta di una genealogia importante ma bizzarra. Madame Sand,
infatti, da un lato discendeva da una casata regale, dall'altro da
una stirpe di popolane, di donnine allegre, "enfants du vieux pavé
de Paris". Di questa duplice natura non saprà o non vorrà mai
liberarsi: accettò dal ramo aristocratico l'arte della
conversazione forbita, della dissertazione filosofica, dell'estasi
rousseauiana in seno alla natura; da quello popolano l'urgenza e la
frenesia di amori irresistibili, che si spingevano al di là di ogni
convenienza. La piccola Aurore non era più tanto ricca - gran parte
dei beni che possedeva il nonno erano stati perduti al tempo della
Grande Rivoluzione - ma era comunque l'erede naturale di quel che
restava, in particolare i possedimenti di Nohant, nel Berry. Tanto
più che la nonna, austera, era in conflitto con la figlia, leggera,
e nutriva una predilezione per la nipotina. Aurore, da parte sua,
visse dolorosamente questo contrasto familiare che prenderà i
contorni, nell'animo suo, di una vera e propria lotta di
classe.
Il conflitto può risolversi,
naturalmente, soltanto a scapito della donna più debole, cioè della
madre. Di qui, in Aurore, l'affacciarsi di un sentimento di
rivolta, di una solidarietà con i poveri che l'accompagnerà per
tutta la vita. Quando il conflitto è insopportabile, Aurore
comunque ha una via di fuga, l'immaginario. La bambina costruisce
dei personaggi di fantasia e ne fa i propri interlocutori: ad essi
confida "il segreto dei suoi sogni" e anche tutta la sua "vita
morale". Oppure si rifugia nella natura, nella catalogazione delle
varie specie vegetali, nell'ascolto del canto degli uccelli, nella
rincorsa degli insetti e delle farfalle.
Quando muore la nonna, nel 1821, il
conflitto non viene meno, giacché la madre sembra incapace di
tenerezza. Alla fine Aurore, esasperata, si rifugia nel matrimonio.
Che però si rivela troppo frettoloso e con la persona sbagliata,
Casimir Dudevant, colonnello a riposo, figlio naturale del barone
Dudevant.
Dall'unione nascono due figli,
Maurice e Solange, ma si tratta comunque di un rapporto, come
spesso avviene nel matrimonio borghese, fondato sulla sopraffazione
e sull'ipocrisia. Aurore reagisce e cerca di reinventare la propria
vita. S'invaghisce di un giovane avvocato di Bordeaux, Aurélien di
Sèze, con cui stabilisce una relazione sentimentale platonica.
Delusa, tenta la via di un amore più terreno e carnale con un suo
vicino, Stéphane Ajasson de Grandsagne. Ma, ancora una volta, le
cose non vanno. Si trasferisce allora a Parigi: è il 1831, ancora
una volta si tratta di una fuga.
A Parigi si realizza la svolta della
sua vita. In collaborazione con Jules Sandeau, un giovane pallido e
biondo, naturalmente poeta, scrive il suo primo romanzo, Rose e
Blanche. Non è granché, ma l'esperienza le basta per capire che la
scrittura è la sua vocazione: le parole escono dalla sua penna,
leggere e flessuose, con facilità sorprendente. Il suo stile, per
quanto non coltivato, come dirà Henry James, è «prezioso e
impeccabile».
Già nei suoi primi romanzi dà prova
«di un grande istinto letterario», di un'arte della composizione,
di una proprietà e armonia di dizione, che sono solo dei grandi
maestri. Nessuna traccia di uno sforzo o di un apprendistato.
Sembra aver cominciato il suo viaggio al punto in cui certi
scrittori arrivano quando il loro tempo sta ormai per scadere.
L'opera prima è Indiana, un miracolo
di freschezza, un successo strepitoso. Per l'occasione la
scrittrice si libera degli abiti per lei troppo angusti di Aurore e
diventa George Sand. Un nome maschile perché ella sa che deve
lavorare, produrre, creare «attività tipicamente maschili», ma
anche perché vuole sottrarsi alle discriminazioni, ai pregiudizi e
alle violenze che le donne devono subire nella società del suo
tempo.
Dopo Indiana pubblica Valentine,
un'opera in cui l'invenzione è bilanciata da un tenero ritratto
della campagna del Berry; quindi Lélia, un romanzo decisamente
autobiografico, sincero e "scandaloso". Lélia, al pari degli altri
personaggi del libro, è tutta protesa alla ricerca della felicità,
ma quando questa sta per arrivare, in un modo o nell'altro le
sfugge di mano. La verità è che non si è felici da soli. D'altro
canto le istituzioni sociali che regolano la vita delle persone non
lo consentono. È la denuncia di un crepuscolo della società che
incupisce i cuori e li rende solitari.
Un crepuscolo con cui si misureranno
tutti i grandi scrittori francesi dell'epoca, da Stendhal a Hugo, a
Balzac. Madame Sand ha raggiunto un successo strepitoso. Intanto si
è liberata di Sandeau e si è legata ad Alfred de Musset. Quanto al
marito, si separerà da lui di lì a poco, tenendosi la proprietà di
Nohant e la tutela dei figli, ma perdendo tutto il resto. Poco
male, giacché la sua libertà aveva un valore di gran lunga
superiore. Il marito era un uomo volgare da cui non poteva non
separarsi, ma avrebbe potuto madame Sand, anche con un uomo
migliore, accettare un legame definitivo? In verità, come osserva
James, era «una natura troppo dominatrice, una macchina troppo
potente per far coincidere i limiti della propria attività con
quelli della remissività della moglie». E poi ormai aveva scoperto
che, «al di là dei tranquilli prati di Nohant, c'era una grande
cosa chiamata vita con la quale ella poteva confrontarsi
direttamente».
La storia sentimentale di madame
Sand s'intreccia indissolubilmente con la sua storia intellettuale
e tutt'e due con quella di scrittrice. Separatasi in malo modo da
de Musset, si legò a Michel de Bourges, un avvocato repubblicano,
saint-simoniano, che la spinse a occuparsi di politica sul versante
progressista. Fu lui a farle conoscere Lamennais che le additò la
via di un cristianesimo purificato e di un misticismo poetico, ai
quali ella per altro era assai predisposta. Madame Sand mette
insieme il ritorno al Vangelo e il socialismo utopistico e va
teorizzando la piena uguaglianza di tutti gli esseri umani, il
progresso indefinito della società, il deismo mistico e altro
ancora.
Le sue tesi suscitano qualche
perplessità e molte incomprensioni - del resto, il suo non è uno
spirito speculativo -, insomma si fa dei nemici, il che acuisce il
sentimento della propria solitudine. Dopo Michel, c'è Chopin,
l'uomo che occupa il posto più importante nella sua travagliata
vita sentimentale. Da Chopin le vennero altre sollecitazioni:
quella, per esempio, a meglio intendere il linguaggio della musica,
che più di ogni altro le appare il "linguaggio dell'anima". Conosce
e frequenta altri musicisti, Liszt, Berlioz, Meyerbeer. Comicia a
elaborare l'idea dell'arte come emanazione delle forze popolari.
Intanto scrive incessantemente, disperatamente. La scrittura è la
sua vita e anche quello che le dà da vivere. Aveva confessato
amaramente in una lettera indirizzata al suo Michel: «Incalzata,
costretta a guadagnare oro, ho obbligato la mia immaginazione a
produrre, senza preoccuparmi del concorso della mia ragione». Là
dove si avverte la consapevolezza della scrittrice circa i pericoli
della mercificazione dell'arte e l'idea che il genio naturale possa
anche non bastare a produrre capolavori.
Consuelo (1842-43) è l'opera forse
più riuscita di George Sand. È la storia di una cantante veneziana
che passa dai vicoli della sua città alla corte di Federico, per
poi finire in prigione. È una storia di tribolazioni e di fughe. Ma
a ogni fuga, a ogni rinuncia, l'eroina riesce a conquistare una
parte di sé. Tanto più gli altri la tengono prigioniera tanto più
il suo spirito si libera. Come ha osservato Ubersfeld, questo
romanzo «è il Flauto Magico della letteratura francese, non
soltanto per il ruolo liberatore svoltovi dalla musica, ma perché è
la storia simbolica dell'affrancamento dell'essere umano, e in
particolare della donna».
Poi verranno i romanzi campestri,
nei quali si mostra pienamente l'impegno sociale e politico
dell'autrice: La Mare au diable (1846), François le Champi (1848),
La Petite Fadette (1849), Les maitres sonneurs (1853). Infine
verranno i dieci volumi dell'Histoire de ma vie (1854-55), un vero
capolavoro, in cui, attraverso la ricostruzione della sua vicenda
personale, ella fornisce un quadro avvincente della propria
epoca.
Dunque, tornando agli interrogativi
iniziali, madame Sand fu una grande scrittrice. E se lo fu perché
oggi la sua opera è misconosciuta? Abbiamo ricordato che James, il
quale è un critico acuto e implacabile, le riconosce gli attributi
del genio. E tuttavia aggiunge che nelle sue opere si avverte un
che di fittizio, di artificiale che egli definisce brutalmente
«mancanza di verità». La stessa critica che espresse Balzac, il
quale un giorno le disse: «Voi cercate l'uomo come dovrebbe essere,
io lo prendo com'è». Per tutta la vita ella continuò a scrivere
delle storie, belle, romantiche, improbabili, «dedicate a quegli
affezionati che ancora appartengono alla cerchia degli ottimisti»,
ma non seppe andare al fondo dell'animo umano.
Le sue opere sono compiute,
«sbocciate con la stessa rapidità e perfezione con cui un fiore si
apre al sole del mattino», e tuttavia i personaggi sono vaghi,
privi di una forte caratterizzazione psicologica. Però, a leggerle,
ancor oggi esse emanano un profumo intenso di biancospino e di
caprifoglio selvatico.
Certo, James per primo non riusciva
a immaginare che i romanzi di madame Sand potessero essere la
lettura preferita delle generazioni a venire. Ma immaginava che un
giorno, un uomo del XXI secolo, cioè uno di noi, imbattendosi per
caso nell'angolo polveroso di una vecchia libreria in un libro
della Sand, e cominciando per curiosità a leggerlo, avrebbe infine
esclamato, sorpreso e incantato: «Che bella mente! Che stile
straordinario!». |