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Un museo in evoluzione

È quello che si può visitare a Montelupo Fiorentino. Racconta la storia dell'attività ceramistica nella cittadina medioevale dalla fine del Duecento ai nostri giorni

L'entrata del museo

Nel cuore della Toscana, situata nel Valdarno inferiore, a soli 25 km da Firenze, troviamo Montelupo Fiorentino, cittadina di origine medievale, la cui edificazione come castello si deve all'espansione fiorentina ai primi del XIII secolo. La conquista di queste zone, avvenuta a scapito dei signori locali, i conti Alberti, era primaria per i fiorentini. L'obiettivo era di aprire alla città gigliata un varco diretto al mare: e il navigabile fiume Arno rappresentava il principale collegamento.

A Montelupo è legata una prestigiosa produzione di ceramica. Nel centro cittadino, un museo - diviso in due parti: archeologia del territorio e storia della ceramica - la ricostruisce, mostrandone l'evoluzione. Diretto dal signor Fausto Berti, è la testimonianza della ricchezza prodotta nei secoli. «La sua caratteristica», dice Berti, «è che i pezzi esposti provengono da scavi archeologici. Solo una minima parte è stata acquistata, donata, o perviene dal canale antiquario. Sono stati trovati nelle discariche delle fornaci e restaurati grazie al lavoro di un gruppo di 45 volontari che si sono prodigati nella ricostruzione dei reperti».

C'è da dire che Montelupo, tra il Quattrocento e il Cinquecento, è stata il maggior centro di ceramiche dell'area mediterranea. All'interno del castello, una ventina di fornaci hanno prodotto la grande quantità di scarti di lavorazione che oggi ammiriamo. L'attività di recupero è iniziata nel 1973. Si procedeva ai lavori di pavimentazione di un'antica strada quando fu ritrovato un pozzo, denominato "dei lavatoi" per la sua collocazione (al di sotto dei vecchi lavatoi). Quel luogo si rivelò custode di grandi tesori. Usato come "discarica" delle fornaci, portò alla luce manufatti e scarti ceramici che hanno permesso di ricostruire, almeno in parte, le vicende di fabbrica dei vari secoli.

Nel 1975, data la bellezza e preziosità dei reperti, la Sovrintendenza archeologica della Toscana pensò di favorirne lo scavo scientifico. In due anni di ricerche sono stati rinvenuti trecento esemplari ceramici, per i quali fu deciso l'allestimento di una mostra: prima a Montelupo, poi a Firenze, a Palazzo Davanzati.

La costituzione di un museo, dati i continui ritrovamenti, apparve necessaria. Non fu facile trovare un luogo in grado di ospitare tutti i pezzi, ragion per cui si pensò di farli dimorare nel Palazzo del Podestà. I fondi necessari per il museo non erano immediatamente disponibili: la costruzione, dunque, avvenne a lotti funzionali. Nel 1983 fu inaugurata la prima parte, dedicata alla ceramica, quindi si aggiunsero altre sale. Nel 1984 fu la volta della sala della ceramica preistorica.

Il futuro riserva ancora dei cambiamenti: la maggior parte della ceramica verrà collocata in un edificio più grande, così da dar respiro ai circa quattromila pezzi oggi in deposito. Tutta la parte archeologica è importante, ma, nel nucleo più antico del Palazzo del Podestà, ove aveva sede il Tribunale montelupino, è esposto un pezzo di eccezionale rarità: un bacile di bronzo dorato. Di questa tipologia (con medaglioni centrali che rievocano imperatori del Sacro Romano Impero) ve ne sono tre al mondo. E questo è l'unico raffigurante Carlo Magno.

Il museo si apre con una sezione che mostra come si lavorava la ceramica preindustriale, le tecnologie impiegate e la creazione della ceramica stessa: dalla raccolta dell'argilla fino alla preparazione dei rivestimenti di piombo. L'attenzione va posta all'evoluzione della ceramica di Montelupo dalla fine del Duecento al 1480 circa.

Delle produzioni più antiche vi sono molti frammenti, di difficile ricostruzione: pezzi rari che testimoniano la cosiddetta "maiolica arcaica". Si tratta del primo genere smaltato prodotto in larga massa in Italia, caratterizzato per l'impiego di due soli colori: il nero (ossido di manganese) e il verde (ossido di rame), detto "ramina". Oggetti privi di smaltatura all'interno e nei piedi.

Firenze è in ritardo rispetto alle produzioni della costa, che hanno conosciuto prima la ceramica smaltata di origine islamica, e che risalgono all'VIII secolo. Ma nella seconda metà del Trecento si verifica un importante cambiamento nella produzione montelupina. La maiolica arcaica è divenuta un genere usuale, svilito nella pittura con forme aperte e stessa decorazione. Ma la sua figurazione vegetale, definita "inquartata" (divisa in quattro), conosce una novità importante: l'impiego del pigmento blu cobalto (ossido metallico) proveniente dall'altra parte del Mediterraneo.

Il cambiamento è dovuto all'arrivo delle ceramiche dell'ex Spagna moresca, a seguito della riconquista cristiana quasi fino in fondo alla Penisola iberica. Nei dintorni di Valencia vi sono due centri: Manises e Paterna. Il primo, con cui Montelupo è oggi gemellata, ha una produzione a lustro metallico: la ceramica viene cotta tre volte e alla terza, togliendo ossigeno alla camera di cottura, il verde diviene dorato.

I ceramisti toscani e liguri sono i primi a recepire le novità dei manufatti stranieri. Rompono i legami con la maiolica arcaica e producono pezzi sempre più ricercati. Però c'è un problema: la ceramica, che si ottiene cuocendo l'argilla, assume l'inconfondibile colore rosso mattone, cosicché la decorazione non risalta. La soluzione viene trovata sempre guardando agli spagnoli, che ottengono un prodotto biancastro grazie al sale del mare. Questo, dato l'elevato costo del sale, per i montelupini non è possibile. Tuttavia si ingegnano utilizzando la calcina insieme all'argilla, e ottengono il cosiddetto "biscotto", che sbianca gli oggetti.

Il Trecento segnò l'inizio del miglioramento qualitativo della produzione ceramica montelupina, che raggiunse l'apice tra il Quattrocento e il Cinquecento. La decorazione si fece sempre più ricercata, un mix del linguaggio arabo con spunti figurativi della ceramica spagnola; si imitava, si assimilava, si rielaborava.

Da qui al Rinascimento il passo è breve: si dà vita ad una produzione di maggior qualità e ricerca di colore, con una forte policromia. Colori accesi, caldi... La ceramica italiana, in questo periodo storico, superò quella spagnola, con una produzione sempre più particolare: figure realistiche, luminosità ed esplosione di colore (si ebbe a questo punto l'introduzione del rosso). Iniziarono le committenze da parte delle famiglie nobiliari. In duecento anni un'evoluzione sorprendente.

Questo periodo di splendore subì una prima battuta d'arresto dovuta agli effetti dell'inflazione storica (la così detta rivoluzione dei prezzi sulle imprese locali) intorno alla metà del Cinquecento, per accentuarsi, tra il XVII e il XIX secolo, quando la cittadina cadde in un "lungo sonno" che condusse, purtroppo, alla scomparsa delle fornaci per la fabbricazione della maiolica, lasciando in vita solo la produzione di pentolame da cucina e di terrecotte.

Poi, verso la fine dell'Ottocento, con la ripresa economica, iniziò la rinascita della produzione smaltata, in particolare la grande fabbrica dei Fanciullacci, reali fondatori delle ceramiche locali, a cui seguirono innumerevoli aziende. Nonostante ciò, Montelupo non produsse più le meraviglie del passato, come se avesse perso lo slancio vitale, quel fervore, quella creatività che l'avevano portata ad essere uno dei centri più rinomati.

Isabella Perini