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Pendolare sarai tu!

Molto diffuso in Italia, secondo l'Istat, il fenomeno del pendolarismo. Anche se poi, a ben vedere, i veri "condannati" al lungo percorso quotidiano - in treno, in pullman o in automobile - risultano essere un numero assai limitato

La metro, il pullman e, soprattutto, il treno: i mezzi che, insieme all'automobile e al bus, consentono ogni giorno lo spostamento, a scopo di lavoro o di studio, a circa 26 milioni e mezzo di pendolari

Gli italiani? Un popolo di pendolari. Per essere precisi, sarebbero pendolari il 46,8 per cento degli abitanti del Bel Paese, ossia, persona più, persona meno, 26 milioni e mezzo di individui: in pratica, uno su due. Che, se si tiene conto dei giovanissimi, degli ultrasessantacinquenni e di pochi altri "battitori liberi", rappresentano l'intera forza attiva della nazione. Lo ha detto l'Istat sul finire dello scorso aprile.

Secondo un'analisi della mobilità quotidiana degli italiani, basata sui dati raccolti dall'Istituto nell'ultimo censimento nazionale (quello del 2001), "pendolare" è infatti chi ogni giorno si sposta dalla propria abitazione per recarsi al luogo di studio o di lavoro, indipendentemente dal mezzo utilizzato e dai tempi di spostamento. Così, si possono chiamare pendolari coloro che raggiungono l'ufficio, l'aula di scuola o l'anfiteatro universitario in 15 minuti o al massimo entro una mezz'ora, magari recandovisi a piedi o in bicicletta (come accade a ben 83,6 persone sulle cento considerate), esattamente come coloro che, per arrivare alla medesima destinazione, sono costretti ad alzarsi prima dell'alba, spostandosi con ogni tipo di mezzo di trasporto.

Rigore scientifico, certo, quello dell'Istat. Indispensabile per uno studio globale su evoluzione, tendenze e problematiche della nostra società. Ma al di là di esso, per tutti noi, quando si sente parlare di pendolari, il pensiero corre inevitabilmente solo ad uno dei diversi aspetti proposti dallo studio in questione: alle lunghe attese sulle pensiline delle stazioni, ai pullman extraurbani sovraffollati e stracolmi, alle metropolitane dove da un momento all'altro si teme l'arrivo, come del resto già accade a Tokyo da anni, di addetti in guanti bianchi che, senza andare tanto per il sottile, ti spingano dentro il vagone per consentire la chiusura delle porte. Insomma, corre a non più del 13 per cento di coloro che quotidianamente si mettono in movimento. All'incirca, tra i 3 e i 4 milioni di italiani. Una minoranza. Ma una minoranza che, proprio in quanto tale, merita di essere diversamente considerata.

DI ORIGINE CONTROLLATA. Potremmo definirli (e c'è chi li ha già definiti) "pendolari doc". Sono quegli italiani che hanno l'ufficio, o la scuola, o l'università in una città (ma anche in un comune, in una provincia, o addirittura in una regione) diversa rispetto a quella in cui lasciano la famiglia. E che devono perciò sobbarcarsi ogni giorno chilometri su chilometri, districandosi tra zaini e ventiquattr'ore, a bordo di vagoni strapieni, o saltabeccare tra un filobus, un autobus e un tram, o magari studiare le scorciatoie più impensabili per tagliar fuori quel certo incrocio, quel determinato semaforo, quella sempre affollata strada statale dal proprio percorso.

Modi diversi di essere pendolari, insomma, ma disperazione unica. In uno Stivale, però, estremamente vario nella sua "lunghezza". Perché, se soltanto proviamo ad approfondire la conoscenza del problema, ci accorgiamo di quanto numerosi siano i tentativi di affrontarlo e risolverlo. Se al nord, ad esempio, la percentuale di utilizzo dei mezzi pubblici è doppia rispetto alla media nazionale, nelle regioni più meridionali va di gran moda l'autobus aziendale, o quello scolastico. E se coincidenze, treni merci, intercity, eurostar rappresentano gli incubi giornalieri per tutti coloro che abitano negli hinterland delle grandi città (Roma e Milano, soprattutto), l'incidente episodico, la frana improvvisa, rovinano invece spesso la giornata a quanti si spostano da paesini arroccati su monti e colline. Con la bici "a lunga percorrenza" che impazza dal centro al nord-est.

Vero, il pendolarismo può essere anche un elemento positivo per quel 36,9 per cento di italiani che, stando ancora alle rilevazioni dell'Istat, si muove per ragioni di studio. Tra questi, infatti, i viaggiatori a medio e lungo raggio, quelli cioè che non raggiungono semplicemente la scuola media o il liceo tre isolati oltre la propria abitazione, ma che devono arrivare in un'altra città, sono soprattutto studenti universitari. E la mobilità, in questo caso, non va interpretata sempre e solo con accenti negativi, perché significa anche, ad esempio, evitare la temuta provincializzazione del mondo scolastico, settore delicato, importante, per lo sviluppo di ogni nazione.

Dentro e fuori le grandi città va sempre più diffondendosi il car pooling, ovvero l'utilizzo a turno di un'unica auto per recarsi al lavoro. Si condividono e dunque si riducono le spese e, almeno in teoria, si alleggerisce il traffico

Ciò detto, però, essere uno studente fuori sede non è proprio un'esistenza tutta rose e fiori. Anzi. Se solo si pensa all'infinita serie di levatacce mattutine e rientri nottetempo cui un giovane o una giovane sono costretti, quando rinunciano a stabilirsi nella città in cui ha sede la facoltà universitaria prescelta. Ma come può accadere che, pur di essere in tempo per la prima lezione delle 7, non si possa far altro che prendere la corriera alle tre e mezza del mattino? Forse qualcosa lascia a desiderare nel nostro sistema. A cominciare dalla carenza di posti letto nelle sedi universitarie. Una situazione comune anche ad altri Paesi, come Germania o Francia, dove però si contano rispettivamente 180mila e 150mila disponibilità, contro le 35mila scarse italiane.

E se alzarsi nel pieno della notte, mentre la stragrande maggioranza dei tuoi connazionali è ancora nel mondo dei sogni, è a dir poco fastidioso per chi ha tra i 20 e i 25 anni, il farlo ogni giorno per garantirsi la busta paga rischia di diventare un vero e proprio incubo, via via che le "primavere" si incrementano. Non per nulla, già da qualche anno, si inizia a parlare di patologie legate al pendolarismo. In particolare incidenti sulla sfera emotiva. Lo "stress da pendolari", come è stato definito, che colpirebbe, pur tenendo debitamente conto della fluidità della situazione, 6 italiani su 10 tra tutti coloro che si spostano per lavoro. In primis quanti si sono rassegnati a trascorrere da un minimo di due, a sei, sette ore quotidiane per strada, sui treni, nei pullman extraurbani o in automobile.

Uno stress che si concretizza soprattutto nella noia di non saper cosa fare quando si è fermi, prigionieri della corsia autostradale, o immobilizzati in un vagone affollato all'inverosimile. E allora ci si mette a pensare, e non solo prima o poi ci si fa prendere dall'angoscia («E se scoppia un incendio, come raggiungo l'estintore che ho dietro le spalle?»; «E se deragliamo, come faccio ad uscire?»), ma soprattutto, se si è già stanchi, sfibrati, esasperati, si rischia di farsi ancora più male, perché, secondo il parere degli psicologi, «l'eccesso di riflessione nei lunghi tragitti può rivelarsi deleterio».

MOBILITY MANAGER. In ogni caso, non più di un connazionale ogni dieci "operativi" è costretto alle lotte sul predellino del treno, sulla corriera o alla lunga fila in autostrada. Forse è per questo che raramente cinema, fiction e letteratura ci raccontano il mondo del pendolarismo. Ma quando ce lo raccontano, giustamente pongono l'attenzione, soprattutto, sui rapporti interpersonali, su ciò che a bordo di uno scompartimento ferroviario o tra due poltroncine di pullman può accadere, tra persone che trascorrono una buona parte della propria vita gomito a gomito, volenti o nolenti. «Nello scompartimento, che è uno spazio raccolto, si interagisce più facilmente: si è parte di un piccolo gruppo e si comincia a chiacchierare. E giorno dopo giorno diventi anche tu come la signora che ti è di fronte o il vecchio professore che ha dovuto rinunciare a fumare con la morte nel cuore», racconta chi ci è passato.

Innegabile, insomma, che vi siano stretti rapporti tra i protagonisti di questa Italia in movimento. Ma è altrettanto innegabile che quello del relazionarsi con chi gli sta attorno è una delle difficoltà, dei problemi che il pendolare deve affrontare. Ed è talmente vero che anche da noi inizia a farsi strada una figura professionale mutuata dal mondo anglosassone, e che, proprio per questo, viene definita mobility manager, ossia "manager della mobilità": colui che, all'interno di una organizzazione di lavoro o di studio, ha il compito di analizzare l'impatto, le modalità, gli strumenti e le soluzioni più efficaci per quanto concerne non solo l'arrivare e il partire, ma anche le condizioni di spostamento di coloro che di quella organizzazione fanno parte.

Spetta al mobility manager suggerire, ad esempio, una certa tolleranza sull'orario di ingresso o di uscita nei luoghi di lavoro: il che può certamente aiutare chi, come ha scritto qualcuno, «si alza la mattina e, guardandosi nello specchio, già in preda all'ansia si chiede se riuscirà ad arrivare puntuale». Così come è lui a proporre l'autobus aziendale, che può forse voler dire non dover più protestare perché al regolare prezzo di un biglietto ferroviario corrisponde un viaggio «stipati nell'antivagone a mo' di sardine e rigorosamente in piedi»; anche se d'altro canto può significare dover accettare la levataccia antelucana. E, ancora, è sempre lui che invita all'adozione della cosiddetta car pooling, ovvero a mettersi d'accordo con altri colleghi per usare a turno la propria auto suddividendo le spese; il che può evitare il furto della bicicletta o del motorino lasciati al parcheggio antistante la stazione, anche se poi implica il rischio di trovarsi quotidianamente bloccati sull'autostrada, vuoi per l'incidente di turno, vuoi per i lavori di manutenzione o incremento della rete viaria.

La scelta di spostarsi in bicicletta è frequente soprattutto nel nord-est e nel centro Italia

Problemi che, comunque li si voglia affrontare, non hanno un solo aspetto né tantomeno una sola soluzione. Lo conferma il fatto che tra il 1996 e il 2001 nel nostro Paese sono state immesse sul mercato oltre 4.400.000 automobili (corrispondenti, si è calcolato, ad un serpentone di lamiera lungo 15mila chilometri), ma che nel contempo, poche settimane fa, gli uffici di Trenitalia della Lombardia segnalavano come mediamente ogni mese arrivino 400 segnalazioni - per la maggior parte proteste per disservizi di vario genere - di viaggiatori dei cosiddetti treni regionali: dunque, di pendolari "altri".

ZONE D'OMBRA. In un modo o nell'altro, comunque, quella dei pendolari doc non è mai una "passeggiata". E sembra che in molti si stiano chiedendo se valga proprio la pena fare correre ai propri figli il rischio di venire terrorizzati e angariati da gruppi di loro colleghi poco più grandi, le cosiddette baby gang, a bordo del pullman pubblico che li porta verso scuola, come è successo nelle Marche di recente; o se abbia un senso intestardirsi a muoversi tutti insieme tra 6,30 e le 9,30 del mattino per poi "concedersi il bis" qualche ora più tardi, tra le 16,30 e le 19,30. Coprendo così, in lunghe, infinite ore, una distanza che la domenica richiede poche decine di minuti, pur di pernottare nella villetta a schiera con giardino fuori città, quando magari si vivrebbe più rilassati al quinto piano di un anonimo condominio metropolitano.

Anche perché, nonostante si cerchino soluzioni e si tentino esperimenti di natura diversa (come la cosiddetta "linea rapida" per gli autobus, che collega di prima mattina Rieti e Roma con mezzi che non effettuano fermate intermedie), man mano che il tempo passa, gli inconvenienti per coloro che si spostano quotidianamente sembrano in puntuale, costante aumento.

Dai treni che meriterebbero maggiori attenzioni in termini di pulizia e di funzionalità, alle loro sempre più frequenti soste per lasciare il passo non solo ad intercity ed eurostar, ma anche ai convogli hukepack, che trasportano camion e containers; alle proposte di istituire pedaggi sui grandi anelli autostradali che circondano le città, o di adottare, per alleggerire il traffico sulle principali arterie e sulle tangenziali, le soluzioni già scelte da Oslo, Singapore e Londra, dove, per accedere in zone centrali e semicentrali, è necessario pagare uno specifico ticket. Fino alla paura che, è inutile negarlo, da qualche mese è diventata compagna costante di milioni di italiani. Non ultimi coloro che, magari dopo avere percorso un primo tratto su un vagone ferroviario, raggiunte Roma o Milano si immergono nelle sempre più "minacciate" gallerie della metro.

Certo, è essenziale allo sviluppo di una nazione, alla libertà dei suoi cittadini, assicurare una mobilità a tutto tondo. E dunque consentire a noi tutti di poter attraversare buona parte del Paese su binari scintillanti in 4 ore o poco più. Ma è assai meno comprensibile che la metà di quello stesso tempo diventi necessaria al mattino per coprire una distanza di una cinquantina di chilometri.

Sarà anche vero che è il treno ad aver fatto questo Paese, così come sono le vecchie corriere dal clacson bitonale ad averci portato fuori dall'ombra del nostro campanile, facendoci sentire parte di un territorio più ampio. Ma proprio per questo motivo, per rispetto verso le nostre origini, per valorizzare al massimo le nostre capacità, forse dovremmo impegnarci affinché non ci siano più spezzoni di Italia tra loro così distanti. Dovremmo impegnarci, cioè, affinché, nel nostro Paese come nella nostra società, non vi siano zone d'ombra che continuino a viaggiare a quelle antiche velocità. Più lente, più scomode, più faticose di quelle tenute dal resto della Penisola.

Minna Conti e Valeriano Forbes