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Una guerra in casa

L'omicidio del proconsole russo in Cecenia, Akhmad Kadyrov, ha riportato bruscamente alle cronache la drammatica situazione di questa provincia che combatte da duecento anni il potere centrale di Mosca

Il proconsole Akhmad Kadyrov, a sinistra, ucciso di recente in un attentato, e il rappresentante della Federazione Russa Abdul-Hakim Sultygov

Dopo l'uccisione di Akhmad Kadyrov, 52 anni, il terzo proconsole russo in Cecenia morto ammazzato, che era stato eletto presidente della provincia da appena sette mesi attraverso elezioni non propriamente limpide, nessuno ha ancora dubbi sulla gravità dell'accaduto e soprattutto sulle sue conseguenze. Tanto più che l'attentato è avvenuto dopo che, da qualche settimana, si erano intensificate le attività della guerriglia sulle montagne e la situazione si è aggravata anche in altre aree del Caucaso: dall'Ingusetia, dove il presidente locale, Murat Zjazikov, è scampato egli stesso da poco a un attentato, alla frontiera del Daghestan, dove proseguono gli scontri fra gli indipendentisti ceceni e le guardie di frontiera russe, fino alla Georgia, in conflitto con la regione autonoma dell'Adzharia, filo-russa, che minaccia la disgregazione della stessa repubblica georgiana.

«Il pericolo», dice Dmitri Tremin, del Centro di Mosca della Carnegie Endowment for International Peace, «è che la situazione degeneri in una guerra di faide». Aggiunge Ramazan Abdulatipov, parlamentare russo nel Parlamento ceceno: «La sua morte lascia un vuoto di potere difficilmente colmabile». E ancora, l'esperto moscovita di questioni cecene, Leonid Dobrokhotov: «Nelle attuali condizioni economiche e sociali della Russia, il conflitto appare irrisolvibile». Riferisce il Chicago Tribune che lo stesso Putin, sorvolando in elicottero la capitale, Grozny, il giorno dopo l'assassinio di Kadyrov, non abbia nascosto la sua preoccupazione: «Vista dall'alto, la città è in condizioni davvero terribili». D'altra parte, commenta, con un pizzico di macabra ironia, il settimanale inglese The Economist, «chi, se non un masochista, se la sentirebbe oggi di governare la Cecenia?».

Il generale Jokar Dudaev, che aveva guidato il primo tentativo indipendentista ceceno, e del quale Kadyrov era stato uno dei luogotenenti, era stato ucciso da un missile russo nel 1996. Zelimkhan Yandarbiev, il suo successore, è stato assassinato lo scorso febbraio nel Qatar da due agenti russi, adesso sotto processo per il delitto. Lo stesso Kadyrov era miracolosamente sopravvissuto, circa un anno fa, a un clamoroso tentativo di eliminarlo, da parte di una donna kamikaze che, durante una cerimonia per una festa religiosa, si era fatta esplodere a pochi metri da lui, uccidendo quattordici persone. Una settimana prima di saltare in aria allo stadio Dinamo di Grozny, proprio nel giorno in cui si celebrava l'anniversario della vittoria dell'Urss sulla Germania nazista, aveva detto profeticamente: «Cercheranno ancora di ammazzarmi». E così, puntualmente, è stato, non senza il contributo decisivo di una "talpa" che ha consentito agli attentatori di aggirare l'imponente servizio di sicurezza e di piazzare, indisturbati, proprio sotto la zona che avrebbe ospitato le autorità, la carica che l'avrebbe mandata in frantumi facendo una strage dei presenti.

«Non c'era obiettivo più appetibile per la guerriglia cecena», ha scritto Ian Traynor del londinese The Guardian, «di Kadyrov e del generale Valery Baranov, il capo delle truppe russe in Cecenia, seduti entrambi nella tribuna dello stadio di Grozny. E ora, le conseguenze saranno terribili». «Le due sanguinose guerre che la Russia ha condotto contro il tentativo secessionista ceceno nel decennio successivo la disintegrazione del suo storico impero», ha scritto a sua volta l'ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, Zbigniew Brzezinski, «non solo hanno fatto un enorme danno morale all'immagine della Russia, ma hanno mostrato i limiti fisici della sua capacità di condurre una guerra imperialista nell'era post-imperiale». Sono pressoché le stesse parole del corrispondente del Guardian: «La Russia sta combattendo una guerra in casa propria, una delle ultime guerre del colonialismo russo».

Fingendo che non si tratti di una guerra, Putin finisce col diventare prigioniero della sua stessa propaganda. L'assassinio del proprio proconsole appare, poi, tanto più umiliante, per la odierna Mosca neo-imperiale, in quanto solo due giorni prima Putin, preceduto e salutato da trenta colpi di cannone, era stato formalmente investito della carica di presidente della Russia, nella sala di Sant'Andrea al Cremino, quella col trono dei Romanov, con una di quelle cerimonie che ricordavano l'insediamento degli zar dell'antico impero: con i portabandiera abbigliati nelle divise dei soldati che nel 1812 avevano sconfitto Napoleone.

Akhmad Kadyrov, prima nemico della Russia, poi schierato al suo fianco e, personalmente, al fianco di Putin, era l'uomo più odiato della Cecenia. Ma era anche l'ultima risorsa del Cremlino per cercare di governare la provincia ribelle mettendola nelle mani di un ceceno e riconoscendole un minimo di autonomia, se non proprio una vera indipendenza. Kadyrov era anche l'uomo che manteneva l'ordine, attraverso una situazione di terrore che gestiva grazie ai due-tremila cosiddetti kadyrovtsy, la propria milizia personale, diretta dal figlio Ramzan - ventisettenne, nominato ora, dopo la morte del padre, vice-primo ministro - e reclutata fra i vecchi ribelli che avevano combattuto i russi ai suoi ordini quando lui era ancora un mufti locale (cioè un leader religioso), prima della "conversione", nel Duemila, alla causa russa e della sua nomina ad amministratore della provincia. Amnesty International e gli organismi europei per i diritti civili ne hanno denunciato più volte i comportamenti, con quelli delle Forze armate russe, ai limiti di una sorta di sterminio di massa.

Egli, si dice adesso, era anche l'uomo che stava segretamente trattando un'ipotesi di pacificazione con il capo della guerriglia, Aslan Mashkarov, eletto presidente della Cecenia nel 1997, durante il breve periodo di semi-indipendenza, e che il Cremlino considera una sorta di Bin Laden ceceno. Del resto, proprio nel voler ritenere gli indipendentisti ceceni una propaggine di Al Qaeda sta, probabilmente, uno dei più gravi errori di prospettiva di Mosca. È pur vero, infatti, che molti di essi sono effettivamente dei terroristi inseriti a pieno titolo nella rete globale del terrorismo islamico. Ma non tutti. La guerra che Putin conduce da oltre cinque anni, dapprima come primo ministro di Eltsin, poi come presidente, se mai ha finito col rafforzare l'integralismo e il fondamentalismo islamici a scapito delle possibilità di un negoziato finalmente realistico e generoso con quella parte dei ceceni che ne rifiutano l'estremismo.

Sono oltre duecento anni, dal Settecento, che la provincia si batte contro il potere centrale russo e per la propria indipendenza. Ne hanno parlato persino Tolstoj - "Non è solo odio, è qualcosa di più forte" - che aveva combattuto in Cecenia tra il 1851 e il 1854, e il poeta Lermantov.

Ora, ci si chiede chi sarà il successore di Kadyrov. Le elezioni presidenziali dovrebbero tenersi il 5 settembre prossimo e c'è da presumere che neppure questa volta, come è accaduto per la nomina di Kadyrov, Putin si affiderà solo al libero responso dell'elettorato, ma cercherà di orientarne l'esito verso un uomo di propria esclusiva fiducia. Se le elezioni di sette mesi fa, vinte da Kadyrov, non fossero state manipolate, uno dei candidati alle prossime, Malik Saidullaev, un uomo d'affari ceceno che vive a Mosca, ne sarebbe uscito probabilmente vittorioso. Ciò non significa, però, che ciò accadrà in settembre. Il carattere tribale e localistico del potere in Cecenia è di per sé una grossa incognita. La variabile moscovita ne è un'altra e certamente quella decisiva. Nel frattempo la guerra continua, fra l'indifferenza del mondo.

Piero Ostellino