Un
Carabiniere chiamato Vittorio Tassi
Nella storia dell'Arma tantissimi
sono stati i militari distintisi per impeto combattivo, che hanno
pagato con la stessa vita l'attaccamento al loro ideale,
manifestando altruismo, generosità e un grandissimo spirito di
sacrificio. Alcuni di questi appartengono ormai alla memoria
collettiva degli italiani e, per circostanze storiche, sono stati
identificati con l'Istituzione stessa. Altri, invece, che
ugualmente hanno ricoperto un importante ruolo, immolandosi per i
valori più alti e più sacri, soltanto per circostanze del tutto
casuali non hanno ottenuto lo stesso riconoscimento.
Come il carabiniere Medaglia d'Oro
al Valor Militare alla memoria Vittorio Tassi, ucciso dai nazisti
il 17 giugno 1944.
Nato nel 1903 a Radicofani, piccolo
centro in provincia di Siena, appena ventenne si era arruolato,
mettendo in evidenza da subito la sua forte personalità.
Inizialmente destinato alla Legione di Firenze fu in seguito
assegnato alla Stazione di Borgo San Lorenzo; fu poi trasferito, a
sua richiesta, alla Legione di Palermo: voleva, infatti, essere
attivo nelle operazioni che l'Arma conduceva contro la delinquenza
di quella regione ed in particolare contro la mafia. Affidabile e
sprezzante del pericolo, operava sempre nei reparti più esposti e,
proprio per la sua attiva partecipazione in prima linea, fu vittima
di molti attentati mafiosi. Per la sua sicurezza fu allora
trasferito alla Legione di Messina, dove non smise certo la sua
strenua lotta contro il crimine.
Quando l'8 settembre le unità della
Wehrmacht cominciavano ad occupare il nostro Paese, il carabiniere
Tassi prestava servizio alla Stazione di Chiavaretto, a pochi
chilometri da Arezzo. In linea con l'Arma, Tassi si poneva nei
confronti dell'invasore con un duplice intento: da un lato
proteggere ed essere un punto di riferimento per la popolazione,
dall'altro cercare di sabotare gli ordini nazisti. Ma, a causa
dello spietato regime, la Stazione di Chiavaretto fu chiusa e i
militari, sospettati di attività patriote, furono costretti a
dividersi e ad aggregarsi ad altre unità di carabinieri passate
alla lotta clandestina. Vittorio Tassi entrava così a far parte
della "Banda Tifone", costituita dal brigadiere Giovanni Zuddas
nella zona dell'Alpe di Catenaia, divenendone ben presto il più
valido collaboratore. Successivamente, con un proprio nucleo di
partigiani compì azioni particolarmente ardite e spregiudicate.
Quando seppe, nel gennaio del 1944,
che l'occupazione tedesca era particolarmente dura nelle sue terre
d'origine, attivò lì una resistenza armata e così, con il consenso
del brigadiere Zuddas, il 14 febbraio raggiunse Radicofani.
Operavano con lui i suoi vecchi compagni di scuola e i giovani
delle vicine contrade: tra questi il carabiniere Orlando Fabrizi e
Renato Magi, che finita la guerra avrebbe voluto anche egli
arruolarsi nell'Arma. Dopo numerose azioni contro i tedeschi,
entravano a far parte del "Gruppo Simar" dove Tassi aveva il
compito di raccogliere informazioni sugli armamenti tedeschi in
transito sulla via Cassia e di attuare operazioni di sabotaggio.
Quando dal suo osservatorio avvistava le colonne, dava subito
l'allarme al Comando Simar, permettendo così agli Alleati di dare
il via alle azioni dei caccia-bombardieri. Terminata l'offensiva
aerea, le forze partigiane di Tassi attaccavano i tedeschi,
procurando loro cospicue perdite.
Il 15 giugno i nazisti, individuata
la dislocazione dei partigiani, attuavano un massiccio
rastrellamento, ma quando erano ormai prossimi al podere
"Sterposi", Tassi aprì il fuoco per dare modo agli altri componenti
del gruppo di mettersi in salvo. Fronteggiò i tedeschi con cinque
volontari, tra cui il giovane Magi; tutti però, catturati, vennero
condotti a Poggio Casano, sede del governo tedesco. Consapevole che
gli altri patrioti, data la loro giovane età, potevano facilmente
cedere alle sevizie, Tassi decise di addossarsi l'appartenenza alle
bande partigiane, estraniando gli altri da qualunque
compartecipazione. I tedeschi, convinti solo in parte della sua
versione, mandavano gli altri nelle carceri di Siena e trattenevano
lui e Magi. Il 17 giugno, condotti in località Pian del Re, in Val
d'Orcia, dopo aver scavato la loro fossa, vennero uccisi a colpi di
mitra. Alla memoria del carabiniere Vittorio Tassi venne concessa
la Medaglia d'Oro al Valor Militare, mentre al giovane Magi la
Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
Nel 60° Anniversario della loro
uccisione, la cittadina di Radicofani ricorderà questi due martiri
della Seconda guerra mondiale, alla presenza di una rappresentanza
della Legione straniera francese, che ebbe un ruolo importante per
la liberazione di questa cittadina.
Per ricordare la sua memoria,
vogliamo riportare un breve passaggio dell'ultima lettera che Tassi
riuscì a scrivere e a consegnare al cappellano militare tedesco
prima di morire:
"Cara Olga. Oggi 17 alle ore 7
fucilato innocente... Cara Olga ti raccomando i nostri figli.
Confortali e vogli loro bene quanto gliene volevo io... Io mi sono
tanto raccomandato, ma è stato impossibile intenerire quei cuori...
Cara mamma, vi raccomando di aiutare mia moglie e i miei figli
quanto più potete. Perdonatemi tutto... Mia cara Olga, avrei tante
cose da dirti, ma non posso più scrivere perché ho il cuore
secco... Se Iddio vuole ci rivedremo in cielo e di lì non ci
separeremo più. Caro Ercole, sii buono, e ubbidiente e ricorda
spesso il tuo babbo; e anche tu, cara Anita, sii buona, Iddio vi
aiuterà. Vi bacio tutti per l'ultima volta: Vostro Vittorio. Dirai
a Remo che moriamo, io e Renato, con il nostro segreto".
Nicoletta Archilei
Un americano a Roma
La storia della Seconda Guerra
Mondiale è piena di "storie" personali a volte degne di nota.
Persone che sulla scena di quegli eventi drammatici diventano
personaggi. Lasciamo per un attimo la presa di Roma e torniamo al
1943. La Sicilia è ormai liberata, il generale Patton col suo Stato
Maggiore studia le carte per decidere in quale punto della Calabria
effettuare lo sbarco. Fra gli ufficiali e i graduati si fa largo un
soldato che senza esitazione indica un punto preciso della costa.
Si chiama Carmine Domenico Pellegrino, in forza al 40° Reggimento
del Genio Usa, nato a Reggio Calabria nel 1919 ed emigrato a 16
anni in America, clandestinamente. A New York, travestito da
marinaio per eludere i controlli, viene accolto da uno zio paterno.
Fa mille lavori prima di arrivare in una macelleria continuando la
tradizione di famiglia. Nel frattempo cominciano a soffiare i venti
di guerra e quindi il terribile conflitto. Gli immigrati italiani
negli Stati Uniti vivevono una situazione difficile: ancora di più
i clandestini privi di documenti. Pellegrino, capito che presto o
tardi dovrà partire, indossa la divisa come volontario. Dopo il
periodo addestrativo raggiunge la Tunisia e quindi la Sicilia. Qui
ha modo di mettersi in luce con i suoi superiori fungendo da
interprete e collegamento fra le truppe e la popolazione. Nel
frattempo l'avanzata continua e si arriva al giorno dello sbarco
sul continente. Pellegrino, incoraggiato dal suo capitano, che lo
ha preso a benvolere, si fa avanti e indica un punto della costa
dove il fondale è sabbioso e adatto per lo sbarco dei mezzi anfibi.
Poi ottiene il permesso di andare a trovare gli anziani genitori e
i parenti, che quasi non lo riconoscono con l'uniforme americana.
Ma la guerra continua e il fronte si sposta. Carmine deve lasciare
la famiglia per proseguire l'avanzata fino ad arrivare a Roma che
accoglie questo piccolo conquistatore calabro-americano. La sua
storia continua tutt'oggi: in America segue le sue quattro
macellerie, è patriarca di una famiglia numerosa e torna spesso a
Catona, frazione di Reggio Calabria. Ha ricevuto premi come il "Men
of the Year", incontrato politici, ricoperto un ruolo di prestigio
nella parata del Columbus Day. Spazi e attenzioni maggiori
meriterebbe la storia di questo simpatico Ulisse
italo-americano! |