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Quel giugno di sessant'anni fa

Il generale statunitense Mark Clark, Capo della 5^ Armata, all'entrata della capitale

Ricorrono in questi giorni i sessant'anni dell'ingresso a Roma delle truppe americane. Era il 4 giugno 1944. Le avanguardie della 5a armata del generale Mark Clark entrarono nella Città Eterna percorrendo le antiche vie consolari, Appia, Tuscolana e Casilina che da sud immettono in città. Nel pomeriggio l'88a Divisione americana sfilò lungo i Fori Imperiali fra due ali di folla festante. Poche ore prima, più a nord, le ultime retroguardie tedesche lasciavano la città attraverso la Cassia e la Flaminia.

Ma andiamo per ordine. L'avanzata alleata nei mesi precedenti era stata lenta e difficoltosa a seguito della dura e imprevista resistenza delle armate tedesche. Cadono, uno dopo l'altro, ma al prezzo di aspri combattimenti, Velletri, Valmontone, Albano, Lanuvio, Frascati e gli altri piccoli centri pochi chilometri a sud di Roma. Kesselring ottiene da Hitler l'autorizzazione a ripiegare fino alla linea Gotica, la linea che congiungeva il mar Ligure con quello Adriatico. L'ingresso in città nel lungo e aspro braccio di ferro costerà agli alleati oltre 42mila uomini e quasi 25mila ai tedeschi.

Il professore Lucio Villari, uno dei maggiori storici italiani che già tanto ha scritto sull'argomento della liberazione di Roma, ci ha spiegato l'alto valore simbolico di quell'evento.

«Roma», sottolinea, «è stata la prima capitale europea ad essere liberata dai tedeschi. La notizia galvanizzò le truppe alleate al fronte e diede nuovo impulso alla nascita del primo embrione dell'Italia libera e democratica. La capitale del sud, che era stata provvisoriamente spostata a Salerno, poté tornare nella sua sede storica rafforzando il processo di formazione della nuova idea di Italia».

Tale idea fu avvalorata dalla presenza di soldati italiani, tra i quali i carabinieri del Contingente R, accanto agli americani. Al fianco delle truppe americane vittoriose, c'erano i primi nuclei delle nascenti forze armate italiane. I Carabinieri, insieme a tanti altri reparti dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica, ricostituiti nei mesi precedenti, si erano guadagnati sul campo il rispetto dei nuovi alleati e, dopo le diffidenze iniziali, soprattutto americane, il diritto a partecipare attivamente alle operazioni di guerra col ruolo di cobelligeranti. I tanti episodi di eroismo dell'Arma dei Carabinieri (ricordo per tutti il sacrificio di Salvo D'Acquisto), hanno fatto di questa una delle prime "istituzioni" del nuovo Stato democratico. Furono i carabinieri ad arrestare Mussolini il 25 luglio del 1943 e furono loro ad avere l'onore di entrare, fra i primi, nella Roma liberata.

L'ingresso degli americani non avvenne a seguito di battaglie cruente. I mezzi tedeschi posti sulla linea del Tevere non spararono un colpo né fecero saltare i ponti per rallentare l'avanzata. Come mai?

Un immagine dello storico Lucio Villari

«Le sorti della battaglia erano state decise prima. I tedeschi erano stati battuti sulla linea Gustav. Gli scontri che videro la presa di Montecassino avevano segnato le sorti di quel teatro di guerra, e così i tedeschi decisero di ritirarsi su una nuova linea più difendibile. Dovettero abbandonare Roma, la cui difesa sarebbe stata resa impossibile dalla contemporanea presenza degli Alleati e dei gruppi di patrioti organizzati dai partiti politici clandestini, che già controllavano vaste zone della città. Si è poi detto che i tedeschi preferirono scendere a patti con questi ultimi. Probabilmente la Resistenza non ostacolò il loro ripiegamento in cambio dell'impegno a non fare saltare né ponti né edifici. Alcuni reparti tedeschi si portarono dietro dei prigionieri politici che, appena in salvo, trucidarono in località La Storta (tra questi il Segretario generale della Cgil Bruno Buozzi, un generale dell'Esercito e altri patrioti). I romani furono relativamente fortunati. Basti pensare a quello che accadde a molte altre città italiane ed europee rase al suolo dai bombardamenti a tappeto degli americani o dagli stessi nazisti in ritirata. Questo scempio a Roma fu risparmiato».

Quale fu il ruolo del Vaticano in questa fase di transizione?

«Il Vaticano giocò sicuramente un ruolo importante e difficile. Anche se ufficialmente si teneva neutrale rispetto alle parti belligeranti fece di tutto per favorire il passaggio nel modo meno traumatico possibile. Bisogna però ricordare che era pronto un piano per il rapimento del Papa architettato direttamente da Hitler. Tale piano per fortuna restò solo sulla carta. Non si sa quali conseguenze avrebbe potuto avere un evento del genere. L'impegno della Chiesa, e in particolare della Curia romana, fu comunque notevole e, del resto, in linea con quanto fecero tanti cittadini che diedero ospitalità a famiglie di ebrei, soldati sbandati, patrioti e perseguitati politici».

I romani come vissero quel giorno?

«I romani stavano nel mezzo fra un esercito che arrivava e uno che partiva. E insieme a loro c'era gente che nei mesi precedenti era venuta a cercare riparo dagli stenti della guerra, gonfiando enormemente il numero degli abitanti. Quella data segnò la fine di un incubo, di una vita precaria vissuta in mezzo a rischi continui di bombardamenti, retate, attentati, rappresaglie. Tutto ciò a dispetto della proclamazione di "Città Aperta" avvenuta il 13 agosto del 1943 che, teoricamente, faceva di Roma zona franca dalla guerra. Eppure in mezzo a tanta sofferenza continuava una parvenza di vita civile con teatri aperti, ritrovi affollati, piccole attività economiche portate avanti nella consapevolezza che la liberazione fosse vicina. I romani accompagnarono la partenza dei tedeschi con sentimenti contrastanti. Le truppe che lasciavano Roma erano formate anche da soldati che provenivano dal fronte. Erano segnati dai violenti scontri dei mesi precedenti. La vista di soldati laceri e malmessi non fece dimenticare la durezza dell'occupazione, ma, finita questa, riemerse la pietà. La gioia che accompagnò l'ingresso degli americani fu invece corale: nessuno vedeva più in loro gli avversari cui solo tre anni prima era stata dichiarata guerra».

Sessant'anni sono un tempo sufficiente per giudicare gli eventi con obiettività?

«Certo bastano per dare un giudizio storico. Anche se non si tratta solo di un problema di tempo. Gli eventi del secondo conflitto hanno segnato le nostre coscienze e su quegli eventi si continuerà ad avere giudizi contrastanti. Per questo il dibattito storico continuerà. Eventi come questi servono da spunto per riflettere sul senso di Patria e sui valori che ne stanno alla base. Inoltre servono per ribadire un concetto dato per scontato ma che così non è: quanto sia crudele e lacerante la guerra. È importante formare le coscienze, perché non si ripetano gli errori che hanno generato quei tragici eventi, anche se le cronache di oggi non lasciano molto spazio all'ottimismo».

Giorgio Gatto Costantino