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La storia la conoscono tutti nel suo
finale drammatico. Un uomo a terra che, mentre attende il colpo di
grazia, pronuncia la frase indimenticata: «Vile, tu uccidi un uomo
morto!». La vittima è un italiano (fiorentino), si chiama Francesco
Ferrucci e comanda la difesa di Firenze nel borgo di Gavinana. Il
carnefice è un altro italiano (calabrese), si chiama Fabrizio
Maramaldo e combatte al servizio dell'imperatore Carlo V. Non deve
stupire il fatto che a fronteggiarsi fossero due italiani. Correva
l'anno 1530: a quei tempi, gli eserciti comprendevano molti
mercenari, e i condottieri si mettevano al servizio del principe
più generoso. Non solo: l'Italia era divisa, profondamente, ed era
terra di conquista. Ci si poteva schierare dall'una o dall'altra
parte, e sentirsi comunque patrioti. In quel caso specifico, contro
Firenze - e a fianco dell'imperatore - c'era, nientemeno, che il
papa, Clemente VII, spinto a guerreggiare contro Firenze da ragioni
strettamente personali e familiari. La Repubblica s'era costituita
a Firenze contro i Medici, che aspiravano a riprenderne la guida
politica, e Clemente era un Medici, cugino di Leone X, figlio di
Lorenzo il Magnifico.
La Storia ha assegnato a quei due
italiani - Ferrucci e Maramaldo - ruoli opposti, ma ugualmente
simbolici. Il primo è diventato un'icona dell'eroismo nazionale,
l'uomo che tentò di difendere l'indipendenza di una città dallo
straniero, a costo della vita. «Ogni uom di Ferruccio / Ha il core,
la mano», ha scritto Goffredo Mameli nel nostro Inno nazionale.
Maramaldo è diventato un sostantivo, che indica «una persona vile,
codarda, che infierisce sui deboli, sugli inermi, o è pronta a
sopraffare, a tradire qualcuno non appena ne intraveda la debolezza
o l'impossibilità di difendersi e di reagire». Ne è nato persino un
verbo - maramaldeggiare - con un significato analogo. Ecco come un
episodio - non marginale, ma neppure decisivo nella storia
millenaria di un Paese - assume significati fuori del tempo, e
quindi immortali.
MEGLIO MORIR DI FERRO.
Firenze era sotto assedio da nove mesi, dal 12 ottobre 1529. S'era
affidata a Michelangelo per rafforzare le fortificazioni. Il
comando della piazza era nelle mani di un soldato esperto e capace,
Malatesta Baglioni, che si sarebbe però rivelato un traditore. Il
nemico alle porte - al comando del principe d'Orange, Filiberto di
Chalon - era lì (come s'è detto) per conto dell'imperatore Carlo V,
alleato con il papa. I fiorentini non se la passavano affatto bene.
Mancavano i viveri. I cronisti raccontano che c'era persino chi
mangiava i topi. Dilagavano le epidemie. Ma la cittadinanza non
voleva neppure prendere in considerazione l'ipotesi di una resa. Lo
slogan che teneva alto il morale era questo: «È meglio morir di
ferro che di peste e di fame». Quando divenne chiaro che Baglioni
puntava all'accordo con il papa per ottenere in cambio la signoria
di Perugia, i fiorentini compresero che le loro residue speranze
erano affidate a Francesco Ferrucci. Occorreva che il Ferrucci con
un buon gruppo di milizie si avvicinasse a Firenze e penetrasse in
città per tenere testa al Baglioni, o assalisse il campo nemico
tentando - con uno sforzo supremo - di rompere l'assedio. Ecco cosa
scrisse, in data 14 luglio 1530, l'ambasciatore di Venezia, Carlo
Capello: «I fiorentini hanno deliberato senza indugio che il
Ferrucci si mostri davanti Firenze e di uscire dalla città con
tutta la gente da guerra e con quelli della milizia cittadina, e
combattere, e così vincere, ovvero insieme con la vita perdere il
tutto, avendo determinato che quelli che resteranno alla custodia
delle porte e dei ripari, se per caso avverso la gente della città
fosse rotta, abbiano con le mani loro subito ad uccidere le donne
ed i figliuoli e por fuoco alle case e poi uscire alla istessa
fortuna degli altri, acciocché, distrutta la città, non vi resti se
non la memoria della grandezza degli animi di quella, e che siano
d'immortale esempio a coloro che sono nati e desiderano di vivere
liberamente». Come avrebbe scritto tre secoli dopo Mameli: «Siam
pronti alla morte, l'Italia chiamò».
Ferrucci - che aveva appena
sconfitto le truppe imperiali (comandate da Maramaldo) a Volterra -
rispose all'appello. Lasciò a Volterra sette delle venti compagnie
di cui disponeva e con le rimanenti tredici, che sommavano in tutto
a circa 1.500 uomini, la notte del 15 luglio mosse alla volta di
Firenze, anche se alcune ferite riportate negli scontri dei giorni
precedenti lo affaticavano molto. Tre giorni dopo raggiunse Pisa,
dove lo attendeva Giampaolo Orsini, figlio di Renzo di Ceri, al
servizio della Repubblica, con un buon drappello di soldati. A
Firenze giunse la notizia delle pessime condizioni di salute del
condottiero, e qualcuno ventilò l'ipotesi che Ferrucci potesse
farsi da parte, lasciando ad altri il compito di intervenire in
difesa della città.
Lui reagì dicendo semplicemente:
«Andiamo a morire!». Il suo esercito si era infoltito: contava
adesso tremila fanti e cinquecento cavalieri. Tra i capitani
c'erano Goro da Montebenichi, Bernardo Strozzi detto il Cattivanza,
Niccolò Masi, Giampaolo Orsini e Amico d'Arsoli. Si misero in
marcia da Pisa il 31 luglio. L'intenzione di Ferrucci era di
impadronirsi di Pistoia per poi dirigersi su Firenze e rompere
l'assedio. Ma era indispensabile approvvigionarsi di viveri, e per
questo fu operata una diversione verso San Marcello Pistoiese, che
era - per molti versi - una località adatta a questo scopo.
La mattina del 3 agosto, protetti da
una fitta nebbia, i ferrucciani fecero irruzione nel paese,
saccheggiando, ammazzando, incendiando (com'era abitudine delle
truppe a quei tempi). Ma quella diversione risultò fatale per le
sorti della guerra. Un violento acquazzone rallentò ulteriormente
l'avanzata e quando Ferrucci, alla testa dei suoi uomini, raggiunse
Gavinana, si trovò accerchiato dagli imperiali, che avevano già
occupato la posizione. Di fronte aveva gli uomini del principe
d'Orange, a sinistra le truppe di Maramaldo, a destra quelle di
Alessandro Vitelli (con un forte gruppo di spagnoli), alle spalle
un migliaio di uomini agli ordini di Niccolò Bracciolini.
IL TRADIMENTO. Sembra che
Malatesta Baglioni avesse personalmente informato il principe
d'Orange del piano di attacco di Ferrucci, garantendogli, allo
stesso tempo, che non avrebbe tentato una sortita fuori le mura.
Lasciato a un luogotenente il comando delle operazioni di assedio,
Filiberto di Chalon - alla testa di diecimila uomini - si era
diretto verso Gavinana. Quando Ferrucci si rese conto di avere di
fronte un esercito molto più numeroso del suo, disse un'altra frase
memorabile, di quelle che gli storici s'affrettano ad annotare (e
che, molto spesso, inventano di sana pianta): « Ahi traditor
Malatesta!». Quindi - come si conviene a un capitano coraggioso -
spronò il cavallo bianco, snudò la spada e partì alla carica con la
prima schiera, composta di quattordici compagnie. Di retroguardia
stavano altrettante compagnie di fanti, comandate da Giampaolo
Orsini; al centro della colonna erano i bagagli e quattro squadroni
a cavallo guidati da Amico d'Arsoli, Niccolò Masi, Carlo di Castro
e Carlo di Civitella.
La fanteria di Ferrucci si scontrò
con la cavalleria del principe d'Orange sotto le mura di Gavinana.
Si accese una mischia furiosa, che si risolse inizialmente a favore
dei fiorentini, i quali riuscirono a respingere le truppe nemiche.
Ferrucci entrò a Gavinana, sicuro di averne guadagnato il possesso.
Ma contemporaneamente Fabrizio Maramaldo aveva aperto una breccia
dall'altra parte delle mura.
La battaglia infuriò nella piazza di
Gavinana, e nei vicoli stretti tutto intorno. Ferrucci non si
risparmiò. Combatteva confuso tra i suoi soldati, nei corpo a
corpo, impegnato a respingere il nemico, esortando i suoi uomini e
fornendo loro un grande esempio di coraggio. Fuori delle mura,
intanto, il principe d'Orange - che tentava di riordinare la
cavalleria per preparare un nuovo assalto - si trovò di fronte la
retroguardia di Niccolò Masi. Fu raggiunto da due palle
d'archibugio e stramazzò al suolo. La morte del principe creò lo
scompiglio nell'esercito imperiale. Gli spagnoli si diedero alla
fuga. Alcuni di essi raggiunsero Pistoia dove portarono la notizia
della vittoria dei fiorentini (che arrivò fino a Firenze).
Notizia, purtroppo, infondata. Le
sorti dello scontro s'erano capovolte dopo la morte di Filiberto di
Chalon. Uno dei luogotenenti, Giampaolo Orsini, rendendosi conto
della mala parata, si rivolse a Ferrucci domandandogli: «Non ci
volemo arrendere?». La risposta, neanche a dirlo, fu fiera e
risoluta: «No!». Un altro luogotenente, Goro da Montebenichi,
vedendo il suo capitano in pericolo, tentò di fargli scudo con la
propria persona, ma Ferrucci lo allontanò per tuffarsi dove più
aspra era la battaglia. E, ancora una volta, il suo esempio fu
sufficiente per galvanizzare gli uomini e respingere il nemico
fuori le mura.
Una resistenza eroica, ma votata
fatalmente alla sconfitta. Gli imperiali erano in superiorità
numerica schiacciante. Sebbene fosse circondato da una muraglia di
picche, di spade, di alabarde e di mazze, e fosse stanco per la
lunga lotta sostenuta e ferito in molte parti del corpo, Francesco
Ferrucci, con Giampaolo Orsini, continuò a difendersi come un
leone, e alla fine riuscì ad aprirsi un varco e a rifugiarsi in una
vicina casupola. Ma qui lo seguì la turba inferocita dei nemici (in
maggior parte italiani) che, alla fine, riuscì a catturare l'eroe.
Trascinato nella piazza di Gavinana, il prigioniero, quasi morente,
venne disarmato e gettato sul ballatoio di una casa dove lo
attendeva Maramaldo.
C'era un conto aperto fra i due. A
Volterra, Ferrucci aveva fatto uccidere un araldo imperiale. E
Maramaldo - per vendicarne la morte - gridò ai suoi uomini:
«Ammazzate lo poltrone per l'anima del tamburino qual impiccò a
Volterra». Fu a quel punto che Ferrucci pronunciò la frase che lo
ha reso immortale: «Vile, tu uccidi un uomo morto!». Il primo colpo
di pugnale (pare) fu inferto da un capitano spagnolo, ma quello
mortale fu vibrato da Maramaldo.
In quella giornata morirono altri
coraggiosi ufficiali fiorentini: Paolo Corso, il Capitanino da
Montebuoni, Alfonso da Stipicciano, il conte di Civitella. Giuliano
Frescobaldi morì a Prato per le ferite riportate in quella
battaglia. Amico d'Arsoli venne fatto prigioniero e un suo mortale
nemico, Marzio Colonna, lo acquistò per seicento ducati per
ucciderlo di persona. Capitava anche questo, a quei tempi.
Un eroe
romantico
Nell'Ottocento Ferrucci acquistò
una grandissima popolarità come eroe nazionale, per come visse e
per come morì. La fama gliela garantirono scrittori, poeti, pittori
e storici, che videro in lui il prototipo del guerriero senza
macchia, disposto a sacrificare la vita per difendere la patria. Un
eroe romantico, che corrispondeva perfettamente ai canoni morali ed
estetici del Risorgimento.
Goffredo Mameli lo citò nel suo
Inno. Massimo d'Azeglio ne dipinse il sacrificio e scrisse su di
lui pagine palpitanti. Giosuè Carducci gli dedicò alcuni versi nei
Giambi ed Epodi: «Con giunte le mani prostrato il Ferruccio / al
reo Maramaldo chiedeva mercè».
Nel Cinquecento la prosa asciutta e
tacitiana di Francesco Guicciardini non offriva spazio all'epica.
Ecco il suo racconto dell'epilogo della battaglia di Gavinana, in
poche righe che descrivono lo scontro del principe d'Orange che era
«molto superiore di forze; dove, nel primo impeto, facendo il
principe offizio di uomo d'arme non capitano, spintosi
temerariamente innanzi fu ammazzato. Nondimeno, ottenuta da' suoi
la vittoria, restò prigione insieme con molti altri Giampaolo da
Ceti e il Ferruccio, che così prigione fu ammazzato da Fabrizio
Maramaus».
Tre secoli dopo, Gino Capponi, nella
Storia della Repubblica di Firenze, offriva un racconto più
enfatico e "partigiano", che vale la pena di riportare interamente:
«Da Pisa il Ferrucci era venuto a Pescia con tremila fanti e
intorno a quattrocento cavalli; piccolo esercito. Intendimento del
Ferruccio era far capo al Montale, e di là sempre per la via dei
monti condursi a Firenze. Si fermò la notte del primo agosto in
Calamecca, donde piuttostoché seguitare l'Appennino, volse a San
Marcello; il quale fu crudelmente da quelli arso e quasi disfatto.
Quivi egli fece riposare alcune ore la mattina del 3 agosto i suoi
soldati; poi gli condusse verso Gavinana, piccola terra a cui
s'avviavano da un lato Alessandro Vitelli e dall'altro lato il
Maramaldo; intantoché il Principe d'Orange, mandati prima innanzi i
cavalli leggieri e gli Stradioti, egli medesimo si avanzava per
occupare con le genti d'arme: in tutto erano gli Imperiali da sette
a otto mila, senza contare la parte Panciatica. Dai tocchi a
martello delle campane di Gavinana, e dalla gente che fuggiva,
conobbe il Ferrucci che dentro già entravano i nemici. Entrò il
Ferrucci dall'opposto lato, combattendosi lungamente con pari
ferocia da ambe le parti dentro la terra stessa, che fu più volte
presa e perduta; ed in quel mentre, avendo al di fuori Alessandro
Vitelli urtato la retroguardia, che il Ferruccio aveva commesso a
Gian Paolo Orsini, fu varia la mischia finché le due parti non si
separarono per soccorrere ciascuna i suoi. Imperocché la cavalleria
del Principe, mentre girava intorno alle mura, ebbe da quella del
Ferruccio tale percossa che dopo essersi mescolate insieme con
strage grandissima, l'Orange, veduto i suoi sbaragliati, si cacciò
innanzi con impeto di Francese dove più fioccavano le archibusate,
delle quali due nel tempo istesso lo fecero cadere a terra morto.
Anche oggi i paesani mostrano il luogo dove è il crocicchio di una
stradella molto ripidosa che sale sul monte. Avvenne che uno
spagnolo uscito dalla battaglia corse annunziando la morte del
Principe e la vittoria del Ferruccio, che fu creduta per qualche
ora a Pistoia ed a Firenze, e sino in Roma dal Papa stesso. Ma in
questo mentre il Maramaldo, abbattendo un muro, già era nella
terra, e mille Lanzi freschi discesi dal monte, diedero per fianco
e alla coda di quei del Ferruccio, assai ammazzandone e facendo
molti prigionieri. Il piccolo esercito, stanco e consunto nei vari
scontri, fu quasi distrutto. Lo stesso Ferrucci, continuando il
combattere di sua mano, e già in più luoghi ferito, andò con Gian
Paolo a porsi dentro a un casotto dove furono attorniati e presi
dagli uomini del Maramaldo; il quale avendo comandato che il
Ferruccio gli fosse condotto innanzi sulla Piazzetta di Gavinana,
prima di sua mano lo feriva nella gola, mentre questi gli diceva:
"Fabrizio, tu ammazzi un uomo morto"; poi lo diede a finire ai suoi
soldati. Così moriva Francesco Ferrucci: vissuto fino ai
quarant'anni semplice cittadino, era egli ad un tratto divenuto
grande uomo di guerra, amando del pari la libertà e la gloria, le
quali entrambe nella patria sua perirono seco. Fu egli sotterrato
nella piazza stessa lungo la chiesa di Gavinana».
GUERRA CIVILE. A Firenze,
quel 3 agosto 1530, la notizia della sconfitta di Ferrucci giunse
come un fulmine a ciel sereno. Dopo la morte del principe d'Orange
s'era sparsa la notizia della vittoria, che aveva provocato grande
gioia. Quando si seppe che l'esito della battaglia s'era capovolto,
fu «grande la costernazione». Nonostante le privazioni imposte dal
lungo assedio, erano ancora in molti a sostenere la necessità di
continuare a resistere, sperando in una rivincita contro l'esercito
imperiale. Malatesta Baglioni, ovviamente, guidava il partito della
resa, sostenendo trattarsi del male minore. «Per non intervenire
colla sua persona alla desolazione di così nobile e ricca e tanto
da lui amata città» chiese il congedo. Che gli fu accordato. Ma
Baglioni non accettò quella decisione e pugnalò l'ambasciatore che
gli aveva portato la comunicazione.
La città si divise. Molti erano
stanchi e allo stremo delle forze. Si fece concreto il rischio di
una guerra civile. Alla fine la Signoria cedette, richiamando
Baglioni e incaricando una delegazione di trattare la resa con il
nemico. Il trattato venne firmato il 12 agosto, a Santa Margherita
a Montici. I plenipotenziari di Carlo V comunicarono le condizioni
poste dall'imperatore: Firenze avrebbe conservato la sua libertà,
ma l'imperatore ne avrebbe stabilito la forma di governo. Pisa,
Volterra e Livorno sarebbero state consegnate a Baccio Valori,
commissario pontificio della Toscana. Firenze avrebbe versato, a
titolo di riparazione, cinquantamila scudi in contanti e trentamila
in cambiali. Il 20 agosto alcune centinaia di persone manifestarono
in piazza della Signoria, gridando «Palle! Palle!», il motto dei
Medici. Che tornarono così al governo della
città. |