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Eroi d'Italia - 4 - Francesco Ferrucci

Nel 1530 la Repubblica di Firenze capitolò al termine di un lungo assedio delle truppe dell'imperatore Carlo V, alleato di papa Clemente VII. Fu così che i Medici tornarono a governare sulla città. La sconfitta che decise le sorti della guerra si consumò a Gavinana, sulle colline pistoiesi. L'eroe tragico di quella giornata fu il condottiero fiorentino Francesco Ferrucci, che si batté come un leone contro forze numericamente molto superiori, tenendo testa ad esse con grande coraggio. Nella battaglia perse la vita il comandante dell'esercito imperiale, Filiberto di Chalon, principe d'Orange. La sua morte fece spargere la notizia della vittoria, accolta a Firenze con grande giubilo. Poi le sorti dello scontro si capovolsero: Ferrucci fu accerchiato dal nemico e fatto prigioniero. L'uomo che aveva raccolto il comando delle truppe nemiche - il calabrese Fabrizio Maramaldo - non ebbe alcuna pietà del prigioniero (inerme e gravemente ferito) che gli si rivolse con disprezzo, pronunciando la frase che lo ha consegnato alla storia: «Vile, tu uccidi un uomo morto!»

Ritratto di Francesco Ferrucci

La storia la conoscono tutti nel suo finale drammatico. Un uomo a terra che, mentre attende il colpo di grazia, pronuncia la frase indimenticata: «Vile, tu uccidi un uomo morto!». La vittima è un italiano (fiorentino), si chiama Francesco Ferrucci e comanda la difesa di Firenze nel borgo di Gavinana. Il carnefice è un altro italiano (calabrese), si chiama Fabrizio Maramaldo e combatte al servizio dell'imperatore Carlo V. Non deve stupire il fatto che a fronteggiarsi fossero due italiani. Correva l'anno 1530: a quei tempi, gli eserciti comprendevano molti mercenari, e i condottieri si mettevano al servizio del principe più generoso. Non solo: l'Italia era divisa, profondamente, ed era terra di conquista. Ci si poteva schierare dall'una o dall'altra parte, e sentirsi comunque patrioti. In quel caso specifico, contro Firenze - e a fianco dell'imperatore - c'era, nientemeno, che il papa, Clemente VII, spinto a guerreggiare contro Firenze da ragioni strettamente personali e familiari. La Repubblica s'era costituita a Firenze contro i Medici, che aspiravano a riprenderne la guida politica, e Clemente era un Medici, cugino di Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico.



La Storia ha assegnato a quei due italiani - Ferrucci e Maramaldo - ruoli opposti, ma ugualmente simbolici. Il primo è diventato un'icona dell'eroismo nazionale, l'uomo che tentò di difendere l'indipendenza di una città dallo straniero, a costo della vita. «Ogni uom di Ferruccio / Ha il core, la mano», ha scritto Goffredo Mameli nel nostro Inno nazionale. Maramaldo è diventato un sostantivo, che indica «una persona vile, codarda, che infierisce sui deboli, sugli inermi, o è pronta a sopraffare, a tradire qualcuno non appena ne intraveda la debolezza o l'impossibilità di difendersi e di reagire». Ne è nato persino un verbo - maramaldeggiare - con un significato analogo. Ecco come un episodio - non marginale, ma neppure decisivo nella storia millenaria di un Paese - assume significati fuori del tempo, e quindi immortali.

MEGLIO MORIR DI FERRO. Firenze era sotto assedio da nove mesi, dal 12 ottobre 1529. S'era affidata a Michelangelo per rafforzare le fortificazioni. Il comando della piazza era nelle mani di un soldato esperto e capace, Malatesta Baglioni, che si sarebbe però rivelato un traditore. Il nemico alle porte - al comando del principe d'Orange, Filiberto di Chalon - era lì (come s'è detto) per conto dell'imperatore Carlo V, alleato con il papa. I fiorentini non se la passavano affatto bene. Mancavano i viveri. I cronisti raccontano che c'era persino chi mangiava i topi. Dilagavano le epidemie. Ma la cittadinanza non voleva neppure prendere in considerazione l'ipotesi di una resa. Lo slogan che teneva alto il morale era questo: «È meglio morir di ferro che di peste e di fame». Quando divenne chiaro che Baglioni puntava all'accordo con il papa per ottenere in cambio la signoria di Perugia, i fiorentini compresero che le loro residue speranze erano affidate a Francesco Ferrucci. Occorreva che il Ferrucci con un buon gruppo di milizie si avvicinasse a Firenze e penetrasse in città per tenere testa al Baglioni, o assalisse il campo nemico tentando - con uno sforzo supremo - di rompere l'assedio. Ecco cosa scrisse, in data 14 luglio 1530, l'ambasciatore di Venezia, Carlo Capello: «I fiorentini hanno deliberato senza indugio che il Ferrucci si mostri davanti Firenze e di uscire dalla città con tutta la gente da guerra e con quelli della milizia cittadina, e combattere, e così vincere, ovvero insieme con la vita perdere il tutto, avendo determinato che quelli che resteranno alla custodia delle porte e dei ripari, se per caso avverso la gente della città fosse rotta, abbiano con le mani loro subito ad uccidere le donne ed i figliuoli e por fuoco alle case e poi uscire alla istessa fortuna degli altri, acciocché, distrutta la città, non vi resti se non la memoria della grandezza degli animi di quella, e che siano d'immortale esempio a coloro che sono nati e desiderano di vivere liberamente». Come avrebbe scritto tre secoli dopo Mameli: «Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò».

Ferrucci - che aveva appena sconfitto le truppe imperiali (comandate da Maramaldo) a Volterra - rispose all'appello. Lasciò a Volterra sette delle venti compagnie di cui disponeva e con le rimanenti tredici, che sommavano in tutto a circa 1.500 uomini, la notte del 15 luglio mosse alla volta di Firenze, anche se alcune ferite riportate negli scontri dei giorni precedenti lo affaticavano molto. Tre giorni dopo raggiunse Pisa, dove lo attendeva Giampaolo Orsini, figlio di Renzo di Ceri, al servizio della Repubblica, con un buon drappello di soldati. A Firenze giunse la notizia delle pessime condizioni di salute del condottiero, e qualcuno ventilò l'ipotesi che Ferrucci potesse farsi da parte, lasciando ad altri il compito di intervenire in difesa della città.

Lui reagì dicendo semplicemente: «Andiamo a morire!». Il suo esercito si era infoltito: contava adesso tremila fanti e cinquecento cavalieri. Tra i capitani c'erano Goro da Montebenichi, Bernardo Strozzi detto il Cattivanza, Niccolò Masi, Giampaolo Orsini e Amico d'Arsoli. Si misero in marcia da Pisa il 31 luglio. L'intenzione di Ferrucci era di impadronirsi di Pistoia per poi dirigersi su Firenze e rompere l'assedio. Ma era indispensabile approvvigionarsi di viveri, e per questo fu operata una diversione verso San Marcello Pistoiese, che era - per molti versi - una località adatta a questo scopo.

La mattina del 3 agosto, protetti da una fitta nebbia, i ferrucciani fecero irruzione nel paese, saccheggiando, ammazzando, incendiando (com'era abitudine delle truppe a quei tempi). Ma quella diversione risultò fatale per le sorti della guerra. Un violento acquazzone rallentò ulteriormente l'avanzata e quando Ferrucci, alla testa dei suoi uomini, raggiunse Gavinana, si trovò accerchiato dagli imperiali, che avevano già occupato la posizione. Di fronte aveva gli uomini del principe d'Orange, a sinistra le truppe di Maramaldo, a destra quelle di Alessandro Vitelli (con un forte gruppo di spagnoli), alle spalle un migliaio di uomini agli ordini di Niccolò Bracciolini.

IL TRADIMENTO. Sembra che Malatesta Baglioni avesse personalmente informato il principe d'Orange del piano di attacco di Ferrucci, garantendogli, allo stesso tempo, che non avrebbe tentato una sortita fuori le mura. Lasciato a un luogotenente il comando delle operazioni di assedio, Filiberto di Chalon - alla testa di diecimila uomini - si era diretto verso Gavinana. Quando Ferrucci si rese conto di avere di fronte un esercito molto più numeroso del suo, disse un'altra frase memorabile, di quelle che gli storici s'affrettano ad annotare (e che, molto spesso, inventano di sana pianta): « Ahi traditor Malatesta!». Quindi - come si conviene a un capitano coraggioso - spronò il cavallo bianco, snudò la spada e partì alla carica con la prima schiera, composta di quattordici compagnie. Di retroguardia stavano altrettante compagnie di fanti, comandate da Giampaolo Orsini; al centro della colonna erano i bagagli e quattro squadroni a cavallo guidati da Amico d'Arsoli, Niccolò Masi, Carlo di Castro e Carlo di Civitella.

La fanteria di Ferrucci si scontrò con la cavalleria del principe d'Orange sotto le mura di Gavinana. Si accese una mischia furiosa, che si risolse inizialmente a favore dei fiorentini, i quali riuscirono a respingere le truppe nemiche. Ferrucci entrò a Gavinana, sicuro di averne guadagnato il possesso. Ma contemporaneamente Fabrizio Maramaldo aveva aperto una breccia dall'altra parte delle mura.

La battaglia infuriò nella piazza di Gavinana, e nei vicoli stretti tutto intorno. Ferrucci non si risparmiò. Combatteva confuso tra i suoi soldati, nei corpo a corpo, impegnato a respingere il nemico, esortando i suoi uomini e fornendo loro un grande esempio di coraggio. Fuori delle mura, intanto, il principe d'Orange - che tentava di riordinare la cavalleria per preparare un nuovo assalto - si trovò di fronte la retroguardia di Niccolò Masi. Fu raggiunto da due palle d'archibugio e stramazzò al suolo. La morte del principe creò lo scompiglio nell'esercito imperiale. Gli spagnoli si diedero alla fuga. Alcuni di essi raggiunsero Pistoia dove portarono la notizia della vittoria dei fiorentini (che arrivò fino a Firenze).

Notizia, purtroppo, infondata. Le sorti dello scontro s'erano capovolte dopo la morte di Filiberto di Chalon. Uno dei luogotenenti, Giampaolo Orsini, rendendosi conto della mala parata, si rivolse a Ferrucci domandandogli: «Non ci volemo arrendere?». La risposta, neanche a dirlo, fu fiera e risoluta: «No!». Un altro luogotenente, Goro da Montebenichi, vedendo il suo capitano in pericolo, tentò di fargli scudo con la propria persona, ma Ferrucci lo allontanò per tuffarsi dove più aspra era la battaglia. E, ancora una volta, il suo esempio fu sufficiente per galvanizzare gli uomini e respingere il nemico fuori le mura.

Una resistenza eroica, ma votata fatalmente alla sconfitta. Gli imperiali erano in superiorità numerica schiacciante. Sebbene fosse circondato da una muraglia di picche, di spade, di alabarde e di mazze, e fosse stanco per la lunga lotta sostenuta e ferito in molte parti del corpo, Francesco Ferrucci, con Giampaolo Orsini, continuò a difendersi come un leone, e alla fine riuscì ad aprirsi un varco e a rifugiarsi in una vicina casupola. Ma qui lo seguì la turba inferocita dei nemici (in maggior parte italiani) che, alla fine, riuscì a catturare l'eroe. Trascinato nella piazza di Gavinana, il prigioniero, quasi morente, venne disarmato e gettato sul ballatoio di una casa dove lo attendeva Maramaldo.

C'era un conto aperto fra i due. A Volterra, Ferrucci aveva fatto uccidere un araldo imperiale. E Maramaldo - per vendicarne la morte - gridò ai suoi uomini: «Ammazzate lo poltrone per l'anima del tamburino qual impiccò a Volterra». Fu a quel punto che Ferrucci pronunciò la frase che lo ha reso immortale: «Vile, tu uccidi un uomo morto!». Il primo colpo di pugnale (pare) fu inferto da un capitano spagnolo, ma quello mortale fu vibrato da Maramaldo.

In quella giornata morirono altri coraggiosi ufficiali fiorentini: Paolo Corso, il Capitanino da Montebuoni, Alfonso da Stipicciano, il conte di Civitella. Giuliano Frescobaldi morì a Prato per le ferite riportate in quella battaglia. Amico d'Arsoli venne fatto prigioniero e un suo mortale nemico, Marzio Colonna, lo acquistò per seicento ducati per ucciderlo di persona. Capitava anche questo, a quei tempi.




Un eroe romantico




Nell'Ottocento Ferrucci acquistò una grandissima popolarità come eroe nazionale, per come visse e per come morì. La fama gliela garantirono scrittori, poeti, pittori e storici, che videro in lui il prototipo del guerriero senza macchia, disposto a sacrificare la vita per difendere la patria. Un eroe romantico, che corrispondeva perfettamente ai canoni morali ed estetici del Risorgimento.

Goffredo Mameli lo citò nel suo Inno. Massimo d'Azeglio ne dipinse il sacrificio e scrisse su di lui pagine palpitanti. Giosuè Carducci gli dedicò alcuni versi nei Giambi ed Epodi: «Con giunte le mani prostrato il Ferruccio / al reo Maramaldo chiedeva mercè».

Nel Cinquecento la prosa asciutta e tacitiana di Francesco Guicciardini non offriva spazio all'epica. Ecco il suo racconto dell'epilogo della battaglia di Gavinana, in poche righe che descrivono lo scontro del principe d'Orange che era «molto superiore di forze; dove, nel primo impeto, facendo il principe offizio di uomo d'arme non capitano, spintosi temerariamente innanzi fu ammazzato. Nondimeno, ottenuta da' suoi la vittoria, restò prigione insieme con molti altri Giampaolo da Ceti e il Ferruccio, che così prigione fu ammazzato da Fabrizio Maramaus».

Tre secoli dopo, Gino Capponi, nella Storia della Repubblica di Firenze, offriva un racconto più enfatico e "partigiano", che vale la pena di riportare interamente: «Da Pisa il Ferrucci era venuto a Pescia con tremila fanti e intorno a quattrocento cavalli; piccolo esercito. Intendimento del Ferruccio era far capo al Montale, e di là sempre per la via dei monti condursi a Firenze. Si fermò la notte del primo agosto in Calamecca, donde piuttostoché seguitare l'Appennino, volse a San Marcello; il quale fu crudelmente da quelli arso e quasi disfatto. Quivi egli fece riposare alcune ore la mattina del 3 agosto i suoi soldati; poi gli condusse verso Gavinana, piccola terra a cui s'avviavano da un lato Alessandro Vitelli e dall'altro lato il Maramaldo; intantoché il Principe d'Orange, mandati prima innanzi i cavalli leggieri e gli Stradioti, egli medesimo si avanzava per occupare con le genti d'arme: in tutto erano gli Imperiali da sette a otto mila, senza contare la parte Panciatica. Dai tocchi a martello delle campane di Gavinana, e dalla gente che fuggiva, conobbe il Ferrucci che dentro già entravano i nemici. Entrò il Ferrucci dall'opposto lato, combattendosi lungamente con pari ferocia da ambe le parti dentro la terra stessa, che fu più volte presa e perduta; ed in quel mentre, avendo al di fuori Alessandro Vitelli urtato la retroguardia, che il Ferruccio aveva commesso a Gian Paolo Orsini, fu varia la mischia finché le due parti non si separarono per soccorrere ciascuna i suoi. Imperocché la cavalleria del Principe, mentre girava intorno alle mura, ebbe da quella del Ferruccio tale percossa che dopo essersi mescolate insieme con strage grandissima, l'Orange, veduto i suoi sbaragliati, si cacciò innanzi con impeto di Francese dove più fioccavano le archibusate, delle quali due nel tempo istesso lo fecero cadere a terra morto. Anche oggi i paesani mostrano il luogo dove è il crocicchio di una stradella molto ripidosa che sale sul monte. Avvenne che uno spagnolo uscito dalla battaglia corse annunziando la morte del Principe e la vittoria del Ferruccio, che fu creduta per qualche ora a Pistoia ed a Firenze, e sino in Roma dal Papa stesso. Ma in questo mentre il Maramaldo, abbattendo un muro, già era nella terra, e mille Lanzi freschi discesi dal monte, diedero per fianco e alla coda di quei del Ferruccio, assai ammazzandone e facendo molti prigionieri. Il piccolo esercito, stanco e consunto nei vari scontri, fu quasi distrutto. Lo stesso Ferrucci, continuando il combattere di sua mano, e già in più luoghi ferito, andò con Gian Paolo a porsi dentro a un casotto dove furono attorniati e presi dagli uomini del Maramaldo; il quale avendo comandato che il Ferruccio gli fosse condotto innanzi sulla Piazzetta di Gavinana, prima di sua mano lo feriva nella gola, mentre questi gli diceva: "Fabrizio, tu ammazzi un uomo morto"; poi lo diede a finire ai suoi soldati. Così moriva Francesco Ferrucci: vissuto fino ai quarant'anni semplice cittadino, era egli ad un tratto divenuto grande uomo di guerra, amando del pari la libertà e la gloria, le quali entrambe nella patria sua perirono seco. Fu egli sotterrato nella piazza stessa lungo la chiesa di Gavinana».

GUERRA CIVILE. A Firenze, quel 3 agosto 1530, la notizia della sconfitta di Ferrucci giunse come un fulmine a ciel sereno. Dopo la morte del principe d'Orange s'era sparsa la notizia della vittoria, che aveva provocato grande gioia. Quando si seppe che l'esito della battaglia s'era capovolto, fu «grande la costernazione». Nonostante le privazioni imposte dal lungo assedio, erano ancora in molti a sostenere la necessità di continuare a resistere, sperando in una rivincita contro l'esercito imperiale. Malatesta Baglioni, ovviamente, guidava il partito della resa, sostenendo trattarsi del male minore. «Per non intervenire colla sua persona alla desolazione di così nobile e ricca e tanto da lui amata città» chiese il congedo. Che gli fu accordato. Ma Baglioni non accettò quella decisione e pugnalò l'ambasciatore che gli aveva portato la comunicazione.

La città si divise. Molti erano stanchi e allo stremo delle forze. Si fece concreto il rischio di una guerra civile. Alla fine la Signoria cedette, richiamando Baglioni e incaricando una delegazione di trattare la resa con il nemico. Il trattato venne firmato il 12 agosto, a Santa Margherita a Montici. I plenipotenziari di Carlo V comunicarono le condizioni poste dall'imperatore: Firenze avrebbe conservato la sua libertà, ma l'imperatore ne avrebbe stabilito la forma di governo. Pisa, Volterra e Livorno sarebbero state consegnate a Baccio Valori, commissario pontificio della Toscana. Firenze avrebbe versato, a titolo di riparazione, cinquantamila scudi in contanti e trentamila in cambiali. Il 20 agosto alcune centinaia di persone manifestarono in piazza della Signoria, gridando «Palle! Palle!», il motto dei Medici. Che tornarono così al governo della città.

Filippo Malatesta