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Petrarca: il più antico degli umanisti, il più moderno dei poeti

Ricorre quest'anno il settimo centenario della nascita del grande maestro. Uno spirito irrequieto e dalle profonde contraddizioni ma capace di influenzare, in Italia e non solo, i più autorevoli letterati dal Trecento fino ai nostri giorni

Casa di Petrarca: Laura e il Poeta

"Quello che amavo oramai più non amo; mentisco: amo ancora, ma con più temperanza; ecco, ho mentito di nuovo: amo ancora, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente, questo è il vero. È proprio così, amo, ma quello che vorrei non amare, quello che vorrei odiare; amo tuttavia, ma nolente, a forza, con mestizia e con pianto". Così scriveva Francesco Petrarca nella celeberrima "Lettera dal monte Ventoux", del 1336. Il poeta aveva allora 32 anni, e aveva fatto già le scelte fondamentali della propria vita, quelle che pur tra infinite lacerazioni e tormenti non rinnegherà mai: la scelta di dare voce - una voce dolce, malinconica, intensa, passionale, colta - ai moti più segreti e più autentici dell'animo umano; quella, non meno impegnativa, di studiare gli antichi, senza disdegnare i moderni che fossero meritevoli, per perseguire un ideale di saggezza, che si traducesse infine, col conforto dei princìpi cristiani, in un itinerario di salvazione.

Ma Petrarca, per quanto le sue idee e i suoi propositi fossero chiari, mostrava uno spirito irrequieto, segnato da profonde e forse insanabili contraddizioni. E sempre sarà così, in tutti gli accadimenti della vita, in tutte le dispute intellettuali combattute con se stesso o con i grandi spiriti del passato. Abbiamo quindi un Petrarca che è per antonomasia, con il suo Canzoniere, il poeta dell'educazione sentimentale; e un altro, l'umanista, autore di opere latine di filosofia morale, scritte sull'esempio di Seneca, di Cicerone e di Agostino, che riflette sulla fragilità della condizione umana, sull'illusorietà dei beni materiali, e s'interroga sui modi più adeguati per attingere la virtù. Il peccatore e il penitente, il laico e il mistico; l'uomo avido di onori e di gloria, che ama rinchiudersi però nella solitudine di un eremo, sia esso Valchiusa o Arquà; il poeta dell'amore che dialoga però con la morte; il creatore di una forma perfetta, che risponde a una misura classica, ma anche l'inventore di una lingua nuova e di una prosodia talvolta rivoluzionaria; il restauratore della letteratura antica ma anche l'iniziatore di una nuova sensibilità che potremmo definire a pieno titolo romantica. Insomma, un personaggio mai compiuto, che si sottrae a qualsiasi definizione - che sarebbe in ogni modo una limitazione -, ma che proprio in questo mostra la sua stupefacente modernità. Moderno, dunque, e soprattutto maestro, capace di influenzare una miriade di poeti e di letterati, non solo italiani, ma europei, lungo un periodo di quasi sette secoli.

Petrarca nacque ad Arezzo il 20 luglio 1304 - si celebra quest'anno il settimo centenario della sua nascita - da ser Petracco e da Eletta Canigiani. Suo padre apparteneva per lunga tradizione alla cittadinanza fiorentina ed esercitava la professione di notaio. Ebbe a subire, al pari di Dante Alighieri, le vessazioni dei Neri trionfanti al governo della città e fu costretto all'esilio. Dietro il richiamo della corte pontificia, la famiglia si trasferì ben presto in Provenza, prima ad Avignone, poi a Carpentras, dove Francesco ebbe come maestro Convenevole da Prato. Dopo aver appreso i primi rudimenti del diritto a Montpellier, una cittadina culturalmente molto attiva, fu mandato a Bologna, che era allora la culla degli studi giuridici. Ma il giovane Francesco si dedicò assai più allo studio dei classici e alla lettura dei poeti provenzali, senza disdegnare per altro le allegre compagnie che animavano la vita gioconda di quella città. Quando, nel 1326, tornò a casa, aveva già conquistato una certa notorietà come autore di rime d'amore che gli avevano procurato la stima e la benevolenza di Giacomo Colonna, un ecclesiastico proveniente da una famiglia di gran rango, che schiuderà a Francesco le vie di una carriera di prestigio, come "portavoce prelatizio" della casata.

L'anno successivo, ad Avignone, accadde uno degli eventi capitali della vita di Petrarca, e cioè l'incontro con Laura, la donna che amerà per tutta la vita e che trasfigurerà nei versi del Canzoniere. Era il 6 aprile del 1327, racconta il poeta, e Laura, "mirabile per le sue proprie virtù e lungamente celebrata nei miei versi, apparve per la prima volta ai miei occhi… nella chiesa di Santa Chiara". Ventuno anni dopo, il 19 maggio 1348, egli apprenderà che la sua donna era morta nello stesso giorno, nello stesso mese e nella stessa città in cui per la prima volta era apparsa al suo sguardo. Dopo aver ricordato "il suo corpo castissimo e bellissimo" e aver espresso la convinzione che l'anima di Laura era tornata in cielo, donde era venuta, Petrarca svolgeva una riflessione d'ordine morale, ricorrente nei suoi scritti, sulla fugacità dei beni terreni e sulla necessità di riporre ogni nostra speranza nella salvezza celeste. E concludeva: oramai "non c'è nulla in questa vita in cui io possa trovare piacere ed è tempo, ora che è rotto il legame più forte, di fuggire da Babilonia…".

Petrarca tra Francesco il Vecchio e Fina Buzzaccarini, particolare da I miracoli di Cristo di Giusto de' Menabuoi

Colpisce, in tutta questa vicenda, come ha evidenziato un autorevole studioso, Carlo Calcaterra, il parallelismo delle date e la simbologia che ad esso si collega. Il 6 aprile non segna soltanto la data dell'incontro e della morte di Laura, ma anche, e soprattutto, la nascita di Adamo, cioè della vita sulla Terra, e la morte di Cristo sulla croce, cioè l'inizio di una nuova vita dell'umanità. Questo almeno stando alle affermazioni di alcuni padri della Chiesa, ben noti a Petrarca. Non solo, giacché a questa simbologia va aggiunta quella dei numeri, in particolare il 7 e i suoi multipli, fra cui 21. I numeri infatti apparivano, sulle tracce della dottrina pitagorica, rivisitata attraverso il platonismo e l'agostinismo, indici di una realtà nascosta, di significazione generale, inerente al modo nel quale l'uomo era stato creato, agli elementi con cui era stato formato, alle leggi naturali e sovrannaturali. "Tennemi Amor anni ventuno ardendo", scrive Petrarca in una sua poesia, cioè tre volte sette, il numero che sta a indicare le oscillazioni della passione.

Al di là della simbologia e della poesia, poco sappiamo della vita di Laura. Sappiamo che era sposata, che aveva avuto parecchi figli e che la sua bellezza, immortalata in una miniatura da Simone Martini, dovette svanire presto; ma Petrarca ne idealizzò i tratti, e ne fece l'immagine di una donna immune dai guasti del tempo, che racchiude nella sua persona ogni virtù e perfezione. Una donna bella, dunque, e pura, assai dissimile però dalla donna degli stilnovisti o dalla Beatrice di Dante. La bellezza di Laura infatti resta, nonostante tutto, terrena, oggetto quindi non solo di adorazione estatica, ma di trepido desiderio. E quella bellezza il poeta non si stanca di vagheggiare, rievocando nella memoria "Gli occhi sereni e le stellanti ciglia / La bella bocca angelica di perle / Piena e di rose e di dolci parole"; rivedendola, come l'ha veduta in momenti fugaci e indimenticabili, prima della morte, crudele e inattesa: "Gli occhi di ch'io parlai sì caldamente / e le braccia e le mani e i piedi e 'l viso / Che m'avean sì da me stesso diviso / E fatto singular da l'altra gente / Le crespe chiome d'or puro lucente / E 'l lampeggiar de l'angelico riso / Che soleano far in terra un paradiso…".

Nel 1330 comincia per Petrarca la stagione dei grandi viaggi, dei quali fu sempre desideroso, come di cosa consona alla sua irrequietezza. "Peregrinus ubique", dirà di se stesso in una lettera, e sempre si raffigurerà come un instancabile viandante, convinto com'era che la ricerca di nuove esperienze fosse un segno dell'origine divina dell'uomo. Del resto, già Seneca aveva insegnato che l'anima è mobile, e gli apostoli avevano percorso a piedi una vasta regione del mondo. Dunque, nel 1330 seguì in Guascogna Giacomo Colonna, vescovo di Lombez; poi, attraverso le Fiandre, andò in Germania. Nel 1337 andò a Roma, che suscitò nel suo animo una forte impressione; poi si diresse nell'Europa del nord, toccando l'Inghilterra. Da ultimo, tornò ad Avignone, e di là si spinse a Valchiusa, alle sorgenti del Sorga. In questo luogo ameno visse per lungo tempo, circa quindici anni, interrotti da qualche viaggio e da qualche incarico, dedicandosi soprattutto agli studi e alla creazione poetica. Era assistito da due contadini e da alcuni servi, e vide crescere, insieme con le sue opere, il figlio Giovanni, che aveva avuto nel 1337 da una donna che ci è rimasta sconosciuta (un'altra figlia, Francesca, nacque nel 1343, ma anche di lei non conosciamo la madre).

A Valchiusa cominciò la "vita nuova" del poeta. Disgustato dal chiasso delle grandi città, dalla volgarità della vita, dalla corruzione del mondo, dalla mediocrità degli uomini comuni, Petrarca, incantato dal fascino e dal silenzio di quel luogo, poté finalmente realizzare la propria missione di poeta e di umanista. A Valchiusa, in effetti, videro la luce o furono concepite molte delle sue opere: l'Africa, il Bucolicum carmen, molte delle sue Epystole e delle sue lettere in prosa, il De viris illustribus, il De vita solitaria, il De otio religioso, gran parte delle Rime.

Nel 1340 gli venne da Roma e da Parigi l'offerta della corona di poeta. Scelse Roma, naturalmente, in nome di un'imperitura grandezza di cui si sentiva interprete, custode e continuatore. Fu incoronato in Campidoglio in occasione della Pasqua 1341. Nel '42 era di nuovo in Avignone, dove fu testimone, probabilmente, del ritiro del fratello Gherardo nella certosa di Montrieux. Certamente la conversione del fratello, antico compagno di bagordi, provocò una qualche crisi di coscienza nell'animo di Francesco, desideroso eppure incapace di liberarsi dai lacci del peccato. "Mio fratello è volato via", scrive Petrarca, "ma io… ancora ricoperto dal vischio di una pessima consuetudine, non posso spiegare le ali, e dove fui avvinto ivi sciolto rimango".

Nel 1347, sedotto dal sogno di Cola di Rienzo di riportare Roma all'antico splendore repubblicano, si mise in marcia alla volta della città eterna. Ma, durante il viaggio, gli giunse notizia che il tentativo di Cola era fallito; riprese allora le sue peregrinazioni, dirigendosi prima a Parma, poi a Verona. Qui apprese della morte di Laura, di cui già abbiamo riferito. Nel 1348 lasciò nuovamente la Provenza, ove infieriva la pestilenza, quella che fu descritta con accenti drammatici da Boccaccio nel Decamerone. Oltre a Laura, molti dei suoi amici erano scomparsi: Giovanni Colonna, Sennuccio del Bene, Franceschino degli Albizzi… Il pensiero della morte si affacciava sempre più spesso nell'animo suo. Era tempo di riscattare una giovinezza spesso dissipata e di pensare alla salvezza dell'anima. È di questo periodo il Secretum, un'opera impregnata di spiriti agostiniani, dolente confessione dei molti errori che avevano costellato la sua vita e, al tempo stesso, orgogliosa rivendicazione della libertà di coscienza proprie dell'intellettuale e dell'artista.

Dopo una nuova visita a Roma in cerca "di Colui che sperava poi vedere in Cielo", sulla via del ritorno si fermò a Firenze, la patria che non aveva mai conosciuto, dove incontrò Giovanni Boccaccio. "Era un grigio tramonto d'ottobre", scrive con una punta di commozione uno studioso di Petrarca, Enrico Carrara, "ma da quell'incontro dei due grandi poeti pare si diffonda una luce d'aurora: è l'aurora della nostra letteratura, intesa come cooperazione degli spiriti italiani nella creazione della lingua nuova e già esperta". Nel 1353, ancora, fu a Milano presso i Visconti, a Padova presso i Carraresi, poi a Venezia. Poi di nuovo a Padova, e di lì ad Arquà, che sarà l'ultima dimora della sua vita. Gli antichi conflitti, ormai, erano venuti meno. Nel 1373 scriveva al fratello: "Qui, sebbene infermo, vivo con l'animo tranquillo, senza agitazioni né errori né preoccupazioni, sempre leggendo e scrivendo, e lodando Dio". Morì il 19 luglio 1374.

Di lui ci rimangono, oltre al Canzoniere, una delle più alte creazioni dello spirito umano, i Trionfi, un poemetto in terzine di endecasillabi che porta a compimento la storia di Laura, innestandola e coinvolgendola nella storia perenne dell'umanità. Un'opera di alta perfezione formale, nella quale l'autore amplia il proprio orizzonte, senza riuscire a raggiungere per altro, se non episodicamente, quell'intensità emotiva e poetica che caratterizza la raccolta precedente. E ci rimangono altresì numerosi componimenti latini che potremmo definire di filosofia morale, che riprendono la lezione degli antichi e aprono la via ai grandi umanisti e moralisti che verranno: pensiamo a Montaigne, a Erasmo, allo stesso Machiavelli. Ci rimane infine l'Africa, un poema in esametri latini che in qualche modo si richiama all'Eneide di Virgilio, da cui Petrarca si aspettava la maggior gloria e che invece è quasi dimenticata. L'opera, che ha per soggetto la seconda guerra punica e per eroe Scipione l'Africano, a giudizio dei critici, rivela l'origine fondamentalmente letteraria dell'ispirazione. Il tono generale è freddo, ma di tanto in tanto l'autore attinge la vera poesia come nell'episodio dell'amore di Sofonisba e Massinissa o come nell'altro della morte di Magone, in cui questi piange sulla caducità delle cose umane e dove serpeggia un desolato senso della fugacità del tempo.

Sarebbe auspicabile che il settimo centenario della nascita di questo sommo poeta fosse l'occasione non solo per un ripensamento e per un approfondimento critico di tutta l'opera sua - il che sta già avvenendo un po' ovunque, giacché, è utile rilevarlo, Petrarca è l'autore italiano più letto e studiato nel mondo -, ma per la riproposizione al pubblico dei lettori di testi che, pur essendo autentici capolavori, hanno avuto finora una circolazione limitata. Pensiamo soprattutto, ma non solo, al Secretum, l'opera nella quale Petrarca tentò l'esame più approfondito della sua anima, degna di stare accanto ad altre smaglianti creazioni letterarie (e filosofiche), come le Epistole a Lucilio di Seneca, le Tusculane di Cicerone, le Confessioni di Agostino, i Saggi di Montaigne, le Confessioni di Rousseau.

Ma ancor più sembra opportuno e doveroso leggere e rileggere il Canzoniere, un insuperato diario d'amore, di malinconia, di speranza, di rimorso, di rimpianto. Un intreccio fatto di nulla, tutto interiore: uno sguardo benevolo della donna amata, un sorriso, un'immagine che si dissolve, null'altro. Ma su questi frammenti di vita Petrarca costruisce la storia infinita di un'anima e crea uno dei tipi eterni di sentimento e uno degli stili più personali della poesia di ogni tempo.

Paolo Pinto





Ai tempi del

Petrarca




Da Arezzo a Bologna, da Roma a Ferrara, a Venezia, a Padova. I viaggi senza requie del girovago Francesco, fino alla sua morte ad Arquà

Aveva quarantasei anni quando mise per la prima volta piede a Firenze. Correva l'anno 1350 e Francesco Petrarca era già da tempo un poeta famoso, celebrato e amato. Nove anni prima era stato incoronato in Campidoglio. Due anni prima la peste che aveva sconvolto l'Europa si era portata via Laura, la sua musa ispiratrice: in quel momento il poeta si trovava a Padova, che era al culmine del suo splendore, e che fu soltanto sfiorata dall'epidemia.

Era un girovago, Petrarca. Come accade spesso a chi nasce in esilio e - per circostanze indipendenti dalla propria volontà - è costretto a vivere a lungo lontano dalla propria patria. Che, nel suo caso, era Firenze, ma solo perché era la città di cui suo padre, messer Petracco, continuava a parlargli, con accorata nostalgia. Lui, Francesco, nacque ad Arezzo; si trasferì poi con la famiglia a Incisa Val d'Arno (che era il paese d'origine paterna) e - dopo un breve soggiorno a Pisa (che gli provocò le prime pulsioni di amore per l'arte) - andò a vivere ad Avignone, dove si era trasferita la corte pontificia.

Gli studi universitari lo portarono poi a Bologna, che era allora la sede del più importante ateneo italiano. Due cifre raccontano l'atmosfera cosmopolita che si respirava in quella città: gli abitanti di Bologna erano circa 50mila; gli studenti 10mila. L'unico paragone possibile - nell'Italia di oggi - può essere fatto con Perugia, sede dell'Università per stranieri: una piccola città cosmopolita, con uno spirito giovane e spregiudicato. Ma neppure questo raffronto è veritiero, se si pensa che, settecento anni fa, gli studenti erano organizzati in corporazioni dalle quali il corpo accademico dipendeva. Ogni professore doveva prestare giuramento davanti ad esse. L'amministrazione era nelle mani degli studenti, che stipendiavano gli insegnanti, li multavano o - addirittura - li licenziavano quando non erano soddisfatti delle lezioni. Altroché '68 e contestazione! A Bologna si respirava un'atmosfera laica e liberale. Lì Petrarca - deludendo le aspirazioni del padre che l'aveva indirizzato agli studi giuridici, nella speranza di trasmettergli il sigillo notarile, s'infatuò di letteratura.

Rientrato ad Avignone dopo la morte del padre, Francesco mise a frutto la sua cultura umanistica prendendo gli ordini minori sacerdotali e diventando un protagonista dei "salotti" che prosperavano intorno alla corte pontificia.

Quando visitò per la prima volta Roma - nel 1336 (aveva 32 anni) - si lasciò andare a considerazioni analoghe a quelle che avrebbe fatto, tre secoli e mezzo più tardi, Wolfgang Goethe. La città lo impressionò per la grandezza del suo passato e la miseria del suo presente. Le pecore pascolavano nei Fori, il Colosseo era già stato smozzicato dalle famiglie nobili che ne ricavavano i marmi (e perfino il ferro) per le proprie dimore. Trent'anni di assenza del papa avevano messo in ginocchio la città. Mancavano gli affari, le indulgenze e i turisti. Roma era ridotta a un borgo provinciale, sia pure con le vestigia di una storia millenaria. Petrarca sarebbe tornato nella Città Eterna nel 1341 per essere incoronato poeta. La cerimonia fu celebrata l'8 aprile in Campidoglio. Dodici giovani patrizi in abito scarlatto e sei rappresentanti delle più illustri famiglie, vestiti di verde e portando ghirlande di fiori, accompagnavano il corteo, racconta Edward Gibbon (nella Storia della decadenza e caduta dell'Impero Romano). «Circondato da principi e da nobili, il senatore conte dell'Anguillara, parente dei Colonna, salì sul suo seggio e, all'invito di un araldo, il Petrarca si alzò. Dopo aver pronunciato un'orazione su un testo di Virgilio e aver ripetuto per tre volte i suoi voti per la prosperità di Roma, egli s'inginocchiò davanti al seggio e ricevette dal senatore conte dell'Anguillara una corona d'alloro, con una ancor più preziosa dichiarazione: "Questa è la ricompensa del merito". Il popolo gridò: "Viva il Campidoglio e il poeta!"».

Dopo Roma, Petrarca peregrinò fra Napoli, Bologna, Parma, Verona, Milano, Mantova, Ferrara, Venezia. Tutte queste città erano ancora lontane dallo splendore rinascimentale. Ma nelle corti si viveva già in modo confortevole. Non altrettanto accadeva fuori delle mura dei palazzi nobiliari, dove regnava la più assoluta miseria, e dove le condizioni igieniche erano tali da provocare, o diffondere, le epidemie. Come quella di peste del 1348, alla quale scampò Petrarca, rifugiatosi alla corte di Padova. La raccontò, il poeta, in una lettera del 1364 a Giovanni Boccaccio: «Anno di pianto per noi fu il 1348, ed ora conosciamo che al nostro pianto fu quello il principio, né mai d'allora in poi esser cessata questa straordinaria e, da che mondo è mondo, inaudita violenza di morbo, che a modo di ferocissimo battagliere, a dritta e a manca senza intermissione colpisce ed uccide». La peste provocò 20 milioni di morti in Europa, un terzo della popolazione di allora.

Due anni dopo quella sciagura epocale, Petrarca mise per la prima volta piede a Firenze, la sua patria: era una città cupa e triste, molto lontana dalla capitale artistica dei tempi di Lorenzo il Magnifico. Era un paesone di quasi centomila abitanti, con vicoli stretti e bui, nei quali era suicida avventurarsi di notte (e anche di giorno). Le strade erano sporche e maleodoranti (non esistevano gabinetti né pubblici né privati). I ricchi mangiavano carne e i poveri s'adattavano con il pesce, che era allora un alimento di scarso pregio e bassissimo costo. Ma, spesso, non mangiavano proprio. Petrarca non se ne innamorò più di tanto e, infatti, continuò a viaggiare, senza sosta. Fino a che non trovò un rifugio ad Arquà, un paesino nei Colli Euganei dove fissò dimora negli ultimi anni di vita. I paesani hanno dimostrato la loro riconoscenza al poeta aggiungendo il suo cognome al nome del paese, che oggi si chiama Arquà Petrarca.

Guglielmo Sanvito





L'anno del

Petrarca




Mostre, restauri, concerti: tutto per render omaggio all'immenso Poeta

Arquà Petrarca, vicino Padova. È il 18 novembre 2003: una gru solleva il coperchio della tomba in cui riposano i resti mortali di Francesco Petrarca e un'équipe di periti, coordinata dal professor Vito Terribile Wiel Marin, inizia l'esame sul contenuto dell'arca sepolcrale in cui il poeta venne riposto nel 1380, sei anni dopo la morte, avvenuta nella cittadina dei colli Euganei in cui trovò rifugio negli ultimi anni.

L'obiettivo della ricognizione è duplice: verificare lo stato di conservazione delle ossa e ridare un volto fisico al poeta, che una precedente ispezione del 1873 aveva ridotto in frammenti. Sarà così possibile, con l'aiuto di particolari programmi informatici, giungere alla ricostruzione tridimensionale del viso.

La pace di Petrarca all'interno della sua tomba è stata spesso violata: la sua fama universale ha attratto una attenzione quasi feticistica, sollecitando persino un furto, compiuto da un frate nel maggio 1630. Mentre l'ultima traslazione, imposta dal pericolo di bombardamenti, risale al 1943, quando le ossa vennero nascoste nelle segrete di Palazzo Ducale, a Venezia, per tornare ad Arquà a guerra conclusa.

Questo intervento è stata solo la prima delle iniziative promosse in occasione del settimo centenario. Perché la memoria del poeta aleggia sull'intero, antico abitato di Arquà, immerso nel verde popolato da giuggioli del Parco Regionale dei Colli Euganei. E per dar conforto a questo nobilissimo spirito si prevede anche il restauro dell'Oratorio della Santissima Trinità, della Loggia dei Vicari e della Torre Campanaria, contigui alla Casa del Poeta, sempre ad Arquà Petrarca. La stessa Casa è stata riallestita ospitando, oltre allo studiolo e alle altre testimonianze, anche sezioni informative e documentarie sulla vita e sulle opere di Petrarca.

Ridotto nel tempo a solo perimetro murario esterno, l'edificio della Loggia dei Vicari avrà, al termine degli interventi, un tetto di vetro e rame: verrà così raggiunto l'obiettivo di restituire la Loggia alla sua funzione primaria e nel contempo avere una struttura altamente tecnologica e compatibile con i luoghi. La Loggia, di origine medioevale, assume il nome dall'utilizzo originario quale sede di assemblea degli addetti alle funzioni civili della comunità di Arquà. In periodo veneziano, qui si riunivano i capifamiglia con il Vicario.

Ma, come dicevamo, l'intervento di restauro coinvolge anche il contiguo Oratorio della Santissima Trinità, il cui impianto attuale è medievale ed è a navata unica, con tetto a capanna, abside quadrangolare e piccola torre campanaria merlata. Interventi per il recupero delle forme originarie, sono stati effettuati a più riprese anche nel Novecento, ma quest'ultimo vuole risultare il meno invasivo possibile, nella nuova logica di recupero del patrimonio artistico legato al Petrarca.

Concludiamo con la "piccola casa, decorosa e nobile" (così il Maestro descrive il suo "dolce rifugio"): il nuovo allestimento - che ha segnato l'avvio del programma di celebrazioni che la Città di Padova e la Regione Veneto hanno programmato - vuole offrire maggiori informazioni e spunti di riflessione sulla vita e sulle opere del poeta, basandosi sulla suggestione del luogo e sulle testimonianze della quotidianità di vita del Petrarca che la Casa conserva integre da secoli.

La Casa fu forse donata al Petrarca da Francesco I da Carrara, signore di Padova e amico del poeta. Il Petrarca decise di restaurarla adeguandola alle proprie esigenze: fece unire i due corpi di fabbrica preesistenti che la costituivano e adibì ad abitazione per sé e la sua famiglia il piano sopraelevato dell'edificio, mentre riservò alla servitù e ai servizi l'edificio a destra, dove si trovava anche l'ingresso principale. Sul davanti c'era il giardino che Petrarca curava personalmente.

La Casa fu meta di pellegrinaggio sentimentale e letterario sin dai primi anni dopo la morte del poeta - l'ultimo proprietario privato, il cardinale Pietro Silvestri, nel 1875 la lasciò in eredità al Comune di Padova, che ne entrò ufficialmente in possesso il 6 febbraio 1876 - e trasformata ben presto in "museo", dove anche il visitatore di oggi, come quelli del passato potrà ripercorrerne la storia ammirando gli splendidi affreschi cinquecenteschi ispirati alle opere del Petrarca. Al primo piano trova nuova collocazione una scelta di disegni, incisioni e oggetti legati alla dimora e al suo mito. Al piano terra vi è invece una mostra fotografica che ricorda le tappe cruciali della vita di Francesco Petrarca e ne ripercorre gli itinerari e i soggiorni in Veneto.

Ancora nell'ambito del settimo centenario della nascita, è stata allestita una grande mostra. Nella città veneta egli visse quasi ininterrottamente tra il 1368 al 1374 (anno della morte), ospite di Francesco il Vecchio da Carrara, per il quale svolse anche incarichi pubblici. In questi anni Padova andava assumendo un ruolo prestigioso di grande centro culturale e polo di attrazione per gli intellettuali e gli studiosi dell'epoca e la casa di Petrarca divenne meta di amici e visitatori illustri, come ad esempio Giovanni Boccaccio.

La cura della rassegna Petrarca e il suo tempo (dall'8 maggio al 31 luglio 2004), allestita nelle sale dei Musei Civici agli Eremitani, è stata affidata a un comitato scientifico composto da studiosi di fama internazionale, che approfondiranno gli aspetti più interessanti dell'opera, della cultura e della personalità del grande poeta. Nella mostra, articolata in diverse sezioni - i Carraresi e l'ambiente padovano; la cultura al tempo del Petrarca; la tradizione manoscritta da Padova all'Europa e il ruolo degli studenti tedeschi all'Università; la tradizione iconografica dei Trionfi; fortuna nella pittura, nella stampa e nella bronzistica in Italia e Oltralpe fino al Seicento; petrarchismo e petrarchisti - sono esposte circa 170 opere. Tra queste, codici provenienti da prestigiose istituzioni, quali la Biblioteca Nazionale di Parigi, la Biblioteca Apostolica Vaticana, la Marciana di Venezia, il Victoria & Albert Museum di Londra. Alcuni codici hanno aspetto preziosissimo, illustrati e miniati in modo meraviglioso; altri sono da osservare più da vicino, per scorgervi la mano dell'autore stesso, o di chi gli fu collaboratore, o allievo, o di qualcuno che, già in epoca a lui molto prossima, contribuì a diffonderne la fama.

Presente anche il manoscritto Vat. lat. 3196, che uscirà eccezionalmente dalla Biblioteca Apostolica Vaticana: è il codice forse più prezioso della lirica italiana, perché contiene 20 carte scritte dalla mano del Petrarca dal 1336 alla sua morte. Raccoglie alcuni dei fogli che il poeta utilizzava per i suoi primi abbozzi, per le prime correzioni, sino a quando non trasferiva i suoi componimenti su altro supporto. Un impoortante spazio sarà riservato ai Trionfi, illustrati da opere provenienti dall'Albertina di Vienna e dagli Uffizi di Firenze.

L'esposizione sarà l'occasione per richiamare un momento particolarmente significativo della storia e della cultura padovana, documentato altrsì da una ricca produzione di studi; mentre i numerosi concerti, gli incontri, le letture e i convegni programmati durante i tre mesi della mostra, aiuteranno il pubblico a conoscere meglio l'opera del Petrarca e quanto egli influì nel suo tempo e quanto influenzi ancora i nostri giorni.

Claudia Colombera