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Approfondimenti


Il regno di Sicilia




I Normanni avviarono la conquista della Sicilia nel 1060 e la completarono nel 1091. Popolo scandinavo di guerrieri e navigatori, a partire dal IX secolo avevano assediato Costantinopoli, attaccato Parigi, conquistato la Groenlandia, costituito i regni di Kiev e Novgorod nell'Europa Orientale, si erano stabiliti in Inghilterra dopo la battaglia di Hastings del 1066, e probabilmente si erano spinti fino nell'America del Nord, con molti secoli di anticipo su Cristoforo Colombo. I conquistatori della Sicilia furono Roberto il Guiscardo e Ruggero d'Altavilla. Ruggero dimostrò grandi capacità di governo e di equilibrio: fu tollerante con le tradizioni (greche, latine e arabe) che coesistevano in Sicilia. Il primo re di Sicilia fu il suo secondogenito Ruggero II (dopo un periodo di reggenza della madre, Adelaide del Monferrato) che, alla morte senza eredi del cugino Guglielmo, duca di Puglia (nel 1127), aveva dato inizio ad una campagna di espansione nel Mezzogiorno, per unificare tutti i domini normanni d'Italia. Dopo aver affermato il proprio potere su Napoli, Bari, Capua e molte altre località, ebbe il titolo di re di Sicilia e degli Stati principeschi di Puglia, Calabria e Capua, e fu incoronato a Palermo, il 25 dicembre 1130. Ruggero II fece del regno di Sicilia uno degli Stati più potenti e meglio ordinati d'Europa. Dette un'organizzazione moderna al suo Stato, accentrando il potere, istituendo il catasto, creando una forte burocrazia e un sistema fiscale efficiente, proseguendo sulla via della tolleranza religiosa e garantendo allo stesso tempo una sostanziale autonomia dello Stato dalla Chiesa. Favorì anche l'abbellimento di Palermo, con la costruzione del Palazzo dei Normanni. Sotto di lui la Sicilia divenne uno Stato e Palermo una capitale.


Federico II e gli Svevi




I Normanni governarono la Sicilia per oltre un secolo (fino al 1189); molto meno durò il dominio degli Svevi, che lasciarono però un segno indelebile con il regno di Federico II, che i contemporanei definirono stupor mundi (stupore del mondo). L'ultimo re normanno, Guglielmo il Buono - che non lasciò eredi - favorì il passaggio del potere agli Svevi, autorizzando sua zia, Costanza d'Altavilla, a sposare il giovane rampollo dell'imperatore Federico Barbarossa, Enrico, uomo crudelissimo. Per fortuna dei sudditi, il suo regno durò poco. Quando morì, nel 1197, il figlio Federico aveva appena tre anni: ne trascorsero altri tredici prima che il ragazzo prendesse in mano le redini dello Stato. Di fatto, regnò quarant'anni, fino al 1250 e - per la Sicilia - furono anni straordinari. Federico sovrastava tutti gli altri sovrani dell'epoca: per temperamento, per cultura, per potere. Nel 1214 riconquistò la Germania, facendosi incoronare imperatore. Scomunicato da Gregorio IX, guidò ugualmente la Crociata (la sesta) per la riconquista di Gerusalemme, che occupò pacificamente proclamandosene re. La scomunica contro di lui fu ribadita da Innocenzo IV. Federico sconfisse a più riprese gli eserciti papali e fu il capo indiscusso del partito ghibellino. Dominatore dell'intero continente continuò a considerarsi in primo luogo re di Sicilia, e la sua capitale rimase sempre Palermo, che visse la sua età dell'oro. Sotto di lui - come riconobbe lo stesso Dante Alighieri - nacque anche la lingua italiana, in un cenacolo di letterati e poeti fra i quali emersero Jacopo da Lentini, Ciullo d'Alcamo e Pier delle Vigne.


Martino IV




Il prezzo, salatissimo, della rivolta antifrancese fu, per tutto il popolo siciliano, la scomunica. La decisione era assolutamente prevedibile. Il papa, Martino IV, era francese (si chiamava Simone de Brion), ed era stato eletto un anno prima su esplicita richiesta di Carlo d'Angiò, al termine di un conclave durato un'eternità a causa dei contrasti interni. Il nuovo pontefice aveva capeggiato negli ultimi anni il partito francese nel Sacro Collegio, e si sapeva che era in stretti rapporti con Carlo. Martino promulgò la Bolla di interdetto contro i siciliani il 7 maggio 1282, giorno dell'Ascensione. Soltanto negli ultimi mesi di vita il papa riconquistò un minimo di autonomia nelle proprie scelte e di dignità nella difesa delle prerogative papali. Questo avvenne dopo la morte di Carlo d'Angiò. Martino IV ebbe poco tempo per ravvedersi: morì tre mesi dopo il suo protettore.



Gli Angioini




I dodici anni - dal 1270 al 1282 - del dominio angioino in Sicilia «sono da annoverare tra i più tormentosi della storia dell'isola, che vide spostarsi il centro del regno nel continente con il trasferimento della capitale da Palermo a Napoli», ha scritto uno studioso di storia siciliana, Santi Correnti. Dopo aver sconfitto Manfredi e Corradino, Carlo d'Angiò si trasferì a Napoli «havendo eletto dimorare e far la residenza in questa città, sì per giovare alle cose del Pontefice e di Guelfi come per la commodità degli avvisi di Francia, stando qui più prossimo che in Palermo ove gl'altri re era stato solito residere». La ricostruzione di quanto accadde nella seconda metà del Duecento è di uno storico napoletano del XVII secolo, Giovanni Antonio Summonte (Dell'historia della città e regno di Napoli). Soltanto l'appoggio del papato impedì che gli Angiò fossero travolti dai Vespri Siciliani. I dominatori francesi fecero pagare alla Sicilia la fedeltà alla casa sveva con ogni sorta di angherie. Quando morì Carlo, il suo erede Carlo II (lo Zoppo) era prigioniero degli aragonesi che occupavano la Calabria, una parte della Basilicata e le isole del golfo di Napoli. Con la pace di Caltabellotta il re angioino mantenne formalmente tutto il suo regno, anche se la Sicilia - a titolo vitalizio - rimase a Federico II d'Aragona.


Tutte le date




1072 - Palermo diventa la capitale del regno dei Normanni. Il sovrano è Ruggero d'Altavilla.
1101 - Muore Ruggero.
1112 - Sale sul trono Ruggero II.
1130 - Ruggero II si fa incoronare re di Sicilia. 1154 - Muore Ruggero II. Gli succede sul trono il figlio Guglielmo I (il Malo).
1166 - Alla morte di Guglielmo I diventa re suo figlio Guglielmo II (il Buono).
1186 - Guglielmo II autorizza le nozze della zia Costanza d'Altavilla con Enrico VI di Svevia, figlio di Federico Barbarossa.
1190 - Tancredi di Lecce viene eletto re di Sicilia.
1194 - A Tancredi succede il figlio Guglielmo III. Ma pochi mesi dopo Enrico VI conquista la Sicilia.
1197 - Muore Enrico. Diventa re Federico II che ha appena tre anni. La reggenza viene assunta dalla madre Costanza d'Altavilla.
1210 (circa) - Nasce Giovanni da Procida.
1250 - Alla morte di Federico, gli succede il figlio Corrado IV.
1266 - Carlo I d'Angiò sconfigge Manfredi a Benevento e si fa incoronare re di Sicilia.
1268 - Carlo d'Angiò sconfigge a Tagliacozzo Corradino di Svevia.
1282 - Il 30 marzo esplode la rivolta dei Vespri siciliani, che segnerà la fine del regno angioino in Sicilia.
1283 - Il 1° giugno (non) si svolge il duello fra Carlo d'Angiò e Pietro d'Aragona per il trono di Sicilia.
1285 - Muoiono Carlo d'Angiò, il papa Martino IV e Pietro III d'Aragona.
1298 - Muore a Roma Giovanni da Procida.
1302 - Viene firmata la pace di Caltabellotta, che assegna il regno di Trinacria agli Aragonesi con l'impegno che l'isola torni agli Angioini alla morte di Federico II.
1372 - Fine della Guerra dei novant'anni, con la firma del trattato di Avignone (20 agosto)


Carlo I




«Uom robusto, grande, dal volto nasuto, olivastro, spirante fierezza, non composto mai a sorriso, sobrio, vigilante». Così era Carlo d'Angiò nella descrizione fisica che ne fece Michele Amari ne La guerra del Vespro siciliano. Era uomo d'azione («Solea dir che i dormigliosi ne perdon tanto di vita»), e di straordinario temperamento: «Fortissimo e costante, anzi caparbio, nel volere; audacissimo all'eseguire; non riguardante a giustizia nelle cose politiche, e manco nelle civili e private; non mitigato dal più fugace sentimento d'umanità; per temperanza religiosa o abitudine e disposizione del corpo, non isvagato da amori; brusco nel tratto; avaro, rapace, durissimo al rendere». Intendeva la religione a modo suo: «Riverire il sacerdozio quando non gli contrastasse ambizione; donare a monisteri; erger chiese; e credere che si serve a Dio con ciò solo calpestando il vangelo nei sublimi precetti della carità». Carlo fu l'uomo che liquidò il partito ghibellino in Italia, prima sconfiggendo (nel 1266) Manfredi a Benevento, e poi Corradino a Tagliacozzo (1268). Per vent'anni Carlo dominò la scena del Mediterraneo. «Aveva dimostrato», scrive lo storico Steven Runciman, «di essere uno dei più grandi statisti del suo tempo e s'era creduto che avrebbe edificato un impero vasto e destinato a durare. Ma quando la morte lo colse, era ormai un uomo fallito». Prima di morire, rivolgendosi a Dio disse: «Ho conquistato il regno di Sicilia per il bene della santa Chiesa, e non per trarne io profitto o lucro. Così tu vorrai perdonare i miei peccati».


I Vespri suonò




Dicono i versi dell'Inno di Mameli: «Il suon d'ogni squilla / I Vespri suonò». Il suono delle campane che chiamarono i palermitani all'insurrezione contro i francesi di Carlo d'Angiò. Otto anni dopo l'Inno e quasi seicento dopo la rivolta, Giuseppe Verdi compose - sul libretto di Charles Duveyrier e di Eugène Scribe - Les Vêpres Siciliennes, opera in cinque atti che fu rappresentata per la prima volta all'Opéra di Parigi il 13 giugno 1855. È singolare che Verdi - impegnato da parecchi anni nel firmare drammi di ispirazione patriottica (I lombardi alla prima crociata sono del 1843; La battaglia di Legnano del 1849) abbia musicato un libretto francese su un soggetto che rievocava una guerra combattuta nell'Italia medioevale contro i francesi. Ed è ancor più singolare il fatto che i Vespri funzionarono (come scrisse Giovanni Spadolini in un saggio dedicato a Gli uomini che fecero l'Italia) «da collante fra Napoleone III e il Piemonte, pure con l'ispirazione antifrancese che percorreva il libretto e nutriva l'intera vicenda».

La critica, in Francia, non fu benevola con il compositore, mentre il pubblico ne fu entusiasta. Verdi fu invitato a stabilirsi a Parigi, ma lui preferì restare in Italia. Pochi mesi dopo I Vespri furono rappresentati anche in Italia, al Teatro Ducale di Parma, e poi alla Scala di Milano. La traduzione italiana fu curata da Arnaldo Fusinato (quello della poesia dedicata all'assedio di Venezia del 1849: «Il morbo infuria, / il pan ci manca, / sul ponte sventola bandiera bianca»). I maggiori critici musicali concordano nel ritenere che I Vespri siciliani non possano essere annoverati fra le opere migliori di Giuseppe Verdi. L'intreccio sentimentale non riesce mai ad amalgamarsi completamente con la vicenda storica. Arrigo, figlio del tiranno francese Guido da Monforte, simpatizza per i patrioti congiurati. Ama la duchessa Elena d'Austria (che sostiene anche lei i siciliani e Giovanni da Procida) e vorrebbe sposarla, ma Elena è incerta, temendo per la sorte di lui. È lo stesso tiranno a unire i due in matrimonio, provocando (non si capisce bene come e perché) la sommossa. Alcune scene e alcune arie sono comunque di grande potenza drammaturgica e sentimentale. L'impeto di alcune melodie è trascinante, come nella migliore produzione verdiana.

Un musicologo autorevole, Giulio Confalonieri, definì "anacronistico" il tentativo compiuto da Verdi di accettare un incarico di tale impegno dai francesi (impresario e librettista): «Immaginate voi Wagner che accetti di scrivere il Tristano in francese; Glinka di dare in Italia, per la prima volta, La vita per lo zar; Bizet la Carmen in Inghilterra? A voler essere cattivi, si potrebbe concludere che il patriottismo di Verdi si dimostrò incapace di redimere gli italiani (e gli Italiani del Risorgimento, non già gli italiani senza patria, o gli italiani superiori a ogni patria del Seicento e Settecento) dal servaggio di fornire al mondo, dietro comando, la musica per le sue feste». Con il risultato di «accontentare il nuovo pubblico», compiendo «un lavoro estremamente caduco».

Un giudizio molto severo, al quale si possono affiancare legittime critiche al libretto, che presenta Giovanni da Procida come un intrigante, i siciliani come gente codarda e feroce. Lo stesso Verdi non nascose il proprio rammarico per il cumulo di sciocchezze messo insieme da Scribe.


Giuseppe Verdi




Nel 1848 Giuseppe Mazzini ricevette la partitura e i versi di un inno intitolato Suona la tromba: musica di Giuseppe Verdi, parole di Goffredo Mameli. Un binomio eccezionale. Il compositore era convinto che quel brano potesse diventare la Marsigliese degli italiani. Non andò così: i patrioti italiani scelsero un altro inno scritto da Mameli e musicato da Michele Novaro. Verdi fu uno dei protagonisti del Risorgimento italiano. Scrisse Giovanni Spadolini: «Egli trasferisce nell'opera musicale l'idea dell'Italia come comunità di lingue e di cultura, che è di gran lunga precedente alla costituzione unitaria e allo stesso Risorgimento». Il coro del Nabucco fu cantato dagli italiani con un sottinteso patriottico, anche se l'azione si svolge fra Babilonia e Gerusalemme, terre e storie lontanissime. Quando qualcuno si accorse che Verdi era l'acronimo di "Vittorio Emanuele re d'Italia", il grido di Viva Verdi riecheggiò nelle platee di molti teatri e poi nelle strade di tutta la Penisola. Verdi morì nel 1901. C'era tutta Milano quando la sua salma fu traslata nella cripta della Casa di Riposo per i musicisti da lui creata. Fu intonato il Va pensiero. Il direttore d'orchestra era un giovane maestro: Arturo Toscanini.


Palermo capitale




Palermo raggiunse nel XII secolo, sotto i Normanni, la cifra record di 250mila abitanti, che la poneva fra le più grandi metropoli del mondo. A quei tempi la densità di popolazione era una misura di benessere: l'urbanizzazione era guidata dalla possibilità di sopravvivenza che una città era in grado di offrire. Anche sotto gli Svevi, Palermo continuò ad essere un polo di attrazione per artigiani, contadini, pastori che cercavano migliori condizioni di vita. Le famiglie più importanti (nobili e proprietari terrieri) di Palermo e dell'intera Sicilia passarono senza apprezzabili mutamenti dal dominio normanno a quello svevo e a quello aragonese, intrattenendo sempre buoni rapporti con i nuovi principi, mantenendo intatti poteri, privilegi e prerogative. Soltanto con gli Angiò la situazione peggiorò drammaticamente, ma la sofferenza si protrasse per un periodo relativamente breve. «Conti e baroni disponevano non solo di rendite fondiarie», racconta lo storico Jean-Marie Martin, «ma anche di prerogative regie che ne facevano dei signori veri e propri nel senso occidentale del termine. Per amministrare queste entrate e questi diritti - ma anche per esibire la nobiltà del loro stile di vita - disponevano di una amministrazione». Si abituarono a subire le dominazioni straniere, e a convivere con esse. Per molti di loro non cambiò nulla neppure nel 1860, quando i Savoia si sostituirono ai Borbone. I piemontesi erano gente di fora regnu, stranieri. Come tutte le dinastie che si erano avvicendate sul trono nei secoli precedenti.


Gli Aragona




Durò centotrenta anni il dominio aragonese in Sicilia, dal 1282 al 1412 e non fu una conquista. Gli Aragona non fecero nulla: furono chiamati dai siciliani, che dopo aver cacciato gli Angiò, tentarono inutilmente di reggersi come una comunità di città libere sotto la guida del papato. Cinque mesi dopo i Vespri, chiamarono Pietro III d'Aragona, giudicandolo il legittimo erede del trono in quanto aveva sposato (venti anni prima) Costanza di Svevia, figlia di re Manfredi, l'uomo sconfitto da Carlo d'Angiò a Benevento. Fra i due sovrani che si disputavano il regno di Sicilia ci fu anche un duello, degno dell'opera dei Pupi, per come si svolse (o, meglio, non si svolse). Per porre fine alla guerra fra Napoli e la Sicilia (esplosa con i Vespri), Carlo d'Angiò propose a Pietro di ricorrere a un duello, da tenersi in terreno neutrale, a Bordeaux (feudo allora di Edoardo I d'Inghilterra). Fu fissato il giorno della tenzone - il 1° giugno 1283 - ma non l'ora. Pietro d'Aragona si presentò nel punto designato per lo scontro all'alba; non trovandovi il nemico, si proclamò vincitore. Tornò in Sicilia e accusò il suo avversario di viltà. Lo stesso fece Carlo d'Angiò, giunto sul terreno qualche ora dopo. Per quasi cent'anni si protrasse il conflitto con gli Angiò: e la stessa nobiltà siciliana e palermitana si divise costantemente fra i fautori degli Aragona e quelli degli Angiò. Sotto Federico III fu firmato il trattato di Caltabellotta che sembrava destinato a chiudere la guerra: in base a tale trattato, il titolo di re di Sicilia restava agli Angiò, mentre Federico otteneva, a titolo personale, quello di re di Trinacria e il possesso dell'isola. Ma alla sua morte (nel 1337) la restituzione non ci fu e la Sicilia rimase agli Aragona.


La leggenda di Angelina




Come tutte le storie che si rispettino, anche i Vespri hanno un loro angolo romantico. A Castiglione di Sicilia (nel catanese) si tramanda la leggenda di Angelina, figlia del castellano Ruggero di Lauria, la cui fama di bellezza aveva varcato i confini. Il Delfino di Francia decise di raggiungere la Sicilia per conoscerla, s'innamorò e le chiese di sposarlo. La guerra fra i due Paesi costrinse il Delfino a tornare in patria; egli promise però che sarebbe tornato e avrebbe acceso tre fuochi sul monte Rotondo per segnalare il proprio arrivo. Angelina raccomandava spesso alla propria ancella, Franca, di scrutare l'orizzonte per individuare il segnale: «Franca vigghia li tri fochi». E, finalmente, sei mesi dopo, Franca vide: avvertì la padrona che fuggì con l'amante. Il padre trovò un biglietto che diceva: «Se vuoi trovare tua figlia Angelina, vattene in Francia e la trovi regina». Il suo sposo - in segno di riconoscenza - fondò sull'altra sponda del fiume Alcantara il paese di Francavilla (che in siciliano si pronuncia Franciavigghia).


Lu ribellamentu




Orgogliosa - e gelosa - delle proprie tradizioni, della propria storia e della propria lingua, la Sicilia ha cantato spesso i Vespri. L'opera più celebre è Lu ribellamentu di Sichilia, lu quali hordinau et fichi fari messer Johanni da Prochida contra re Carlu (La ribellione di Sicilia, che fu ordinata e fatta fare dal signor Giovanni da Procida contro re Carlo). Nel 1880 Salvatore Salomone-Marino pubblicò un'opera in versi: Lu Vèspiru Sicilianu. Nel 1882 Antonino Palomes una Storia di lu Vèspiru Sicilianu cuntata di Lu Gruddu. Nei secoli si moltiplicarono anche le leggende legate a quell'episodio, come quella di Angelina, e come le tante altre coltivate nei singoli paesi che - a vario titolo - parteciparono alla sommossa. Ci sono molti detti che si rifanno ai Vespri. Per esempio: «Lu senti a Vespiri ca sona?» (Lo senti il Vespro che suona?), una domanda minacciosa del tipo: «Hai capito bene?». oppure: «E chi semu a lu tempu di li Francisi?» (Che siamo ai tempi dei Francesi?), per ribellarsi a un sopruso. O, ancora: «Cci haju lu malu gigghiu comu lu Francisi» (Ha il ciglio cattivo come il Francese), per esprimere odio nei confronti di qualcuno, giocando sul termine gigghiu, traducibile anche con giglio, che era lo stemma degli Angiò.


Singolare o plurale?




E' più corretta la dizione Vespri siciliani o quella al singolare? Giuseppe Verdi scelse la prima, Michele Amari la seconda (La guerra del Vespro siciliano). Amari - contemporaneo di Verdi - è universalmente ritenuto l'autore della storia più completa, e attendibile, di quell'evento storico. Uno studioso di oggi, Santi Correnti (autore di una importante Storia della Sicilia), giudica più esatto l'impiego del singolare (come Amari). «Non c'è dubbio che la dizione più comune sia quella al plurale; ma, come suole avvenire, non sempre l'espressione più comune è quella più corretta». E spiega: «La parola Vespri non appartiene al comune linguaggio italiano, ma è propria del linguaggio liturgico, ed indica la penultima delle ore canoniche, che vanno da mattutino a compieta. Per indicare quella parte del giorno in cui la luce vien meno, e incomincia la sera, i latini avevano il bellissimo vocabolo Vesper, adoperato al singolare; e con questo nome chiamavano pure la stella di Venere, che, come ognuno sa, è la prima ad accendersi nel cielo della sera». I siciliani usavano il singolare. Un antico canto dialettale dice, rivolto agli oppressori angioini: «Non lu sintiti ca a véspiru sona?» (Non lo sentite che il vespro suona?). La storia siciliana offre, tuttavia, un secondo Vespro: così fu chiamata infatti la rivoluzione antispagnola che avvenne due secoli e mezzo più tardi, nel 1516, contro il viceré Ugo Moncada. Santi Correnti conclude la sua analisi sostenendo che è lecito parlare di Vespri siciliani «soltanto se si allude congiuntamente alle due grandi rivoluzioni isolane del 1282 e del 1516».