| Ci sarà pure una ragione se, nella
prima strofa dell'Inno degli Italiani, Goffredo Mameli vedeva come
simbolo del risveglio nazionale l'elmo di Scipio. Un percorso a
ritroso di duemila anni per trovare il campione assoluto
dell'indipendenza nazionale. «Per il fatto che egli fu l'uomo più
illustre fra quasi tutti quelli che vissero prima di lui», scrisse
di Scipione lo storico greco Polibio, suo contemporaneo, «tutti
cercano di sapere chi egli fu e da quali particolari doti naturali
egli mosse per compiere tali e tante imprese». Per lui fu coniato
un detto che pochi altri uomini illustri hanno meritato nel corso
della storia: «Tanto nomini nullum par elogium» (per un tale nome
nessun elogio è pari alla grandezza).
Scipione,
ha scritto uno storico moderno, Basil Liddel Hart, «parve riunire
nella sua formazione gli aspetti migliori del mondo greco e del
mondo romano, così che lo spirito severo e ristretto dei primi
secoli della repubblica si raffinò in lui senza peraltro perdere la
sua virilità». I romani erano convinti che fosse di discendenza
divina, e lui incoraggiava questa interpretazione. Gustav Faber,
storico e biografo di Annibale, racconta che «quando Scipione
presentava alle truppe un piano di guerra - e questo di solito
avveniva solo poco prima della sua attuazione - non parlava del
duro lavoro concettuale che l'aveva preceduto, bensì di ispirazione
divina, ma è impossibile stabilire con certezza se vi credesse
veramente oppure se utilizzasse l'accenno al trascendente come
strumento di persuasione». Persino John Milton, nel Paradiso
Perduto (Libro IX, 642-645), dedicò quattro versi alla "divinità"
dell'Eroe: «Si tenne che l'Ammonio Giove / Ed il Capitolino un dì
s'ascose, / Per Olimpiade l'un, l'altro per lei / Che in Scipio
partorì di Roma il vanto». Le leggende antiche dicevano che Giove
Ammonio si trasformò in serpente per unirsi ad Olimpia, madre di
Alessandro il Grande; Giove Capitolino, sotto forma di serpente,
concepì anche Scipione l'Africano, vanto di Roma. E Dante
Alighieri, nel Paradiso (Canto XXVII, 61-62), evoca «l'alta
provedenza che con Scipio / difese a Roma la gloria del mondo»
.
Tito Livio (Storia di Roma) sostiene
che «Scipione fu ammirevole non solo per reali doti, ma anche
tratto fin dalla giovinezza a ostentarle con arte singolare,
presentando la maggior parte delle sue azioni alla gente come
ispirate da visioni notturne o suggerite da avvertimenti divini, o
fosse egli stesso posseduto da superstizione, o volesse che i suoi
comandi e i suoi consigli, quasi emanati dal responso di un
oracolo, avessero immediata esecuzione». L'abate francese Seran de
La Tour, autore nel XVIII secolo di una biografia su Scipione,
scrisse nella dedica a Luigi XV: «Un re deve solo prendere a
modello l'uomo più illustre della storia romana, Scipione Africano.
Il Cielo stesso pare aver formato questo particolare eroe per
indicare ai reggenti di questo mondo l'arte di governare con
giustizia».
La discendenza divina era, in
quell'epoca, un attributo dell'eroismo. Chi salvava la patria era
ritenuto figlio degli dèi. Scipione scese in campo quando a Roma si
ripeteva «Annibale è alle porte». E la salvò.
UN GIOVANE FUORI DEL COMUNE.
Publio Cornelio Scipione nacque a Roma nel 235 avanti Cristo. La
sua non era una famiglia qualunque: la gens Cornelia vantava una
grande influenza. Suo padre era il console Publio. Del suo aspetto
fisico sappiamo poco. A prender per buono il busto in bronzo del
Museo Archeologico di Napoli aveva lineamenti severi, fronte
nobile, testa quasi completamente calva, sguardo fermo e risoluto,
naso aquilino, labbra sottili. Osserva Faber: «È un volto romano
dai tratti marcati, tanto diversi dai lineamenti dei busti greci; è
il volto di un uomo staccato, razionale, capace di un asciutto
umorismo, eppure in fondo gioviale. Al confronto, il ritratto di
Annibale rivela una morbidezza ellenica, ha qualcosa di tragico,
pare cedere ai sogni e alle emozioni».
Scipione era un uomo di grande
cultura, padrone della lingua greca quanto di quella latina. «Parve
riunire nella sua formazione», scrive Liddel Hart, «gli aspetti
migliori del mondo greco e del mondo romano, così che lo spirito
severo e ristretto dei primi secoli della repubblica si raffinò in
lui senza peraltro perdere la sua virilità».
Della sua vita privata si sa ben
poco, anche perché Scipione non ebbe molto tempo da dedicarle,
occupato come fu sui campi di battaglia. Era sposato a Emilia, la
figlia di Paolo Emilio, il console caduto nella battaglia di Canne.
Fu un matrimonio sereno. Si disse che «trattava la moglie meglio
dei suoi schiavi»: e il fatto che un comportamento del genere fosse
degno di nota dimostra quanto, a quei tempi, fosse dura la
condizione femminile.
A soli 17 anni il giovane Scipione
si distinse per coraggio nella battaglia del Ticino, la prima che
vide i romani (al comando del padre di Scipione) scontrarsi sul
suolo italiano con i cartaginesi. «Usciva in campo per la prima
volta», racconta Polibio, «dopo aver ricevuto dal padre, per
sicurezza, una squadra di sedici cavalieri. Allorché vide nella
battaglia il padre, con due o tre cavalieri, circondato dai nemici
e gravemente ferito, esortò i suoi a portargli soccorso e poiché
questi esitarono, dato il numero dei nemici, si lanciò arditamente
nella lotta e, con l'aiuto dei compagni, che incitati dal suo
esempio lo avevano seguito, mise in fuga gli avversari, salvando
così il padre Publio che fu il primo a salutare, in presenza di
tutti, il figlio come suo salvatore». Il console decise di
decorarlo, ma il giovane «rifiutò dicendo che "quell'atto si
ricompensava da sé"».
L'anno successivo Scipione era uno
dei tribuni militari al comando di una legione. È controverso se
abbia partecipato alla battaglia di Canne che segnò la più pesante
sconfitta romana della Seconda guerra punica. Nel 213, quando aveva
soltanto 22 anni, fu protagonista di un episodio che testimonia la
popolarità di cui già godeva fra i romani. Si candidò alla carica
di Edile curiale, soprattutto per agevolare la vittoria del
fratello maggiore Lucio (che aveva minori probabilità di farcela):
i tribuni della plebe si opposero alla sua candidatura, sostenendo
che non aveva l'età per aspirare alla carica. Lui ribatté: «Se
tutti i Quiriti mi vogliono Edile, ho l'età che basta». Fu
eletto.
UN GRANDE CONDOTTIERO.
Nell'anno 210 avanti Cristo, mentre Roma era minacciata dalle
truppe di Annibale, il giovane condottiero fu spedito in Spagna per
contrastare i rifornimenti del nemico. Dopo la fine della Prima
guerra punica (241 a.C.) Amilcare Barca - padre di Annibale e
Asdrubale - era riuscito a conquistare una posizione di forza sullo
scacchiere mediterraneo: da questa favorevole condizione egli
pensava che i figli potessero dare la spallata decisiva al rivale
di sempre. La Spagna era la base per il rifornimento delle truppe
cartaginesi, e la Spagna era stata la base di partenza della
spedizione che - attraverso le Alpi - aveva portato Annibale in
Italia.
Sorprendendo i
cartaginesi, al comando di Magone e Asdrubale, Scipione
attaccò Cartagena, marciando a tappe forzate con le sue
legioni verso la fortezza, mentre la flotta romana la
raggiungeva via mare. Una volta sotto le mura, venne eretto un
bastione di difesa dalla parte di terra, mentre le navi, dal
mare, cominciarono a bombardare la città con proiettili.
L'attacco alle fortificazioni e alle mura fu condotto dallo
stesso Scipione, mentre alcuni soldati lo proteggevano con gli
scudi: questo per infondere coraggio ai suoi soldati.
Cartagena cadde, ma Scipione impedì un massacro vero e
proprio. La vittoria doveva servire, politicamente e
diplomaticamente. Scipione salvò diecimila cittadini maschi
dall'uccisione e permise loro di tornare al lavoro, alcuni
prigionieri furono trasformati in marinai per le proprie navi,
con promessa di libertà finale dopo la sconfitta di
Cartagine.
Con la conquista di Cartagena,
Scipione dimostrò tutte le caratteristiche del grande stratega:
conoscenza del fattore tempo, astuzia, sicurezza e sorpresa.
Infine, magnanimità dopo aver vinto. Molti capi iberici passarono
dalla parte di Roma. Asdrubale Barca, sentendosi isolato, cercò la
prova di forza nella battaglia di Becula (cittadina sulle rive nord
del fiume Baetis, più o meno dove sorge oggi Guadalquivir),
rimediando una sonora sconfitta, che lo spinse alla fuga.
Acclamato re dagli alleati spagnoli,
Scipione rifiutò con discrezione, ben sapendo come questo titolo
fosse inviso a Roma. Due anni più tardi, i cartaginesi cercarono
per l'ultima volta di scalzare Scipione dalla Spagna, nella
battaglia di Ilipa. Asdrubale si mosse con un esercito di settemila
fanti, quattromila cavalieri, trentadue elefanti e cercò lo scontro
nei pressi di quella che oggi è la città di Siviglia. Per diverso
tempo gli eserciti avversari si studiarono a debita distanza: ogni
giorno Scipione pose, ben visibili al centro dello schieramento, i
propri legionari, e ai lati gli alleati spagnoli. Al momento dello
scontro, deciso da Scipione, lo schieramento fu ribaltato: al
centro gli spagnoli, sulle ali i romani. Questo disorientò il
nemico: i romani distrussero i fianchi dei cartaginesi, mentre le
ore passavano e le truppe al centro divenivano esauste per fame e
stanchezza. L'esito fu una fuga sparpagliata verso il proprio
accampamento. Asdrubale e Magone, i capi avversari, fuggirono nella
notte abbandonando le truppe superstiti, e imbarcandosi per Cadice.
«La storia militare», scrive Liddel Hart, «non offre in tema di
conduzione tattica un esempio più classico di quello offerto dalla
battaglia di Ilipa. Raramente una vittoria così schiacciante è
stata ottenuta da forze numericamente inferiori». Scipione aveva
concentrato le truppe migliori nei punti più deboli del nemico (le
ali), mentre il centro restava immobilizzato.
IN AFRICA. Rientrato a Roma
da trionfatore, Scipione faticò (più di quanto si sarebbe
aspettato) a convincere il Senato sull'opportunità di portare la
guerra in Africa. Combatteva contro i poteri forti, contro le
invidie di quanti giudicavano pericolosa la sua popolarità. Alla
fine la spuntò, ma gli concessero solo settemila uomini e il
governo della Sicilia da dove sarebbe potuto salpare per l'Africa.
Scipione profuse ogni energia per l'allestimento di trenta navi da
guerra e nella preparazione di un esercito piccolo ma compatto.
Oltre alla forza tradizionale di Roma, la fanteria legionaria,
Scipione comprese l'importanza di preparare una cavalleria
efficace, da affiancare a quella di un alleato di cui sapeva di non
poter fare a meno: Massinissa.
Sconfisse di nuovo Asdrubale ai
Campi Magni. Presi dal panico, i cartaginesi richiamarono in Africa
Annibale, unico possibile salvatore della Patria. Ma, nello scontro
finale, a Zama, Scipione dimostrò di aver imparato le lezioni di
strategia che lui aveva in precedenza impartito ai romani.
Rientrato a Roma da trionfatore, Scipione rifiutò quel che il
popolo gli offriva: il titolo di console a vita o di dittatore
perpetuo. Si oppose anche all'ipotesi che fossero erette statue in
suo onore davanti al Campidoglio o nei Templi Sacri.
Negli ultimi anni della sua vita fu
costretto addirittura a difendersi da accuse infamanti. Si ritirò
in esilio, a Literno, dove morì. Valerio Massimo gli attribuì una
frase divenuta proverbiale: «Ingrata patria, non avrai le mie
ossa».
La battaglia di
Zama
A Zama Annibale aveva
gli elefanti, Scipione la cavalleria numida. Gli elefanti - nella
campagna d'Italia - non avevano svolto alcun ruolo. Se ne parlò
moltissimo soltanto perché aveva suscitato molta impressione il
fatto che il condottiero cartaginese avesse valicato le Alpi con i
pachidermi al seguito. Ma poi quasi tutti gli elefanti erano morti,
e nessuno fu impiegato in battaglia. A Zama, viceversa, ce n'erano
ottanta ai quali, Annibale affidò il compito di caricare contro il
nemico. Quanto a Massinissa, Annibale sperò fino all'ultimo che non
facesse in tempo a rientrare dalla spedizione che lo aveva
trascinato fino ai confini della Mauritania, ben lontano dunque dal
teatro della battaglia. Lo sceicco di Citra, viceversa, ce la fece
a rientrare. Anche i cartaginesi avevano la cavalleria, il cui
comando era affidato a un principe berbero di nome Zicheo. I due
eserciti erano numericamente alla pari (circa 40mila uomini per
parte). La prima mossa brillante di Scipione fu quella adottata per
neutralizzare l'attacco degli elefanti: ordinò le sue legioni su
tre linee, ma lasciando liberi una serie di corridoi che
permettessero di assorbire la forza d'urto dei pachidermi. La mossa
ebbe successo: gli elefanti, durante l'attacco, s'imbizzarrirono e
finirono per far più danni fra i cartaginesi che fra i romani, e
finendo al di là delle linee nemiche. Teodoro Mommsen, illustre
storico tedesco del XIX secolo, sottolinea che «più seria fu la
lotta delle fanterie. Il combattimento fra le due prime linee durò
lungo tempo e nella micidiale mischia si disordinarono entrambe,
sicché fu loro necessario ripiegare sulle seconde linee per
raccogliersi. I romani vi riuscirono, la milizia cartaginese invece
si mostrò così incerta e vacillante che i mercenari si credettero
traditi, così da venire alle mani con quella».
Era accaduto che i mercenari
impiegati in prima linea ebbero la sensazione di essere stati
abbandonati dalla seconda linea dei cartaginesi. Annibale in tutte
le sue campagne aveva fatto quasi esclusivo conto su soldati di
ventura, arruolati nelle terre che attraversava. Anche a Zama
disponeva di uno schieramento cosmopolita: celti, liguri, baleari e
mauritani, mercenari libici, celtiberi, galli, italici, sanniti.
Una specie di Legione Straniera che aveva gravissime difficoltà di
intendersi per via delle troppe lingue in cui si esprimeva.
A Zama riuscì a schierare anche
alcune migliaia di cartaginesi, ai quali aveva spiegato come - in
caso di sconfitta - tutti gli abitanti della città avrebbero corso
rischi gravissimi. Ma i cartaginesi, abituati a delegare ad altri
il compito di imbracciare le armi, non brillarono per iniziativa,
insospettendo i mercenari che - a un certo punto dello scontro -
ripiegarono, non avendo intenzione di sacrificarsi oltre misura. La
battaglia - per Annibale - non era ancora perduta. La terza linea
era quella sulla quale faceva affidamento: i veterani che avevano
combattuto con lui in Italia, soldati espertissimi e
coraggiosissimi.
«Scipione, per contro», racconta
Mommsen, «raccolse nel centro tutte le truppe della prima linea e
fece accostare la seconda e la terza. I veterani d'Annibale non si
persero d'animo, fino a quando non giunse a stringerli da tutte le
parti la cavalleria dei romani e quella di Massinissa, reduce
dall'inseguimento della sbaragliata cavalleria nemica. Così finiva
la battaglia, e finiva anche l'esercito cartaginese».
L'elmo di Scipio
«Quando Scipione
comparve alla ribalta della storia», ha scritto Basil Liddel Hart,
«il potere di Roma non si estendeva nemmeno sulla totalità
dell'Italia peninsulare e della Sicilia, e questa esigua fascia
territoriale era gravemente minacciata dall'invasione, o per meglio
dire dalla consolidata presenza, di Annibale. Alla morte di
Scipione, Roma era l'incontrastata padrona del mondo mediterraneo,
senza alcun possibile rivale che si profilasse all'orizzonte. In
tale periodo si assiste alla massima spinta espansionistica della
storia romana, dovuta direttamente all'azione di Scipione, o resa
da lui possibile. Ma se sotto il profilo territoriale egli appare
come il fondatore dell'impero romano, da un punto di vista politico
la sua meta non era l'assorbimento delle altre razze mediterranee,
bensì il loro controllo. Il suo scopo non fu di edificare un impero
dispotico e centralizzato, ma una confederazione sotto il controllo
di uno Stato-guida, in cui Roma avesse l'egemonia politica e
commerciale e il supremo potere decisionale». Lo storico inglese
non ha dubbi: se Roma avesse seguito la "dottrina Scipione" (e non
quella di Cesare, che puntava al dominio assoluto, e che recava in
sé il germe del successivo declino), l'impero romano avrebbe potuto
anticipare il carattere del moderno Commonwealth britannico, «con
la creazione di una cintura di Stati cuscinetto prosperi e
semi-indipendenti». Detto da un inglese è un elogio smisurato, al
quale Liddel Hart aggiunge una valutazione: se Roma avesse seguito
la via tracciata da Scipione, «le invasioni barbariche avrebbero
potuto essere scongiurate, il corso della storia sarebbe stato
diverso, e il progresso della civiltà avrebbe forse evitato mille
anni di coma e quasi altrettanti di convalescenza».
Se è valida questa teoria (e il
rapido tramonto degli imperi fondati sul dominio, come quello
napoleonico o - più recentemente - quello sovietico, sembrerebbe
avallarla), Scipione meriterebbe un posto nella storia - e nella
coscienza italiana - molto superiore a quello che gli viene
riconosciuto. L'"elmo di Scipio" non è soltanto il simbolo del
riscatto romano di fronte allo straniero invasore: è il progetto -
come si direbbe oggi - di un "nuovo equilibrio internazionale",
fondato sulla «supremazia politica» finalizzata «al buon
governo».
Scipione fu un grande soldato, come
dimostrò in Spagna e a Zama. Ma fu anche un grande politico, come
dimostrò con le condizioni di pace dettate a Cartagine, che
documentano la sua totale mancanza di spirito vendicativo, la
capacità di consolidare la sicurezza militare di Roma senza
ricorrere a una durezza eccessiva nei confronti dei vinti, e lo
scrupolo con cui evitò l'annessione degli Stati civilizzati.
«Questo atteggiamento», sottolinea ancora Liddel Hart, «scongiurò
l'insorgere nei vinti, di sentimenti di frustrazione e di velleità
di rivincita, e preparò la strada alla trasformazione dei nemici in
veri alleati, efficaci puntelli della potenza romana».
In latino, Scipio significa "bastone
di sostegno". Ed è un nome appropriato al personaggio. Scipione si
preoccupava della grandezza di Roma, e badava al futuro. Qualcuno
scrisse: «Zama consegnò il mondo a Roma, Farsalo lo consegnò a
Cesare». E forse anche per questa ragione Scipione è meno popolare
di Cesare, perché l'ambizione personale paga sempre di più, in
termini di popolarità. Scipione evitava le luci del palcoscenico,
che Cesare (come Napoleone, come Carlo Magno) amava moltissimo.
GENEROSO E AVVEDUTO. Scipione
seppe persino guardare al di là della gloria di Roma, valutando
piuttosto la grandezza dei servigi che Roma avrebbe potuto prestare
all'umanità.
Molto diverso sarebbe stato
l'atteggiamento dei Romani mezzo secolo più tardi quando -
raccogliendo l'anatema più volte lanciato da Catone il Censore
(«Cartago delenda est», Cartagine deve essere distrutta) - al
termine della Terza guerra punica rasero al suolo la città.
Un'identica richiesta era stata formulata a Scipione immediatamente
dopo la battaglia di Zama. «L'uomo generoso e avveduto», scrive
Teodoro Mommsen nella sua Storia di Roma, «si sarà chiesto quale
vantaggio poteva apportare alla patria la distruzione di Cartagine,
di questa antichissima sede del commercio e dell'agricoltura, una
delle colonne della civiltà di quel tempo, dopo che ne era stata
ridotta al nulla la potenza politica. Non era ancora venuto il
tempo in cui gli uomini distinti di Roma si prestavano all'ufficio
di carnefici della civiltà dei vicini, e sconsideratamente
credevano di lavare con una vana lacrima l'onta eterna della
Nazione».
È singolare il fatto che sia
Annibale che Scipione furono contestati per la pace che concluse la
guerra (giudicata troppo onerosa dai governanti di Cartagine, e
troppo generosa da quelli di Roma). Grandi condottieri, si
rivelarono anche uomini di straordinario buonsenso. Cent'anni fa,
Georges Clemenceau disse una battuta che è passata alla storia: «La
guerra è una cosa troppo importante per farla fare ai generali».
Pochi sanno che un altro francese, Charles De Gaulle, ne offrì
(mezzo secolo dopo) una parafrasi altrettanto suggestiva: «La
politica è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai
politici».
L'ingratitudine di Roma (della Roma
ufficiale, dei senatori, degli intriganti del Palazzo, degli
invidiosi) contribuisce, in qualche modo, a elevare ulteriormente
la statura dell'uomo, del condottiero, del politico. Che dalle sue
imprese ricavò soltanto quel soprannome - Africano - che gli fu
concesso a furor di popolo, e non con un decreto. «Fu certamente il
primo onorato con il nome del popolo da lui vinto», scrisse Tito
Livio. E questo gli fu certamente di conforto negli anni
dell'esilio. |