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Uno dei
più famosi padri della moderna filosofia politica, Thomas
Hobbes, era convinto che il sentimento che tiene uniti gli
uomini non fosse la socievolezza, bensì la paura. Il terrore
di essere uccisi, derubati, prevaricati - secondo il grande
filosofo - genera negli esseri umani la consapevolezza della
necessità di stipulare con i propri simili un "contratto
sociale".
Non bisogna essere grandi studiosi
di storia per rendersi conto che la paura, nelle sue diverse
sfumature - che vanno dall'inquietudine all'incertezza, passando
per l'ansia, l'angoscia, fino ad arrivare al panico e al terrore -,
ha accompagnato il destino di ogni società umana. Se gli uomini di
tutte le ere e le latitudini hanno sempre avuto accanto questa
spiacevole compagna di vita, tuttavia il fantasma della paura si è
divertito alle loro spalle, assumendo, di secolo in secolo, di
Paese in Paese, forme storiche e culturali molto diverse tra loro
e, forse anche per questo, difficili da debellare.
Nell'estrema variabilità di queste
tipologie, ciò che però è rimasto costante è il fatto che la lotta
per la sopravvivenza e i sentimenti che l'hanno accompagnata hanno
avuto per oggetto tre diversi rapporti, ognuno a suo modo
responsabile di sofferenze e infelicità: quello dell'uomo con se
stesso, dell'uomo con l'ambiente, dell'uomo con gli altri
uomini.
Per gli abitanti delle società
primitive le insidie provenivano soprattutto dall'ambiente: una
natura niente affatto addomesticata era giustamente percepita come
fonte di pericoli ed insidie mortali, suscitando sensazioni di
impotenza e un immediato bisogno di protezione. Man mano che gli
uomini sono riusciti ad esercitare un controllo crescente sugli
eventi naturali, il mondo sensibile ha smesso di costituire la
minaccia prevalente: un certo dominio del mondo inanimato ha
spostato l'asse dell'attenzione sui conflitti tra classi, popoli,
razze e generazioni.
Da qualche decennio, però, le
conseguenze connesse al degrado ambientale e la difficoltà di
scoprire cure adeguate a malattie epocali sembrano rinnovare la
nostra sensazione di caducità e di incontrollabilità nei confronti
delle vicende naturali. Non si tratta certo di paure legate alla
rischiosità dell'ambiente naturale tout court, quanto piuttosto ai
timori generati dalla consapevolezza delle conseguenze dannose
prodotte dall'azione dell'uomo sull'ambiente.
Mentre gli uomini delle società
arcaiche attribuivano un'origine divina agli eventi "naturali" che
minacciavano la salute e la sicurezza, noi moderni abbiamo iniziato
a cercare conforto nella scienza. La quale, però, nel tempo, si è
rivelata meno invincibile di quanto fosse stato promesso.
Nonostante in molti settori il
progresso abbia consentito di raggiungere condizioni di vita
migliori - almeno nei Paesi industrializzati -, in quella che il
brillante sociologo polacco Zygmunt Bauman ha definito "Società
della modernità liquida" è sempre più raro che gli individui
costruiscano la loro vita seguendo tappe definite. L'unica certezza
è costituita dal mutamento continuo, dall'evidenza che niente è più
certo e definito, che i confini tra le cose sono diventati sempre
più labili e il sentimento più diffuso è l'incertezza, in ogni
settore dell'esistenza.
Nello scenario attuale, i fantasmi
di un passato primitivo e tribale, nel quale l'uomo era in balia
delle forze della natura, riaffiorano con prepotenza, rendendo più
complesso un universo già reso poco vivibile dalle asprezze delle
grandi metropoli. La percezione di un'incertezza impalpabile ci
accompagna lungo le nostre giornate, diffusa e amplificata dal
megafono dei mass media, prendendo le sembianze del virus volatile
e leggero della Sars, i contorni fantascientifici degli animali
clonati, il volto del nostro vicino di casa che credevamo di
conoscere, il fragore luminoso di ordigni che esplodono in terre
che pensiamo lontane.
A conferire maggior concretezza alla
molteplicità delle sensazioni di malessere generate dalle nostre
paure, troviamo numerose indagini condotte da importanti istituti
di ricerca. Il Censis, ad esempio, già da diversi anni rileva nella
popolazione del nostro Paese il permanere di un atteggiamento
emotivo che esprime una forte insicurezza, aumentato probabilmente
in conseguenza del verificarsi di eventi di eccezionale
gravità.
Anche per noi italiani, dunque, lo
shock dell'11 settembre, gli episodi di microcriminalità che
rendono insicura la vita - e a quanto pare non più solo nelle
grandi metropoli -, le peripezie alimentari della mucca pazza, dei
polli alla diossina, degli organismi geneticamente modificati, ma
anche lo spettro della perdita del potere d'acquisto, che nei casi
più disperati si trasforma in un vero terrore della povertà, sono
solo alcune delle paure più ricorrenti.
Certo, poi, il carattere, la
struttura psicologica, i supporti relazionali, le opportunità
economiche, fanno sì che ciascuno, individualmente, percepisca i
rischi collettivi in modo più o meno grave. Ma al di là delle
reazioni personali, delle differenti predisposizioni a vedere il
bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, è indubbio che il mondo in cui
viviamo oggi non sia esattamente quello che la scienza, la
politica, l'economia ci avevano promesso.
Il dottor Freud, circa un secolo fa,
aveva sprecato fiumi d'inchiostro per spiegarci che l'uomo moderno,
per diventare civilizzato, ha dovuto pagare un prezzo piuttosto
alto, rinunciando a soddisfare i suoi desideri più istintivi e ad
ottenere gratificazioni immediate, per avere in cambio una dose di
sicurezza.
Così, anche se oggi, guardandoci
indietro, possiamo comunque ancora definire quella attuale come la
"società del benessere", le coordinate della nostra vita si
collocano all'interno di uno scenario di estrema fluidità, dove la
libertà coincide spesso con la mancanza di punti fermi e di
certezze esistenziali: il lavoro, fonte di autorealizzazione e
sostentamento diventa sempre più "mobile", più libero ma anche meno
sicuro, le relazioni affettive decisamente meno vincolanti, ma
anche più instabili ed effimere.
Così, alle tante paure che derivano
dai rischi ambientali e dalle difficoltà della convivenza globale
si uniscono i timori di non essere all'altezza dei compiti che la
società ci assegna, in un sistema in cui l'aumento della libertà
coincide anche con l'aumento della quota di responsabilità di
ciascuno. Questo significa che se il nostro lavoro non ci soddisfa,
o se non riusciamo a trovarne uno, forse non siamo abbastanza
capaci o intraprendenti; se le nostre relazioni non funzionano,
probabilmente vuol dire che abbiamo compiuto scelte sbagliate. Se
ci ammaliamo, è perché non abbiamo controllato abbastanza la nostra
salute e non abbiamo adottato strategie di prevenzione
efficaci.
Non sempre poi i timori condivisi da
noi contemporanei appartengono soltanto a quelli che un tempo erano
considerati settori chiave dell'esistenza. In realtà, la nostra
vita sociale è funestata da molte altre piccole paure, capaci di
generare fastidiosi sentimenti di inadeguatezza, che possono
sfociare in vere e proprie patologie sociali. La nostra immagine è
il bersaglio principale della maggior parte di questa paure e
spesso alcuni ne diventano schiavi: quando il nostro aspetto non
corrisponde alle aspettative è perché non facciamo abbastanza
palestra, non ci nutriamo in maniera corretta, e via dicendo. Se
non siamo abbastanza belli è perché non abbiamo condotto uno stile
di vita sano ed equilibrato.
Ecco allora che le nostre paure più
profonde non appaiono più legate, come in passato, a scenari ignoti
e sconosciuti, ma ad un mondo che conosciamo bene. E che forse,
proprio per questo, oltremodo ci
spaventa. |