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Crolla
l'Argentina, crolla la Cirio, crolla Parmalat. E i risparmiatori
italiani vivono il loro annus orribilis. Oggi la domanda sulla
bocca di tutti è: ma queste obbligazioni societarie (o corporate
bond che dir si voglia) sono davvero così pericolose? Sul serio
sono tutte da evitare? Insomma, di chi o di che cosa possiamo
ancora ragionevolmente fidarci?
Prima di rispondere, facciamo un
breve passo indietro, tentando di sgomberare il campo da qualche
dubbio e chiedendo scusa ai lettori più esperti che forse già
sanno: l'ultimo crac dei bond insegna che una corretta informazione
è sempre alla base di ogni investimento. Spesso può evitare inutili
rischi. E una corretta informazione non può che partire dalle
fondamenta. Chiamatelo, se volete, l'Abc dell'investitore.
Punto di partenza: l'obbligazione,
ovvero i prestiti concessi dai sottoscrittori ad uno Stato o ad
un'azienda. Nel primo caso, si parla di titoli di Stato, i Bot, ad
esempio, oppure i Btp e i Cct. Il secondo è, invece, quello delle
obbligazioni aziendali (o societarie) chiamate anche, all'inglese,
corporate bond. Insomma, in entrambi i casi, titoli di debito con i
risparmiatori che acquistano le obbligazioni prestando soldi allo
Stato o ad una società e diventandone creditori.
Ma veniamo alle differenze, non da
poco. Il rendimento delle obbligazioni societarie, in genere, è più
alto rispetto a quello dei titoli di Stato. Per un motivo ben
preciso: le obbligazioni societarie, generalmente, sono anche più
rischiose, e il maggior rischio viene premiato da un maggior
rendimento. In altri termini: le probabilità che uno Stato come
l'Italia non onori il proprio debito sono particolarmente basse o
praticamente nulle. Al contrario, è più probabile che una società
fallisca.
Di qui, una prima fondamentale
regola: chi decide di acquistare corporate bond non deve farsi
ingolosire dai rendimenti. Occhio al rischio che l'investimento
comporta, un rischio che ha anche una sua precisa scala di misura o
graduatoria o classifica. A stilarla sono le cosiddette società di
rating (le più importanti al mondo sono Moody's, Standard &
Poor's e Fitch), le quali valutano le aziende che emettono
obbligazioni attribuendo loro voti espressi in lettere. Più alto è
il rating più affidabile sarà l'obbligazione.
In particolare, prendendo in esame
la scala di Standard & Poor's, valori con le A o almeno la
tripla B conferiscono al bond la qualifica di titolo "da
investimento". Valori da BB a C denunciano il carattere
"speculativo" del bond. È un'indicazione molto importante, anche se
non esiste la matematica certezza che i cosiddetti titoli da
investimento non possano retrocedere nella fascia più a rischio, o
viceversa.
Non solo: sul mercato esistono
aziende che hanno due rating di valutazione - per esempio Standard
& Poor's e Moody's -, ma anche aziende con un solo rating e
addirittura senza. In quest'ultimo caso fidarsi è quasi come
giocare alla roulette russa. Può andar bene, ma può anche capitare
che dietro l'angolo si nasconda il default, come si chiamano in
gergo le insolvenze che aprono la strada ai fallimenti o alla
rinegoziazione dei debiti. Che tradotto ai non addetti ai lavori
significa: il rischio è quello di non recuperare, una volta giunte
a scadenza le obbligazioni, il capitale investito.
Attenzione, dunque: il rating -
salvo eccezioni finora piuttosto rare - è la vostra polizza
assicurativa, ma il vostro compito di investitori oculati non si
ferma certo qui.
Tasso fisso o variabile? È un altro
piccolo mistero delle obbligazioni, governative o societarie che
siano. Per tasso fisso si intende, come dice il termine stesso, un
rendimento che resta costante nel tempo. È il caso dei Btp, i Buoni
Poliennali del Tesoro, indicati nelle fasi in cui i rendimenti di
mercato scendono (il sottoscrittore si trova ad incassare una
cedola superiore a quella delle nuove emissioni). Nelle
obbligazioni a tasso variabile, invece, l'interesse pagato dipende
da qualche altro indice o titolo (per esempio, l'inflazione).
Alcune obbligazioni, poi, come per
esempio i Bot, Buoni Ordinari del Tesoro, non versano alcun
interesse a chi le compra, ma fissano fin dall'inizio il valore che
rimborseranno alla scadenza: meno il risparmiatore riuscirà a
pagarle, più ci guadagnerà. E naturalmente la differenza fra il
prezzo di acquisto e il prezzo di rimborso darà il valore del
rendimento. Di qui, un altro punto fisso che contraddistingue il
mercato delle obbligazioni: il rendimento dipende non solo
dall'interesse offerto, ma anche dal prezzo al quale i bond vengono
pagati. Se il prezzo sale, il rendimento scende, e viceversa.
Tiriamo le somme, facendo alcuni esempi.
Per un risparmiatore che non vuole
rischiare affatto l'obbligazione adatta è il Cct, Certificato di
Credito del Tesoro, titolo a cedola variabile dello Stato italiano
contrassegnato dalla doppia A di Standard & Poor's. Si dorme
tra due guanciali: l'unico rischio è di incassare cedole non
particolarmente allettanti, per il resto garanzia assoluta.
Chi, invece, è disposto ad accettare
qualche rischio in più può ricorrere ad un Btp (attenzione:
maggiore è la durata del titolo maggiore sarà il rischio di
fluttuazione dell'obbligazione sul mercato).
Per chi volesse rischiare di più
(ottenendo in cambio rendimenti superiori), ecco i corporate bond,
a cedola fissa o variabile e preferibilmente accompagnati da un
rating solido.
E per chi si sente decisamente
spericolato? Sul mercato c'è di tutto, proprio di tutto. Anche
quelli che negli Stati Uniti chiamano junk bonds, ovvero i "titoli
spazzatura", così detti proprio per la loro rischiosità intrinseca.
Sottinteso il consiglio: lasciate perdere, è roba che
brucia. |