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Poeta dal
respiro europeo, di alto lignaggio letterario, di una bellezza
ancora inalterata, Maria Luisa Spaziani ha alle spalle una
straordinaria carriera, culminata nel 1978 con la presidenza
del Centro Internazionale Eugenio Montale, ora rinato col nome
di Centro Montale Europa di Maria Luisa Spaziani.
Torinese d'origine, vive a Roma. A
19 anni dirige la rivista Il dado, ma non osa scrivere su quelle
pagine a cui collaboreranno Vasco Pratolini, Sandro Penna, Leonardo
Sinisgalli e addirittura Virginia Woolf con un inedito. Ha
coltivato fin da piccola la passione divorante per la poesia e, in
particolare, per i simbolisti francesi: «...la poesia è
contemplazione. Anche se ci si riferisce ad oggetti concreti, si
tende a creare un alone di solitudine intorno alle cose che si
stanno guardando», afferma.
Si è ispirata molto anche a Proust,
oggetto, tra l'altro, della sua tesi di laurea. Fondamentale è
l'incontro e il sodalizio con Eugenio Montale, anche se lei tiene a
ribadire di non essere stata minimamente influenzata dal suo modo
di poetare. E sottolinea che quelli sono stati anni di grande
arricchimento culturale perché, con lui, ha fatto la conoscenza di
filosofi quali émile Boutroux e Henry Bergson, che hanno nutrito la
poesia dello stesso Montale.
Il canzoniere d'amore La
traversata dell'oasi le è stato ispirato da situazioni della
quotidianità o piuttosto dall'amore per l'amore?
«Dall'amore per un uomo "in presa
diretta", direi. La maggior parte dei canzonieri d'amore di tutti i
tempi sono per amori immaginati, pensati, ricordati. Sono rari,
invece, quelli in presa diretta, esplicita se non violenta. E
quindi questo costituisce una novità, naturalmente anche in
considerazione della mia età...».
E come si distingue quest'ultima
opera dalle sue precedenti esperienze?
«Per un autore, e in specie per me,
è difficilissimo vedere dei momenti, delle evoluzioni. Se rileggo
le mie poesie dell'inizio, le potrei scrivere oggi, anche se con
maggior veemenza: quelle erano più letterarie, più giovanili. Nelle
ultime c'è una coscienza più forte, in cui si riflettono tante
altre cose, anche con uno sguardo alla sociologia, alla politica,
alla storia».
Ci sono dunque delle differenze
rispetto ai canzonieri d'amore del passato...
«Possiamo anche dire che, mentre la
componente dell'amore è accettata in pieno, c'è però dell'umorismo,
un elemento non prevedibile nei canzonieri d'amore. Questo libro,
senza vere e proprie ripartizioni, ha tre fasi: la prima è quella
dell'amore germogliante, vigoreggiante. La seconda, invece,
rispecchia il periodo di crisi in coppia, e saltano fuori, di
conseguenza, le critiche, i dubbi e i ripensamenti. E tutto ciò
emerge in modo dissimulato o umoristico. Infine, c'è la terza fase,
in cui l'amore si ristruttura e si rifonda ad un livello diverso
della spirale. Si torna, cioè, su quelli che erano i sentimenti
iniziali, anche se con una maggiore coscienza di maturazione».
Un'altra caratteristica che non
c'è mai negli altri canzonieri, è quella della
tecnologia...
«Questo in cui viviamo è un mondo
supertecnologico in cui prevalgono la televisione, il computer, il
telefonino, se non la scienza e la fisica atomica.Tutte queste
componenti, che appartengono al campo della razionalità,
dell'oggettività, finiscono poi per fondersi anche con i nostri
moti sentimentali; le metafore sono la spia di questo passaggio:
"Pantografato l'essere si espande", oppure: "Il logaritmo che
sottende il fiore/ è il mio respiro", o "Io trasmetto parole su
un'antenna/ che ogni giorno quel vento rovescia"».
Attraverso questo genere di
metafore, emerge un tipo di linguaggio che non poteva esistere
qualche secolo fa...
«A tal proposito, c'è una poetessa
russa che amo molto, Anna Achmatova, che, già nel 1917, è stata la
prima ad adottare un linguaggio più moderno. A me interessava
proprio questa sua nuova dimensione di poeta, questo suo desiderio
di cambiare il discorso amoroso precedente che, da Saffo in poi,
era sempre stato più o meno lo stesso e si ritrova anche in tre
grandi poetesse del Cinquecento: Gaspara Stampa, Veronica Franco,
Isabella Morra, un'isola nel maschilismo della poesia. Si avvalgono
delle stesse metafore, come impallidire, tremare come una foglia,
battere il cuore...».
Di Parigi lei dice «è stato un
rapporto d'amore folle». Vi ha conosciuto personaggi come la
scrittrice Colette. Ce ne può parlare?
«Non era neanche la più nota fra
tutti, perché lì ho conosciuto anche Sartre, Eluard, Michaux e la
Yourcenar, di cui ho tradotto quattro libri e con la quale c'è
stata una lunga amicizia. Comunque, l'incontro più magico è stato
senz'altro quello con Colette, a Parigi, dove mi ero recata nel
1953 perché avevo vinto una borsa di studio. L'amavo molto per i
suoi libri. E volevo assolutamente conoscerla. Mi sono rivolta
all'Ambasciata d'Italia, alla radio, ma mi era impossibile vederla
perché era paralizzata. Un giorno Francis Carco, grande storico e
scrittore, essendo al corrente di questo mio desiderio "violento",
mi procurò inaspettatamente l'incontro con lei. E fu un incontro
magico. Come una favola».
Quale rapporto ha colto tra la
grande lirica moderna francese e la nostra poesia?
«Infiniti rapporti. Io mi considero
un po' una figlia del grande simbolismo francese. Il mio grande
amore è sempre stato Rimbaud, e poi tutti gli altri, fino agli
ultimi grandi espressionisti. Tutta quell'area, cioè, che poi in
Italia ha dato origine all'ermetismo ed anche ai crepuscolari.
Inoltre, ho tradotto venticinque libri dal francese, antichi e
moderni, in prosa e in poesia. Però, una delle cose più belle che
ho fatto in vita mia, è stata la traduzione di Madame Bovary, che
ha richiesto tre anni, e in cui ho profuso il massimo dell'impegno
fino ad una forma di identificazione».
Come nasce la sua passione per il
personaggio di Giovanna D'Arco, da cui il suo
poema-romanzo?
«Ho scoperto questo testo
straordinario quando avevo solo 11 o 12 anni: un'autentica
folgorazione che dura ancora adesso. È stata "la mia leggenda
vissuta". Ma scrivendolo non ho mai pensato che si potesse
recitare. Lo avevo concepito come poema, non come testo teatrale. È
stata un'attrice di Bologna a propormi di interpretarlo, nonostante
la mia iniziale ritrosia. Successivamente, volle farlo la
grandissima Rosa Di Lucia, morta di cancro a soli 48 anni. Ha
portato la Giovanna D'Arco in molte città italiane. Nel 1994, per
una settimana, abbiamo allestito uno spettacolo a Roma, al Teatro
dei Satiri, diretto da Salvo Bitonti, che ha avuto l'idea di
inserirvi dei passaggi del film di Dreyer. Hanno realizzato ben 15
film sulla figura di Giovanna D'Arco, e sicuramente una delle
pellicole più belle è stata quella diretta da Carl Theodor Dreyer.
Che ha filmato esclusivamente il processo, isolando il viso di
Giovanna D'Arco».
Lei ha conosciuto e frequentato
per molti anni, oltre a Montale, poeti come Leonardo Sinisgalli,
Ezra Pound, Sandro Penna...
«Montale ed io per tredici anni
abbiamo avuto un sodalizio poetico e un'amicizia "quasi amorosa",
non paragonabile, però, a una storia d'amore. Ci sono
trecentosessanta sue lettere a testimonianza di ciò, all'Archivio
storico dei manoscritti all'Università di Pavia. Aveva un senso
dell'umorismo straordinario. E c'era tanta allegria fra di noi. Non
a caso, La farfalla di Dinard è una serie di raccontini scritti da
Montale con un andamento molto umoristico. Sinisgalli e De Libero
sono stati miei amici per vent'anni, in parte a Milano e in parte a
Roma. Sandro Penna, invece, apparteneva a tutta un'altra categoria
di persone. Lui, come si sa, era omosessuale e aveva anche una
componente infantile. Era un uomo coltissimo e la sua poesia è
semplice solo all'apparenza: in realtà ha delle profondità, dei
riferimenti, dei trompe l'oeil. Mario Luzi, ancora adesso, lo
considero come un fratello; ha accettato, di recente, di essere
Presidente onorario del mio Centro Montale Europa. L'ho conosciuto
quando avevo vent'anni e siamo stati vicini per tutta la vita,
anche se la sua è stata un'amicizia diversa da quella con Penna:
un'amicizia fatta di un dialogo davvero molto
alto». |