C'è una battuta di Bertolt Brecht
(Vita di Galileo) che è stata citata milioni di volte, a proposito
e a sproposito: «Triste è quel Paese che ha bisogno di eroi». In
realtà, tutti i Paesi hanno bisogno di eroi: per nascere, per
crescere, per formarsi una memoria storica. Lo sapeva Goffredo
Mameli (eroe lui stesso, morto giovanissimo nella difesa della
Repubblica Romana del 1849), che dedicò la decima e l'undicesima
strofa del suo Inno nazionale agli uomini che avevano contribuito a
creare lo spirito patriottico italiano: «Dall'Alpe a Sicilia /
Dovunque è Legnano, Ogni uom di Ferruccio / Ha il core, la mano. //
I bimbi d'Italia / Si chiaman Balilla; / Il suon d'ogni squilla / I
Vespri suonò». I riferimenti meritano di essere spiegati. Il primo
è alla battaglia di Legnano del 1176, in cui la Lega Lombarda
sconfisse l'imperatore Federico Barbarossa: il leader della Lega
era Alberto da Giussano. Il secondo è per la disperata difesa di
Firenze, assediata nel 1530 da Carlo V (d'intesa con papa Clemente
VII) per rimettere sul trono i Medici: nella battaglia di Gavinana
si distinse il capitano Francesco Ferrucci, che riportò una
vittoria campale; ferito e catturato, fu assassinato da un italiano
al soldo straniero, Fabrizio Maramaldo. Il terzo episodio porta
alla Genova del 1746, quando un ragazzo, Giovanni Battista Perasso,
soprannominato Balilla, lanciò un sasso contro un drappello di
soldati austriaci, dando il via alla rivolta contro gli occupanti.
Infine, il «suon d'ogni squilla» è il suono delle campane che la
sera del 30 marzo 1282 chiamò i palermitani all'insurrezione (i
Vespri siciliani) contro i francesi di Carlo d'Angiò. L'eroe di
quelle giornate fu Giovanni da Procida. Uomini che hanno
contribuito a scrivere la storia del nostro Paese, come - prima di
loro - Scipione l'Africano, anch'egli ricordato da Mameli (l'elmo
di Scipio). A loro dedicheremo le puntate di questa serie. E ad
altri, come Garibaldi (eroe simbolo del Risorgimento), Enrico Toti
(patriota della Prima guerra mondiale), Masaniello, simbolo
dell'insofferenza napoletana contro gli occupanti spagnoli. Ed
altri ancora.
Giuseppe Garibaldi
Altro che eroe!
Garibaldi è l'Eroe dei due Mondi, il combattente per la
libertà che non teme confronti nell'immaginario collettivo.
Nel testamento politico (dettato nel 1871, undici anni prima
di morire) scrisse: «Io lego l'amore mio per la libertà e per
il vero, il mio odio per la menzogna e la tirannide». Come è
possibile non schierarsi dalla sua parte? Si impara ad amarlo
sui banchi di scuola, dove il racconto delle sue gesta ottiene
il medesimo effetto dei film di cappa e spada. Ha ragione uno
dei suoi biografi, il francese Max Gallo: era bello e pieno di
fascino. «Fra il 1830 e il 1880, lungo tutto quel mezzo secolo
di rivoluzioni, durante il quale egli fu partecipe di tanti
eventi da sembrare piuttosto eroe di romanzo che attore reale
della storia, i suoi lineamenti non sono quasi mutati».
Eccoli, i lineamenti: «Quando percorreva la tolda delle navi,
con quei suoi lunghi capelli biondi e la barba ricciuta, aveva
la bellezza romantica d'uno di quegli essere impetuosi che,
spinti dallo slancio d'un secolo all'inizio, si gettavano
all'assalto della vita. Per la fronte ampia, il profilo
regolare, la sensibilità tanto evidente, si sarebbe potuto
scambiare quel marinaio per un poeta o uno scrittore. Ed egli
lo fu. Ma, temprato dallo sforzo fisico, il corpo era
vigoroso, larghe le spalle ed il petto. Se la parte inferiore
del volto, mascherata dalla barba, era un po' meno energica,
indice d'una natura esitante, quel giovane aveva però la
struttura dell'uomo d'azione. Ed egli fu uomo d'azione prima
d'ogni altra cosa».
Un biografo inglese, Denis Mack
Smith, lo racconta così: «Con tutti i suoi difetti, Giuseppe
Garibaldi ha un suo posto ben fermo fra i grandi uomini del secolo
decimonono. Ebbe una sua grandezza, in primo luogo, come eroe
nazionale, come famoso soldato e marinaio, cui più che ad alcun
altro si dovette l'unione delle due Italie. Ma oltre che patriota,
egli fu anche grande internazionalista; e nel suo caso non era un
paradosso. Liberatore di professione, combatté per la gente
oppressa, ovunque ne trovasse. Pur avendo la tempra del combattente
e dell'uomo d'azione, riuscì ad essere un idealista nettamente
distinto dai suoi contemporanei di mente più fredda. Tutto quello
che fece, lo fece con appassionata convinzione e illimitato
entusiasmo; una carriera piena di colore e d'imprevisto ci mostra
in lui uno dei più romantici prodotti dell'epoca. Inoltre, era
persona amabile e affascinante, di trasparente onestà, che veniva
ubbidita senza esitazioni e per la quale si moriva contenti. La
gente comune lo sentiva uno dei propri, perché egli era
l'incarnazione dell'uomo comune».
Due ritratti di mano straniera. Non
a caso. Fra tutti i protagonisti della storia italiana, Garibaldi è
sicuramente quello che suscitò maggiori entusiasmi fuori dei
confini patrii. E non solo perché compì alcune memorabili imprese
combattendo per la libertà di altri popoli (per un decennio, fra la
seconda metà degli anni Trenta e la seconda degli anni Quaranta,
nell'America Latina; nel 1870-71 per i francesi contro i
prussiani), ma anche perché - in un'epoca nella quale la
comunicazione globale era agli esordi - i romantici (e,
soprattutto, le romantiche) di tutto il mondo impazzivano per le
sue gesta. I francesi tentarono di appropriarsene a posteriori,
basandosi sulla considerazione che Nizza era ormai loro (e
dimenticando che per cinque secoli era stata dei Savoia). Gli era
riuscito con il corso Napoleone, non gli riuscì con il nizzardo
Giuseppe. I tedeschi ci provarono ugualmente. Maria Espérance von
Schwartz (autrice con lo pseudonimo di Elpis Melena, Speranza Nera,
di una versione autorizzata delle Memorie dell'Eroe) scoprì che
Garibaldi discendeva da un certo barone von Neuhof, per breve tempo
re di Corsica, una nipote del quale aveva sposato un Garibaldi, a
Rüggeberg, in Westfalia. (Ricerche effettuate nei registri della
cittadina non approdarono a nulla, ma intanto molti tedeschi
gonfiavano il petto, sostenendo che era evidente come il generale
avesse ereditato le virtù guerriere della stirpe teutonica).
Due aneddoti possono aiutare a
chiarire ulteriormente la popolarità internazionale di Garibaldi.
Caprera era meta di un pellegrinaggio continuo di gente che voleva
rendergli omaggio. Tra i frequentatori assidui figuravano il duca e
la duchessa di Sutherland. Una volta non lo trovarono in casa. Il
garibaldino Francesco Bideschini li introdusse nella cameretta del
generale. Dopo un po' di attesa il duca invitò la moglie a guardare
dalla finestra con il binocolo. Preso lo strumento e scrutato
l'orizzonte, lei esclamò: «Eccolo! L'ho visto: Dio mio, sta cucendo
seduto su uno scoglio». «Cucendo cosa?», domandò il duca. E
Bideschini chiarì i dubbi: «Sta attaccando dei bottoni a un paio di
calzoni vecchi».
Un'altra volta (era il 1864),
durante un viaggio trionfale in Inghilterra, Garibaldi andò a
trovare, nell'isola di Wight, il poeta Alfred Tennyson. Prima del
congedo, Tennyson lo pregò di piantargli un albero nel giardino
della sua casa. Alcuni giorni dopo l'albero era completamente
spoglio. Gli abitanti dell'isola avevano fatto a gara per
impadronirsi ciascuno di una foglia, in ricordo dell'eroe. Oggi una
cosa del genere potrebbe accadere a Brad Pitt, o a George Clooney.
Non ad un generale. Non ad un politico. Non ad un eroe.
UNA VITA
DA ROMANZO. Raccontare la vita di Garibaldi è
praticamente impossibile, se non dedicandole un volume
(ponderoso). Ed è, oltretutto, inutile. Chi non sa che nacque
a Nizza, che si rifugiò in Sud America per combattere per la
liberazione del Rio Grande del Sud, che lì incontrò Anita, che
rientrò in Italia per partecipare alla Prima guerra
d'indipendenza, che guidò la difesa della Repubblica Romana,
che comandò un corpo di volontari nella Seconda guerra
d'indipendenza. Poi ci fu la spedizione dei Mille, che
consolidò la fama dell'uomo ed aprì la leggenda. A Teano -
nell'incontro con Vittorio Emanuele - la vulgata vuole che
dicesse al sovrano: «Saluto il primo re d'Italia», e che
l'altro rispondesse: «E io saluto il mio migliore amico». Il
decennio seguente lo mise spesso in rotta di collisione con il
governo italiano. Cavour era morto, e i successori non
conoscevano l'arte diplomatica del grande tessitore. Garibaldi
fu ferito sull'Aspromonte, fu arrestato a Sinalunga, fu
sconfitto a Mentana dai papalini e dai francesi. Si coprì di
gloria anche nella Terza guerra d'indipendenza, ma - alla
Bezzecca - raggiunto dall'ordine di deporre le armi, rispose:
«Obbedisco». Che è una delle tante frasi storiche che gli sono
state attribuite: «O Roma o morte», «Qui si fa l'Italia o si
muore», per citare le più celebri. Quando l'Assemblea della
Repubblica Romana votò la capitolazione, il 30 giugno 1849,
Garibaldi, deciso a lasciare la città per continuare la lotta,
adunò i suoi in Piazza San Pietro. Era ferito e lacero,
accanto a lui Anita. Fu in quell'occasione che ne disse
un'altra memorabile: «Non offro né paga, né quartiere, né
provvigioni. Offro fame, sete, marce forzate, battaglie e
morte». Quasi cent'anni più tardi Winston Churchill l'avrebbe
parafrasato, offrendo agli inglesi «lacrime e sangue». La
libertà si difende così.
Era, come tutti gli eroi,
coraggioso, ma non sanguinario. Quando conquistò Palermo, nel
maggio 1860, s'affacciò trionfante nella gran loggia del palazzo
d'Angri. Le madri sollevarono con le braccia i loro pargoletti,
protendendoli verso di lui. Dalla folla si levò un grido: «Morte ai
Borbone e ai preti!». Lui replicò: «Viva l'Italia! E morte a
nessuno».
TEMPERAMENTO
DIFFICILE. Non era sempre così generoso, e non era sempre
così sereno. Per Pio IX nutriva un odio profondo, che lo spinse
spesso a tracimare nelle espressioni di disprezzo. Altrettanto
livore dimostrò più volte nei confronti di Napoleone III. Non amava
Mazzini, e non sopportava Cavour. Era anche rancoroso. Dieci giorni
dopo lo scontro parlamentare con il conte, ci tenne a rassicurare i
suoi: «Non ho stretto la mano a Cavour». Il primo ministro - più
conciliante, in quanto più politico - spiegò con moderazione la
cessione di Nizza e della Savoia: «Io ho creduto compiere un dovere
doloroso, il più doloroso che abbia compiuto in vita mia. Al dolore
che ho provato io, posso comprendere quello che ha dovuto provare
l'onorevole generale Garibaldi, e se egli non mi perdona questo
fatto, io non gliene faccio appunto». Come parlamentare, Garibaldi
fu mediocre. Non era il suo ruolo. Era uomo d'azione, non di
riflessione.
Fra le centinaia di biografie
dedicate a Garibaldi, la più divertente (e acuta) è probabilmente
quella scritta quarant'anni fa da Indro Montanelli (con Marco
Nozza). Montanelli sapeva cogliere luci e ombre, con l'arguzia di
un toscano navigato, che in vita sua ne aveva già viste parecchie.
Nel suo libro ci sono molti riferimenti all'eroe scontroso e
irascibile, e alla sua megalomania. Era, in questo, un uomo
modernissimo, perennemente preoccupato dell'immagine. Il culto
della personalità fu lui stesso a promuoverlo. E se - ad oltre un
secolo dalla sua morte - ci si spaventa ancora a «parlar male di
Garibaldi», vuol dire che la promozione funzionò, eccome. «Era»,
scrive Montanelli, «un uomo semplice, generoso, coraggioso e
onesto. Ma non era certo il demiurgo che la gente vide in lui.
Quanto nelle cose italiane, e specialmente in quelle militari, c'è
sempre stato di "squadrista", cioè d'improvvisato, teatrale,
spavaldo e pasticcione, forse ci sarebbe stato anche senza di lui.
Ma Garibaldi gli diede un avallo e un blasone. I volontari, gli
"arditi", i "marciatori" su Fiume e su Roma, sono tutti figli
suoi». Ed ecco l'altra faccia della medaglia: «A chi non sia
cieco», osserva Montanelli, «è chiaro che il Risorgimento si
sarebbe fatto anche senza Garibaldi, magari con qualche variazione
di orario. Ma non c'è dubbio che egli vi portò un palpito popolare
che né il Piemonte col suo esercito e la sua diplomazia, né Mazzini
col suo aristocratico rigore ideologico avrebbero mai suscitato. È
vero che anche nelle file garibaldine di popolo ce ne fu sempre
poco. Però ce ne fu sempre molto ad acclamarlo. E se la lotta per
l'unità nazionale finì per acquistare un senso anche agli orecchi e
al cervello delle diseredate plebi italiane, fu tutto merito di
Garibaldi, il più caratteristico e pittoresco rappresentante di un
certo folclore italiano, la "maschera" più congeniale al gusto
delle folle». Per concludere: «Nel disperato bisogno che l'Italia
dell'Ottocento aveva di eroi, è giusto che il posto di proscenio e
il piedistallo più alto siano toccati a lui».
Mille e non più
mille
Non si è mai
conosciuto con esattezza il numero dei volontari al seguito di
Garibaldi al momento dello sbarco a Marsala, l'11 maggio 1860.
L'elenco ufficiale, compilato quasi venti anni più tardi,
comprendeva 1088 uomini e una donna, Rosalia Montmasson,
moglie di Francesco Crispi. Sembra, tuttavia, che il numero
effettivo fosse leggermente superiore. Il contingente
numericamente più forte era quello proveniente dalla
Lombardia: 434 uomini. E la provincia che aveva fornito il
contributo più consistente era Bergamo, con un gruppo di 180
volontari. Merito di un aristocratico, il conte Gabriele
Camozzi, fervente patriota, che aveva arruolato la maggior
parte di loro. Nella villa di Camozzi, a Genova, due anni
prima, era stato eseguito per la prima volta l'Inno di
Garibaldi. Le altre regioni più rappresentate erano il Veneto
(194 uomini), la Liguria (156, quasi tutti genovesi), la
Toscana (78, in maggioranza livornesi), la Sicilia (45, per lo
più palermitani). Pochi erano i piemontesi, per due ragioni
complementari: la scarsa attitudine di quella popolazione alle
insurrezioni, e il fatto che molti patrioti si erano già
arruolati nell'esercito regolare. Fu compiuto anche uno studio
sull'estrazione sociale dei Mille, equamente divisi fra
intellettuali e proletari (con la significativa assenza dei
contadini, per tradizione conservatori e poco inclini alle
avventure, di qualsiasi genere).
La maggior
parte dei garibaldini aveva alle spalle altre esperienze
cospirative e belliche. Molti avevano combattuto nella Repubblica
Romana, parecchi erano veterani della guerra del 1848, altri erano
Cacciatori delle Alpi reduci della Seconda guerra
d'indipendenza.
I Mille furono
il nucleo di partenza. Sul Volturno e a Teano, la spedizione si era
infoltita in misura impressionante. Si calcola che alla fine gli
uomini al seguito di Garibaldi fossero circa cinquantamila. Poco
meno della metà erano accorsi da tutta la Penisola mano a mano che
giungevano le notizie dei successi contro l'esercito borbonico; gli
altri 25-30mila erano meridionali che s'aggregarono durante la
marcia verso il nord.
LA
LEGGENDA. Erano mille a Marsala, cinquantamila cinque mesi
più tardi, quando la spedizione volgeva al termine. Sarebbero stati
centinaia di migliaia, o milioni, qualche decennio più tardi, se
Garibaldi fosse vissuto molto più a lungo e se le emergenze
nazionali ne avessero richiesto l'intervento. Perché - nel
frattempo - l'uomo s'era trasformato in leggenda. Al punto da
scatenare il feticismo e il collezionismo (che del primo è la
versione elegante). In quante soffitte - in tutta Italia - si
conserva ancora la camicia rossa di un parente lontano, ormai
difficile da identificare nell'albero genealogico della famiglia. E
quante persone (anche di alto livello) conservano ancora oggetti
appartenuti (forse) all'Eroe. Uno per tutti: Giovanni Spadolini.
Storico, giornalista, presidente del Consiglio fra il 1981 e il
1982, Spadolini aveva una delle più ricche biblioteche di argomento
risorgimentale. Ma nella sua casa di Pian dei Giullari aveva
raccolto anche cimeli garibaldini, di ogni genere. Ecco una sua
descrizione sommaria: «Pipe in legno incise, righelli con divertiti
richiami a scene di guerra, ventagli istoriati da mani pazienti e
devote, piccole tavole opera di oscuri artigiani, cammei rari e
miniature d'epoca, statuine ammiccanti e fotografie impietose,
medaglie scabre e medaglie celebrative, busti a rilievo in avorio e
fazzoletti multicolori, composizioni pittoriche singolari o
stravaganti, dove il culto dell'eroe si tempera in una smorfia di
affettuosa ironia. Oppure testimonianze contemporanee e documenti
diretti. Ma anche negli omaggi una nota di trepidazione: "Iddio è
amore", ricordano i protestanti inglesi al generale mangiapreti e
gran massone, quando il 26 aprile 1864 gli fu donata a Londra una
splendida Bibbia, giunta fino a me dalle mani amiche del professor
Rotolo di Milano, che l'aveva ricevuta dalla figlia Clelia. Una
camicia rossa che era di casa, che apparteneva al nonno materno,
volontario a Bezzecca e a Mentana, appena diciottenne, fu
malinconicamente dispersa durante gli anni della guerra. Conservo
solo un frammento di memoria, fra stupita e ammirata, del ragazzo
quattordicenne che sapeva, nella casa della nonna, dove andare a
trovarla: una vecchia panca del salotto buono».
AFFETTO. Quel che colpisce è il tono. Spadolini,
storico rigoroso, parla di Garibaldi come se si trattasse di un
parente da poco scomparso: con lo stesso affetto e la medesima
attenzione per le «buone cose di pessimo gusto» che descriveva
Gozzano cent'anni fa, nel salotto di Nonna Speranza.
La forza di
Garibaldi, e del suo ricordo, è tutta qui. Nel fatto che, per
molti italiani, egli è un parente, neanche lontano, la cui
gloria è superiore a qualunque ricostruzione se ne voglia
proporre. Questo spiega come mai pochi registi si siano
cimentati con le sue imprese e i relativi film abbiano avuto
un successo modesto: nessuno di essi rendeva all'Eroe la
grandezza epica della memoria collettiva. E questo spiega
perché, ancora cinquant'anni fa, all'indomani della Seconda
guerra mondiale, un blocco di partiti decise di affidarsi
all'immagine del generale per la propria campagna elettorale.
Centoquarant'anni dopo la sua morte, c'è ancora bisogno di
eroi in questo Paese (a dispetto di quel che pensava Brecht).
Il cordoglio recente di tutta Italia per gli uomini di
Nassiriya è una testimonianza importante in questo senso.
Lui, Garibaldi,
si descrisse così nella prefazione delle Memorie: «Vita tempestosa,
composta di bene e di male, come credo della maggior parte delle
genti, coscienza d'aver cercato il bene sempre, per me, e per i
miei simili: e se ho fatto il male qualche volta, certo, lo feci
involontariamente. Odiatore della tirannide e della menzogna, col
profondo convincimento: esser con esse l'origine principale dei
mali, e della corruzione del genere umano». Quasi
manzoniano. |