|
Una morte "splendente"
A volte mi sembra persino che i
kamikaze siano assimilabili più ai bonzi buddisti vietnamiti degli
anni Sessanta-Settanta che agli attentatori suicidi di oggi»,
riflette Franco Mazzei, ordinario di Storia e civiltà dell'Estremo
Oriente all'Istituto Orientale di Napoli, autore di monografie e
testi di Storia del Giappone. La sua tesi è abbastanza singolare.
«Consapevoli che non c'era alcuna possibilità di salvare il Paese
dalla catastrofe, i kamikaze intendevano testimoniare la propria
volontà di adempiere alla difesa del sacro suolo del Giappone.
L'offesa al nemico veniva solamente dopo, quale conseguenza.
Agivano sotto la spinta di uno spirito patriottico intriso degli
obblighi che ogni giapponese ha verso il suo Paese e verso
l'imperatore: obblighi considerati così assoluti da non potere
essere mai ripagati con niente, nemmeno con la morte». Per cercare
di capire, è necessario richiamare il Codice Samuraico, al cui
inizio, ricorda Mazzei, c'è la domanda su cosa sia la vita; la
risposta è che essa consiste nella preparazione alla morte. «Un
atteggiamento», continua, «che anche i cristiani condividono,
certamente, ma da noi la morte è tutt'altro: è il passaggio a una
vita futura, che si spera migliore. Per i kamikaze non erano
previsti né il paradiso né altre ricompense. Lo scintoismo non
prevede l'Aldilà: la morte rappresenta il momento culmine
dell'essenza della vita. E, «come i fiori dei ciliegi cadono nel
fulgore della loro bellezza», così la morte deve sopravvenire nel
pieno della gioventù. A questa religione è alieno il concetto del
male eticamente inteso. Il male coincide con la "bruttezza",
qualcosa di deteriorato, malato, vecchio. Pertanto la morte è bella
se è tale esteticamente. Quella del kamikaze è gloriosa,
splendente». |