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I Carabinieri nel Novecento italiano - 25 - La guerra è mondiale (1941)

Con questa serie vogliamo riproporre il cammino dell'Arma nel secolo appena trascorso. Un cammino complesso, a diretto contatto con il sofferto sviluppo della storia patria, ma che vede l'Istituzione sempre in primo piano, cosciente dello spirito del tempo e dell'importanza del suo ruolo nel quotidiano rapporto con la gente. Un'Arma "unica al mondo", grazie ai suoi valori ed ideali, sempre al di sopra delle parti e al servizio del popolo

I Tedeschi, sconfitti nella battaglia d'Inghilterra (persi 2.000 aerei) cominciano a guardare all'Est pur continuando a trattare con Stalin per un quadripartito. Stalin, però, si vuole allargare troppo: Bulgaria, gli Stretti e influenza sulla Turchia e sul petrolio del Medio Oriente. L'affare dell'alleanza si complica: gli incontri, con le varie proposte, «io mi prendo, tu ti prendi», continueranno sino all'attacco tedesco.

Intanto, l'Italia è sola a battersi. Sul fronte greco-albanese l'inverno è duro per il clima e per le continue offensive greche. L'11a Armata sarà costretta a ripiegare a nord di Argirocastro. La campagna si articola in due fasi: la prima, dal dicembre 1940 al marzo 1941, caratterizzata da cruenti combattimenti per arrestare i greci sulle tre direttrici di Elbassan, Valona e Berati. Le posizioni vengono tenacemente difese: sanguinose le battaglie di Telepeni e quella di Monastero (quota 731). Arrivano i rinforzi dall'Italia: appena sbarcati, sono subito mandati al fronte e distribuiti "a spizzico". I greci cominciano a risentire per le perdite subite e si fermano.

Nella seconda fase (9 marzo-22 aprile), alla presenza di Mussolini, nella zona di Klisura si passa all'offensiva. Il terreno e la concentrazione di forze greche impediscono lo sfondamento, ma queste ultime vengono notevolmente indebolite.

Alle spalle dell'Albania si palesa la minaccia jugoslava. Cos'è successo? Il 27 marzo il governo di Dragos Cvetkovic, firmatario del Patto Tripartito, viene rovesciato col solito colpo di stato "balcanico". I poteri assunti da Pietro II, minorenne, saranno esercitati dal generale Simovic, filoinglese. La Bulgaria aderisce al Tripartito e apre i confini ai tedeschi che, il 6 aprile, attaccano la Grecia e la Jugoslavia con due armate: una dal nord con obiettivo Zagabria e Belgrado, l'altra dalla Bulgaria su Salonicco, dove sono attestate anche tre divisioni britanniche. Il 9 tre divisioni italiane passano la frontiera albanese-jugoslava, mentre, su quella giulia, la 2a Armata l'11 supera le fortificazioni di frontiera jugoslave.

L'azione italo-tedesca si sviluppa con sorprendente rapidità. Contemporaneamente la Croazia insorge. Il 9 aprile cade Salonicco, il 18 la Jugoslavia si arrende, il 29 le punte corazzate germaniche raggiungono Atene, gli italiani riconquistano Korciano e dopo tre giorni raggiungono il vecchio confine, il 21 dilagano nell'Epiro: il 22 la Grecia chiede l'armistizio. Ai primi di marzo i resti del Corpo di Spedizione britannico si reimbarcano per Creta. Slovenia, Dalmazia e Montenegro vengono occupati dalle truppe italiane.

E IN AFRICA ORIENTALE INIZIA LA GUERRA

Resta Creta, che controlla l'area dell'Egeo. Da qui, l'operazione Merkur: ideata e attuata dal generale Kurt Student è citata nei manuali come esempio nell'impiego di paracadutisti. Iniziata il 20 maggio, terminerà il 1° giugno con il precipitoso reimbarco dei resti dei 43mila greco-inglesi che presidiavano l'isola, sconfitti da 13mila parà, che lasciarono sul terreno 5.500 uomini tra morti e dispersi. Altra sconfitta, sul mare, dove la Royal Navy perde quattro incrociatori e sei caccia e sono seriamente danneggiate due corazzate e la portaerei "Formidabile", oltre a quattro incrociatori, due caccia e il naviglio minore. Un disastro, malgrado gli inglesi, con l'Ultra, riescano già a decrittare tutti i messaggi tedeschi trasmessi con Enigma (lo faranno fino al '45).

Notevole il contributo dell'aviazione italiana; di solo supporto ai convogli quello della Marina. La conquista di Creta concretizza il disegno strategico dell'Italia di congiungere la madrepatria con il Dodecanneso e acquisire il dominio dell'Egeo.

Sul fronte dell'Africa Orientale i soldati italiani e le truppe indigene si battono come non mai, malgrado la certezza del completo isolamento dalla madrepatria. Il giorno in cui si dovesse conoscere la nostra storia, scritta senza i paraocchi, cadrà l'offensivo giudizio sulla inesistenza di forza morale dei nostri soldati. Alcuni storici lo hanno già fatto, ma la loro è stata oggi, una voce nel deserto.

Che cosa avvenne in Aoi? Riassumiamo. Gli inglesi non potevano rinunciare al controllo del Mar Rosso per garantirsi la "strada delle Indie". Questa era però minacciata da una (possibile) offensiva italiana verso Nord, che prevedeva l'occupazione di Porto Sudan ed il ricongiungimento a Suez con le forze provenienti dalla Libia. Nei primi di gennaio del 1941 iniziò l'invasione dell'Impero, attaccato concentricamente dal Sudan anglo-egiziano, dal Kenya, dal Mar Rosso e, nel marzo, dopo lo sbarco a Berbera, dal Somaliland. Il concentramento delle forze britanniche fu massiccio grazie alle immense risorse umane del Commonwealth (sudafricani, indiani, più palestinesi, arabi ed ebrei, greci, francesi degollisti e oltre 40mila etiopi fedeli al Negus), sostenute da una potente aviazione e da carri armati. L'errore italiano fu la scelta del sistema difensivo, basato sui "ridotti" dislocati in vari punti dell'Impero, tra loro distanti e destinati all'esaurimento progressivo per mancanza di rifornimenti, anziché sul concentrarsi nelle zone di montagna tra Eritrea e Abissinia.

Gli inglesi pensavano ad una "passeggiata" (come noi in Grecia), contando, all'inizio, sull'emblematico collasso del fronte somalo, manifestatosi dal 4 al 26 febbraio (caduta di Mogadiscio) e sul ripiegamento nella zona di Harar. Scrive De Risio: «Sgradevole e perfino equivoca la caduta del fronte somalo, se paragonata a quello che accadde a Cheren (...)». Forse, il "mistero" è racchiuso in quanto si verificò a Mogadiscio, nel dicembre del 1940, alla mensa ufficiali, presente il Duca d'Aosta. Questi, per vie sotterranee, aveva ricevuto concrete proposte inglesi per trattare una pace separata e preservare l'Impero, rinnegando la "guerra fascista". Appunto a Mogadiscio, questa tesi fu sostenuta con tale vigore dal generale Gustavo Pesenti, Comandante del fronte del Sud, che il Duca d'Aosta si alzò di scatto e disse: «Una sola parola ancora, generale, e la faccio fucilare!».

Il giornalista e scrittore Bandini, che per primo ha indagato su questi retroscena, accennandone diffusamente in due suoi libri, aggiunge dell'altro, continua De Risio, perché scrive: "Né tutto si fermò qui. Al momento della caduta dell'Impero, due dei generali più in vista, Claudio Trezzani, Capo di Stato Maggiore del Duca, e Luigi Frusci, Comandante del fronte Nord, furono prelevati in aereo e trasportati in America, dove furono ospiti di Roosevelt alla Casa Bianca. Fatto assai singolare, mai smentito e avvenuto in un'epoca nella quale gli Usa erano ancora neutrali. Va anche aggiunto che il numero dei comandanti di settore, i quali deliberatamente e ostentatamente non obbedirono al Duca, in questa o quell'altra fase della campagna, fu insolitamente alto: a questi loro rifiuti si deve, in gran parte, se l'intero Sud etiopico, con Mogadiscio, fu perduto nel giro di pochi giorni, senza che praticamente venisse sparato un solo colpo di cannone. Una somma di fatti assolutamente sconcertante (...)".

Al fronte Nord, invece, gli inglesi si scontrarono con ben altri generali, che dovrebbero essere ricordati nei libri di scuola: Nicola Carmineo a Cheren, Guglielmo Nasi a Gondar-Culqualber, Pietro Gazzera nella Galla-Sidama, e sull'Amba Alagi la figura mitica del Duca d'Aosta. Negli scontri cruenti, italiani e indigeni seppero battersi con eccezionale determinazione, nonostante fosse ormai chiaro a tutti che si trattava di una lotta senza speranza. Agli attacchi anglo-indiani-sudafricani-etiopi seguivano contrassalti di alpini, granatieri, bersaglieri, artiglieri, carabinieri, camicie nere, genieri e delle valorose truppe indigene, che riconquistavano posizioni appena perdute e infliggevano notevoli perdite. Nel cielo, gli eroici piloti dei pochi aerei rimasti, tenuti insieme col filo di ferro e altri sistemi "fatti in casa". Nessun caso di fellonia: tutti si batterono con onore e dignità (qualcuno dovrà pur spiegare il "perché?").

Un esempio meraviglioso fu Cheren, così descritto dal maggiore inglese P. Searight: "In confronto alle battaglie della Seconda guerra mondiale, quella di Cheren, dal punto di vista fisico, fu un vero inferno. Nei nove mesi trascorsi in Europa occidentale, quale Comandante di Compagnia, posso assicurare di non aver mai trascorso giorni più duri di quelli di Cheren". Aggiunge il maggiore Trimmer: "Fu una battaglia aspra (durerà 56 giorni, nda) e talvolta ci si domanda come siano riusciti a vincerla". Scriverà il generale Archibal Wavell a Churchill: "Cheren si sta dimostrando una noce dura da schiacciare..."; e Churchill ai Comuni: "Cheren resiste ostinatamente". E scriverà nella sua opera: "La battaglia si rivelò durissima e ci costò tremila uomini.

Dopo i primi tre giorni, dal 15 al 19 marzo, ci fu una pausa per riordinare le forze. Il 20 marzo il generale Wavell telefonò che la lotta era stata assai aspra (precisa De Sirio: Churchill parla soltanto dei combattimenti di marzo: ma la battaglia era in corso dal 31 gennaio). Il nemico aveva contrattato accanitamente e ripetutamente e, sebbene le sue perdite fossero state estremamente gravi e avesse conseguito un unico successo, non vi erano sintomi di un crollo imminente. Evidentemente gli italiani stavano facendo sforzi disperati per difendere questo caposaldo; anche la loro aviazione fu attiva (appena tre gli aerei, nda). Da Londra la battaglia veniva giudicata piuttosto incerta e noi sollevammo la questione dei rinforzi".

A Cheren venne concentrata tutta l'aviazione inglese del Sudan, dell'Egitto, di Aden: altre formazioni furono fatte affluire dal Kenya e persino dal Sud Africa. Mentre i reparti del generale Carnimeo "si consumavano come cera al fuoco", gli inglesi ripartono all'attacco con - nientemeno! - 51mila uomini (contro i 30mila nostri), un'aviazione dominante. Ciò malgrado, furono ancora fermati: fino al 27 marzo. A Cheren, i ventotto battaglioni - sette dei quali nazionali - lasciavano sul terreno tremila morti (tra questi il generale Lorenzini).

Dopo Cheren, la tenace resistenza di Dessiè e dell'Amba Alagi (cadde il 17 maggio con l'onore delle armi), gli inglesi dovettero fermarsi per riprendere fiato di fronte al "ridotto" Gondar-Culqualber, nella cui zona si ripresentarono persino gli abissini del Negus, tornato ad Addis Abeba. Il 22 giugno, guidati dal ras Halialeu Burrù e da ufficiali inglesi, attaccano in 1.500: vengono battuti e dispersi. Lo stesso ras è preso prigioniero. Con altre forze "fresche" la battaglia finale per Gondar inizia ai primi di novembre e prende il nome da Culqualber, dove rifulse il valore del I Gruppo Carabinieri, e dove nazionali e zaptiè opposero un tenace argine. Attacchi, contrattacchi e violenti corpo a corpo. I carabinieri e gli ascari del 67° Coloniale riconquistano più volte le posizioni perdute, fino al 27 novembre. Perdite: 12mila uomini tra morti, feriti e dispersi; dodici le medaglie d'oro concesse, tra cui una (unica) a Unatu Endisciau, un muntaz (caporale) immolatosi per riportare nelle nostre linee le insegne dell'unità di appartenenza, il 72° Battaglione. Con la caduta di Gondar finisce la campagna in Aoi, ove però inizia la guerriglia, che continuerà a dare filo da torcere agli inglesi sino alla fine della guerra.

Arnaldo Grilli