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Ministero della Difesa
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Vita nell'Arma

Quei fumatori in ufficio




Al comandante di Compagnia o di Stazione è consentito fumare le sigarette nel proprio ufficio anche in presenza di altre persone?
N.R. - Roma


La risposta è negativa, a norma delle disposizioni a tutela della salute dei non fumatori, approvate con l'articolo 51 della legge 16 gennaio 2003, n. 3. Questa legge, completata con il relativo regolamento di attuazione, prevede il divieto di fumare nei locali chiusi, fatta eccezione per:


a) quelli privati non aperti ad utenti o al pubblico;
b) quelli riservati ai fumatori, e come tali contrassegnati.

Secondo il regolamento applicativo di prossima approvazione, «i locali riservati ai fumatori e come tali contrassegnati si riferiscono agli esercizi aperti al pubblico e ai luoghi di lavoro, con particolare riguardo agli esercizi alberghieri e di pubblico ristoro, agli uffici, agli altri luoghi di lavoro e spazi pubblici adibiti ad attività ricreative, e a circoli privati ove statutariamente previsto (...) sono contrassegnati come tali (con appositi cartelli luminosi) e sono realizzati in modo da risultare adeguatamente separati da altri ambienti limitrofi, preclusi ai fumatori, mediante idonee barriere fisiche (pareti)». Risulta evidente che l'ufficio di un comandante di reparto, non potendo essere «adeguatamente separato da altri ambienti limitrofi», non potrà mai essere considerato locale riservato ai fumatori. I trasgressori, compreso il citato comandante, sono soggetti alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 50 a euro 500, mentre per coloro cui spetta per legge, regolamento o disposizioni di autorità assicurare l'ordine dei locali riservati ai fumatori,
la sanzione prevista va da euro 300 a euro 3.000.





Leggittima difesa e sua applicabilità





Dai giornali e dalla televisione ho appreso che l'art. 52 del Codice Penale è stato applicato in favore di un cittadino che ha fatto uso delle armi contro rapinatori che per l'ennesima volta gli avevano svaligiato la tabaccheria. È possibile saperne di più?
C.C. - Benevento

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 20727 del 14 marzo 2003, depositata il 12 maggio successivo, decidendo sul ricorso sottoposto al suo giudizio, ha rilevato che il tabaccaio "...fece uso dell'unico strumento che aveva a disposizione e lo utilizzò in maniera adeguata. L'istituto della legittima difesa è pacificamente applicabile anche ai diritti patrimoniali... i quali possono essere difesi anche ricorrendo ad atti di violenza, purché sussista proporzione tra il danno che si potrebbe subire e la reazione posta in essere. È poi necessario che il comportamento del soggetto aggredito costituisca unico mezzo per impedire l'aggressione al patrimonio e non rappresenti occasione per una ritorsione". In pratica, i giudici della suprema Corte hanno considerato "non corretta" la condanna dell'imputato per il delitto di "morte o lesioni come conseguenza di altro delitto" (condanna che prevede le stesse pene previste per l'omicidio colposo o per le lesioni colpose), atteso che il tabaccaio "...volle danneggiare l'auto dei rapinatori, ma, se da un lato lo fece per impedire che costoro fuggissero con il danaro che gli avevano sottratto (...) e con l'unico strumento efficace che aveva a disposizione (un'arma da fuoco), dall'altro va detto che è altrettanto vero che detto strumento, per la sua micidialità, avrebbe dovuto essere impiegato con grande avvedutezza, prudenza e con la consapevolezza di possedere adeguata perizia nel suo maneggio...".

Gli stessi giudici, tenendo conto che "...il tabaccaio, dopo aver fatto fuoco in aria, iniziò a sparare contro le ruote dell'auto dei banditi, mentre era ferma, quindi continuò quando questa si era ormai messa in movimento ed in tale frangente raggiunse un rapinatore che verso l'auto si stava dirigendo, hanno applicato al tabaccaio il trattamento previsto dal corrispondente reato colposo (art. 590 del Codice Penale), ma senza l'aumento previsto dall'art. 586 dello stesso Codice, avendo qualificato il fatto come eccesso colposo in legittima difesa.




Orario di lavoro Europeo





In merito all'orario di lavoro avrei da porvi un quesito, oggetto di discussione presso il nostro Comando di Stazione: al termine di un servizio di ordine pubblico in sede, di durata inferiore alle sei ore, è normale effettuare una pattuglia di altre tre ore per il raggiungimento delle sei ore? Le tre svolte successivamente all'ordine pubblico sono da considerarsi come ore di straordinario o come normale servizio? Analogo quesito pongo per i servizi di ordine pubblico fuori sede di durata inferiore alle sei ore. Gradirei, se possibile, oltre alla risposta, anche gli estremi delle circolari e/o altre disposizioni che disciplinano la materia.
F.C. - Casaletto Spartano (Sa)

A questo quesito, datato 23 gennaio 2003, è stata già fornita risposta con lettera privata della Direzione, ma si ritiene utile tornare in argomento alla luce della pubblicazione, nella Gazzetta Ufficiale n. 87 del 14 aprile 2003, del decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, recante le norme di attuazione della Direttiva 93/104/CE, come modificata dalla Direttiva 2000/34/CE, datata 22 giugno 2000, del Parlamento europeo e del Consiglio, in materia di orario di lavoro.




Con questo decreto:




è stato così definito l'orario di lavoro: "Qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell'esercizio della sua attività o delle sue funzioni". È stato confermato il testo dell'articolo 5 del regio decreto 10 settembre 1923, n. 1955, secondo cui non si considerano come lavoro effettivo i riposi intermedi che siano presi sia all'interno che all'esterno dell'azienda, il tempo impiegato per recarsi al posto di lavoro e le soste di lavoro di durata non inferiore a dieci minuti;
• è stato stabilito che: "Le disposizioni contenute nel presente decreto si applicano a tutti i settori di attività pubblici e privati (...), non trovano applicazione nei riguardi delle forze di polizia in presenza di particolari esigenze inerenti al servizio espletato, o di ragioni di ordine e sicurezza pubblica (...) così come individuate con decreto del Ministro competente (...) da adottare entro 120 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto" (non ancora emanato). In sostanza, il decreto del Ministro della Difesa, di concerto con i ministri del Lavoro e delle Politiche sociali, della Salute, dell'Economia e delle Finanze e per la Funzione pubblica, dovrà tenere conto delle particolari esigenze di cui sopra e potrà, quindi, limitarne l'applicazione.

Per quanto riguarda l'orario normale di servizio, esso viene fissato in quaranta ore settimanali, lasciando ai contratti collettivi la facoltà di stabilire una durata minore e riferire l'orario normale alla durata media delle prestazioni lavorative. Così l'articolo 54 del decreto del Presidente della Repubblica 18 giugno 2002, n. 164 (ultimo contratto per le forze di polizia) ha stabilito che "La durata dell'orario di lavoro è di trentasei ore settimanali".

A riguardo, l'Ufficio Ordinamento del Comando Generale dell'Arma, con circolare n. 548/243-98-2-1950, datata 27 gennaio 2003, esplicativa dell'articolazione dell'orario di lavoro settimanale, ha chiarito che per le stazioni e reparti/unità operative la media giornaliera è di sei ore per sei giorni, escludendo dal computo i trenta minuti impiegati per la mensa obbligatoria di servizio e che i comandanti, in presenza di esigenze documentabili e non altrimenti fronteggiabili, hanno facoltà di ripartire l'orario giornaliero in non più di due turni. Ne consegue che, al termine di un servizio di ordine pubblico, sia in sede che fuori sede, di durata inferiore alle sei ore, il comandante potrà legittimamente disporre un secondo servizio della durata sufficiente a coprire le sei ore lavorative prescritte, le quali sono da considerare "normale servizio" e non "ore di straordinario".




Verbalizzazione di atti giudiziari




Negli uffici di polizia giudiziaria alcuni ufficiali o agenti di polizia giudiziaria, nella redazione dei verbali di competenza, inseriscono la contestazione dei reati ed i nominativi dei querelanti, mentre altri omettono tutto ciò, ritenendo che la contestazione dei reati debba avvenire solo in fase di interrogatorio delegato dall'Autorità giudiziaria. Quale l'esatta procedura?
G.G.M. - Catania

A domande analoghe la nostra Rivista ha risposto privatamente, ma, visto l'interesse per l'argomento, riteniamo opportuno pubblicare il quesito, evidenziando qualche approfondimento. Chiariamo innanzitutto alcuni punti fondamentali:

a) le parti diverse dall'imputato rendono "sommarie informazioni" che la Polizia Giudiziaria verbalizza a norma dell'articolo 351 del Codice di Procedura Penale. Se queste vengono rese al Pubblico Ministero o al Giudice per le indagini preliminari diventano semplici "informazioni", a norma dell'articolo 362 del c.p.p. L'indagato o l'imputato, invece, rendono "sommarie informazioni" alla P.G. (articolo 350 c.p.p.), "interrogatorio" al P.M. e al G.I.P. (articoli 363, 294, eccetera del c.p.p.) ed "esame" al giudice in dibattimento;
b) il promovimento dell'azione penale è prerogativa del P.M., il quale, per poterla esercitare, deve contestare all'imputato i reati e le eventuali aggravanti per i quali intende chiedere la condanna. L'articolo 65 del c.p.p., infatti, in tema di interrogatorio, stabilisce che "L'Autorità giudiziaria contesta alla persona sottoposta alle indagini in forma chiara e precisa il fatto che le è attribuito..". Ne consegue che la P.G. non può procedere alla contestazione dei reati;
c) l'articolo 366 c.p.p. prevede che "I verbali degli atti compiuti dal P.M. e dalla P.G., ai quali il difensore ha diritto di assistere (articoli 350, 356, 364 eccetera c.p.p.), sono depositati in segreteria". È chiaro che non sussistono problemi circa l'inserimento dei nominativi dei querelanti nei verbali di interesse.

La P.G., come il P.M., non produce prove, perché "la prova si forma in dibattimento davanti al giudice. A mente dell'art. 55 c.p.p., la P.G., fra l'altro, ha l'obbligo di "compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova", intendendo per tali i dati di fatto relativi agli accertamenti compiuti, evitando nella maniera più assoluta di esprimere giudizi o gratuite valutazioni. Essa documenta le attività di competenza mediante il compimento di atti informali, che il Codice definisce "annotazioni", e di atti formali, che altro non sono che i vecchi processi verbali oggi denominati "verbali", destinati ad essere inseriti nel fascicolo del pubblico ministero. La redazione di questi verbali è prescritta preminentemente per gli atti indicati negli articoli da 347 a 357 del c.p.p. (obbligo di riferire la notizia di reato, identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini eccetera), allo scopo di "provare i dati di fatto" da ciascuno di detti atti previsto, evitando di dare ad essi una qualsiasi qualificazione giuridica. Circa il loro contenuto, si rinvia all'articolo 136 del c.p.p. Con la legge 7 agosto 1992, n. 306, modificativa dell'articolo 370 c.p.p., è stata data al P.M. la possibilità-facoltà di "avvalersi della polizia giudiziaria per il compimento di attività di indagine e di atti specificamente delegati, ivi compresi gli interrogatori ed i confronti cui partecipi la persona sottoposta alle indagini che si trovi in stato di libertà, con l'assistenza necessaria del difensore". In conclusione, hanno ragione gli uni, quando sostengono che la P.G. nella redazione degli atti conseguenti attività svolta di iniziativa non può contestare reati; hanno ragione gli altri, quando sostengono che la P.G. nella redazione degli atti conseguenti attività svolta su delega del P.M. può contestare i reati.