
Testo pagina
di sinistra
Le monarchie
europee, allarmate dall'insuccesso francese, cominciarono a inviare
i propri eserciti. Diecimila soldati borbonici marciarono dal sud,
i francesi attendevano un rinforzo da Marsiglia, gli austriaci
stavano arrivando dalla Toscana, gli spagnoli erano a Gaeta. Anita
si precipitò a Roma, Garibaldi presentandola ai suoi ufficiali
esclamò:"Signori, questa è la mia Anita. Ora abbiamo un soldato in
più nella difesa di Roma". Ma i capi della Repubblica Romana si
arresero, mentre si accentuavano i contrasti tra lui e il triumviro
Mazzini. Era inutile e impossibile restare a Roma. "Dovunque
andremo, là sarà Roma", diceva Garibaldi. Parlò al popolo. Anita,
incinta di quattro mesi, era al suo fianco. A cavallo. Il generale,
col cappello floscio e il poncho bucato dalle schegge , montava un
pomellato chiaro. Rizzatosi sulle staffe disse: "Compagni!La
fortuna che ci ha tradito oggi ci arriderà domani. Io esco da Roma.
Chi vuole continuare la guerra contro lo straniero mi segua. Offro
fame, sete, marce forzate, morte; per tenda il cielo, per letto la
terra. Chi ha il nome dell'Italia non soltanto sulle labbra ma
anche nel cuore venga con me!" Garibaldi e Anita uscivano dalla
città alla testa di quattromilaseicento uomini, col proposito di
sferrare azioni di guerriglia nell'Italia centrale. Anita, che
appariva sempre più pallida, confidò al marito i suoi mali: spesso
vacillava e tremava. Aveva la febbre, non credeva che ciò
dipendesse dalla gravidanza. La ragione doveva essere più seria.
Comunque i garibaldini continuavano a risalire la penisola fra
mille difficoltà. Il gonfaloniero della città di Arezzo non volle
farli passare temendo la vendetta dell'Austria e così Garibaldi
dirottò su San Marino con l'idea di raggiungere Macerata dove sei
mesi prima era stato eletto deputato al parlamento di
Torino. |