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Nel decennio successivo alla Prima
Guerra Mondiale, l'Arma fu impegnata in tutto il Paese a contenere
una serie di gravi agitazioni, motivate da rivendicazioni
socio-economiche, spesso sconfinanti in manifestazioni
caratterizzate da saccheggi e disordini. Nello stesso periodo i
Carabinieri, per disposizione delle autorità di governo, dovettero
eseguire - loro malgrado - numerosi arresti e traduzioni anche di
eminenti personalità del mondo politico e culturale dell'epoca. In
tale quadro s'inserisce un episoodio che ebbe a protagonisti il
pensatore Antonio Gramsci, di cui è stato appena celebrato il
cinquantenario della morte, e il brigadiere che ne comandava la
scorta durante il trasferimento da un penitenziario all'altro.
Nelle "Lettere dal carcere" Gramsci racconta testualmente:
"...Entrò il caposcorta, un brigadiere gigantesco, che nel fare
l'appello, si fermò al mio nome e mi domandò se ero parente del
"famoso deputato Gramsci". Risposi che ero io stesso quell'uomo e
mi osservò con sguardo compassionevole... A tutte le fermate lo
sentii che parlava di me, sempre qualificandomi come il "famoso
deputato"... (devo aggiungere che mi aveva fatto mettere i ferri in
modo più sopportabile).. A un certo momento, il brigadiere...
attaccò discorso. Era un tipo straordinariamente interessante e
bizzarro, pieno di "bisogni metafisici" come direbbe Schopenhauer.
Mi disse che si era immaginato la mia persona come "ciclopica" e
che era molto disilluso da questo punto di vista. Leggeva allora un
libro di M. Mariani, l'Equilibrio degli egoismi, e aveva appena
finito di leggere un libro di un certo Paolo Gilles, di
confutazione al marxismo... mi piaceva sentirlo parlare con tanto
entusiasmo di tante idee e nozioni disparate, come può parlarne un
autodidatta intelligente... ". |