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L'antitaliano
Devo aver pensato ai carabinieri,
quando ho scelto come titolo della mia rubrica sull'Espresso,
l'antitaliano. Antitaliano intendiamoci non come nemico di una
patria a cui l'Arma si proclama "nei secoli fedele", ma diverso dal
costume italiano medio, dai vizi italiani più diffusi, Gli italiani
sono mammisti, ma carabinieri in giro con le mamme se ne vedono
pochissimi. Un carabiniere che suona il mandolino a Posillipo lo
avete mai visto? Io mai. Gli italiani sono rumorosi, i carabinieri
taciturni, i primi seri sempre pronti a mercanteggiare, i secondi
anche se devono darti una multa per sosta vietata hanno il volto
della inflessibilità; gli italiani sono tutti intelligenti, "cca
nisciuno è fesso", i carabinieri sopportano da sempre, senza batter
ciglio, sotto sotto, credo, inorgogliti, le barzellette che li
descrivono tardi, lenti, testoni. Come se non fosse questa modesta
serietà e lentezza il fondamento delle nazioni civili, come se non
fosse il contrario di una società civile l'andirivieni caotico, il
reciproco imbroglio, l'esser tutti furbi che caratterizza ancora il
bel paese. Entri in una caserma dei carabinieri e capisci
immediatamente che qui ci vivono italiani di un tipo diverso:
sobri, poveri ma sempre in ordine; immersi nella vita sociale, nel
caos italiano ma sempre, a loro modo, staccati. Con un carabiniere
in divisa non familiarizzi, un carabiniere non lo chiami "ehi
capo", a un ufficiale dei carabinieri non dai del dottore, con i
carabinieri sai che le ipocrisie e gli andanti popolari non
attaccano. lo ho capito la diversità del carabiniere, il suo
sentirsi parte di un ordine quasi religioso, durante la guerra
partigiana. Eravamo in valle Varaita ed era arrivato nella nostra
banda un appuntato dei carabinieri mi pare di Sorrento: in borghese
sembrava quasi un napoletano anche se c'era in lui, sempre,
qualcosa di riservato, di contegnoso, Lo chiamavamo Tano, faceva il
cuoco ma era anche fra i migliori a combattere e poco per volta
divenne come la mia ombra, il mio aiutante di campo; l'uomo, lo
sentivo, che avrebbe dato la pelle per me. Eppure una sera
dell'agosto '44 veniva da me che passeggiavo poco fuori
l'accampamento, si metteva sull'attenti e diceva: "comandante,
domani parto". "Parti? Per dove" "Abbiamo ricevuto l'ordine,
dobbiamo formare dei distaccamenti di carabinieri, abbiamo
appuntamento domani sopra Casteldelfino". Io non gli chiesi e lui
non mi disse chi gli aveva portato l'ordine, che cosa avrebbero
fatto, da chi sarebbero dipesi. Salutò come se avesse in testa il
cappello da carabiniere e parti. Diversi, ma nella continuità. Come
piemontese a cui era stato inculcato il senso dello stato capivo
perfettamente che la continuità dello stato doveva essere più forte
della guerra civile e della grande aria di novità e di mutamento
che c'era fra noi partigiani; capivo che la guerra stava per finire
e che stavano per tornare i tempi normali, dunque di un paese
inconcepibile senza i carabinieri. Poi a cementare questo rispetto,
questa fiducia nella diversità sono arrivati i giorni di Dalla
Chiesa: lui sulla trincea del grande poliziotto, del grande
repressore; io su quella del garantismo che riconosceva le
necessità del rigore ma che non voleva veder guastato lo stato di
diritto. lo lo criticavo e lui non reagiva all'italiana, con
proteste al direttore. Lui taceva. Ma quando fu solo a Palermo e
dovette confidarsi con un giornalista mi mandò a chiamare e mi
diceva: "Ho voluto che venisse lei, abbiamo la stessa età e credo,
in molte cose, le stesse idee. Non ci piace uno stato di
delinquenti, non è vero?" No, non ci piace. Ed è per questo che
rispettiamo l'Arma a cui non piace l'Italia pasticciona.
GIORGIO
BOCCA |