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Le
due Missioni Tiph a Hebron, in Palestina, sono indubbiamente
missioni di peace-support, espletate in
tempi diversi, ma con uguali finalità e stessa tecnica operativa.
Due missioni che, come le altre, mettono in rilievo quanto a
livello internazionale la professionalità italiana nel settore sia
stata e sia riconosciuta, al punto da richiedere esplicitamente la
presenza dei Carabinieri italiani in un contingente internazionale
al quale veniva affidata una missione, quella di osservatori di
Polizia, in un territorio in cui si intrecciavano problemi
religiosi, sociali, economici e anche etnici.
Tiph 1
(1994)
 La prima delle missioni, la
Tiph 1, fu avviata nel 1994, a seguito dell'uccisione di 29
cittadini palestinesi e del ferimento di altri 60 da parte di
un colono israeliano, Baruch Goldstein, nella città di Hebron,
davanti alla Tomba dei Patriarchi. Con un'area approssimativa
di 32 kmq, la città, situata nella parte meridionale della
cosiddetta West Bank (Cisgiordania), contava circa 150.000
abitanti, in grande maggioranza palestinesi, e poche centinaia
di coloni ebrei. Tra le più antiche del mondo, con notevoli
tradizioni storiche e culturali, Hebron, passata in mano
israeliana dopo la "Guerra dei sei giorni" del 1967, è una
delle quattro città sante del Talmud. Una città santa con
doppia valenza religiosa: narrano infatti i Sacri Libri che vi
sarebbe sepolto Abramo (Ibrahim), fondatore del giudaismo per
gli ebrei e profeta venerato per i musulmani.
La Moschea dove si suppone si trovi la tomba di Abramo (Ibrahim) è
stata chiusa, insieme al mercato ortofrutticolo, appunto il giorno
dell'uccisione dei 29 palestinesi: tutto quel territorio fu
dichiarato zona militare con le conseguenze giuridico-legali
connesse a tale decisione (governo militare, applicazione di codici
penali militari, e spesso di guerra), compresa la possibilità di
imporre il coprifuoco. Essendo considerata dai musulmani un Luogo
santo, per mantenere una certa calma la Moschea avrebbe dovuto
essere riaperta in tempi brevi, e non certo essere trasformata in
Sinagoga, come invece i coloni ebrei stavano facendo.
In quella occasione il processo di pace per la Palestina subì
preoccupanti interruzioni; il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite, il 25 febbraio 1994, con la risoluzione n. 904, invitò la
comunità internazionale ad intervenire per proteggere con idonee
misure la popolazione civile palestinese. In seguito al massacro,
Yasser Arafat aveva ritirato la delegazione dell'Organizzazione per
la Liberazione della Palestina (Olp), della quale era il
presidente, da ogni ulteriore negoziato per la pace con Israele.
Era disponibile a rivedere le sue decisioni se fossero stati
inviati degli osservatori internazionali nella città di Hebron. Le
parti contendenti posero delle pregiudiziali alla partecipazione di
alcuni Stati a questa missione, ma si dichiararono concordi oltre
che per la Danimarca e la Norvegia, anche per l'Italia, apprezzando
in tal maniera la politica estera e la sensibilità da quest'ultima
dimostrata nella gestione internazionale del problema
arabo-israeliano.
Con la mediazione di questi tre Stati, il 31 marzo 1994 Israele e
l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina firmarono al
Cairo un accordo che prevedeva una Presenza Temporanea
Internazionale di un contingente multinazionale in Hebron (Tiph,
Temporary International Presence in Hebron),
composta da unità che venivano chiamate osservatori di Polizia
( Police observers). Il contingente
internazionale fu composto da 160 unità (90 norvegesi, 35 danesi e
35 italiani), 60 delle quali avevano i compiti di osservatori e le
restanti erano di supporto logistico e amministrativo.
L'accordo del
Cairo prevedeva anche che il personale della missione dovesse
riferire su eventi particolari ad un Comitato Paritetico di Hebron
(Joint Hebron Committee), che comprendeva
due rappresentanti per ciascuna delle due parti contendenti: il più
anziano sarebbe stato da parte palestinese il Sindaco di Hebron, e
da parte israeliana il Direttore dell'Amministrazione civile del
Distretto di Hebron. Un rappresentante della Tiph sarebbe stato
chiamato due volte a settimana a partecipare agli incontri del
Comitato per riferire sull'attività della missione. Periodicamente
il Capo della stessa avrebbe riferito al Comitato di Collegamento
Israelo-Palestinese (Joint Israeli-Palestinian
Liaison Committee).
Dopo 73 anni i Carabinieri tornavano in terra palestinese, ancora
una volta in missione di pace: fu inviato un contingente di 33
unità (19 carabinieri del Battaglione Paracadutisti "Tuscania" e 12
unità appartenenti all'Arma territoriale), integrato da due
marescialli dell'Arma delle Trasmissioni dell'Esercito, Reggimento
"Leonessa", e da due civili, funzionari della Cooperazione allo
Sviluppo del Ministero degli Esteri. I carabinieri, completamente
disarmati, come gli altri osservatori, solo con giubbotto
antiproiettile e elmetto antiproiettile, indossarono una uniforme
bianca con una fascia rossa sul braccio, con la scritta Tiph. Fra
le unità inviate in Palestina vi erano uomini con solida esperienza
professionale, che avevano già partecipato a missioni in Libano, in
Somalia, in Mozambico e in Cambogia.
La prima Missione Internazionale Tiph fu attiva dall'8 maggio all'8
agosto 1994, quando fu ritirata perché l'Organizzazione per la
Liberazione della Palestina e Israele non riuscirono a mettersi
d'accordo sull'estensione temporale del mandato. L'8 maggio alle
ore 12 il contingente internazionale fece il suo ingresso a Hebron.
Ne era il Comandante un generale della Polizia norvegese, ex capo
delle Forze di Polizia Civile per l'Unprofor (v. pag. 114 e segg.).
L'ufficiale italiano che comandava il contingente fu designato come
Vice Comandante Operativo della Missione in Hebron, mentre il suo
collega danese si occupò con lo stesso incarico della parte
logistica. All'ufficiale italiano dei Carabinieri, che aveva fatto
parte dell'Advanced Team (Nucleo di Ricognizione Avanzata
internazionale), fu affidato il compito di tenere i collegamenti
con la parte palestinese; ad un ufficiale danese il compito di
tenerli con gli israeliani.
La situazione non era facile, causa l'atmosfera che si respirava
nella città di Hebron: la vita dei civili era penalizzata da
numerosi posti di blocco, perquisizioni, arresti disposti dalle
autorità israeliane; il commercio languiva e l'economia era
depressa, rendendo ancora più problematica la quotidianità del
vivere. L'area di Hebron era gestita dal Comando militare
israeliano: vi si applicavano costantemente le leggi marziali
vigenti nel territorio; la situazione generale risultava assai
pesante per un clima di paura e di forti tensioni.
Il 12 maggio aveva avuto luogo un tentativo dei commercianti
palestinesi del mercato ortofrutticolo di sfidare l'interdizione
degli israeliani e di riaprire le loro attività. Vi fu un nutrito
numero di incidenti. L'Esercito israeliano chiuse immediatamente
l'area, che era zona militare, e ne proibì l'accesso anche ai
membri della missione. Solo dopo alcuni giorni, a seguito delle
proteste dell'Ambasciatore norvegese (la cui nazione guidava la
missione) e della stessa Tiph, gli israeliani tolsero il blocco. Si
trattava di far recedere il Governo di Gerusalemme dalla rigida
applicazione di un codice militare utilizzato per i civili in una
situazione considerata non bellica dalla comunità internazionale,
ma reputata come tale da Israele. |