Nel Corno d'Africa, la
Somalia, un ampio territorio che copre un'area di circa
638.000 kmq, aveva raggiunto l'unificazione con il
Somaliland britannico e l'indipendenza
nel 1960, come si è visto nel capitolo dedicato all'Afis
(Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia). Non
aveva allora e non ha tutt'oggi possibilità di trasporti; non
ha ferrovie; le strade asfaltate sono pochissime e in pessime
condizioni. Nel Paese vi sono solo due fiumi, il Giuba e
l'Uebi Shebeli, che sfociano entrambi nell'Oceano Indiano:
l'area tra di essi è l'unica fertile per l'agricoltura; il
resto del territorio ha vegetazione assai scarsa. Mogadiscio
è la città più grande e l'unico centro commerciale.
Dopo un periodo di relativa calma e di crescita, sia pur lenta,
della nazione, nel 1969 un colpo di Stato militare, guidato dal
generale Siad Barre, aveva spostato gli equilibri politici
all'interno e nei rapporti con le grandi potenze. La situazione era
rimasta precariamente stabile, nonostante una attiva guerriglia
antigovernativa. Siad Barre guidava la nazione con polso fermo da
Mogadiscio; eppure non riusciva ad evitare che la Somalia
scivolasse sempre di più verso una pericolosa instabilità e verso
l'anarchia.
Nel 1991 le varie fazioni a base etnica che si erano costituite
riuscirono a rovesciare Siad, colui che consideravano un feroce
dittatore, ma non trovarono un accordo successivo su chi dovesse
gestire il potere e in qual modo. Una Conferenza Nazionale di
Riconciliazione, tenutasi a Gibuti dal 15 al 21 luglio di
quell'anno, non aveva avuto effetti pratici: aveva anzi rinfocolato
l'antagonismo fra i clan. La fine del regime non fu seguita da un
altro potere forte o da un potere democratico capace di guidare il
Paese verso una relativa sicurezza e crescita economica. Un
terribile vuoto di potere si sostituì a un Governo forte,
atrofizzando le poche istituzioni statali che avevano continuato a
funzionare dal 1969, pur tra compromessi e corruzione.
Dal 1991 fame, malattie e scontri tra fazioni decimavano la
popolazione e la comunità internazionale decise di andare in
soccorso dei civili somali, inviando ingenti quantità di aiuti
alimentari e sanitari, tramite molte organizzazioni di soccorso,
governative e non. L'operazione Unosom I (United
Nations Operation in Somalia, Operazione delle Nazioni Unite
in Somalia) fu autorizzata con la risoluzione n. 751 del 24 aprile
1992 dal Consiglio di Sicurezza e ampliata successivamente,
considerando gli avvenimenti succedutisi in quella parte del Corno
d'Africa nell'agosto dello stesso anno. A seguito della risoluzione
dell'aprile, furono inviati in Somalia 50 osservatori militari
(Unmos, United Nations Military Observers),
ai quali si aggiunsero, nel settembre 1992, 750 "caschi blu"
inviati dal Pakistan. Unosom I sarebbe stata integrata in seguito
da altre 2.750 unità addette alla sicurezza, 720 per il supporto
logistico e 200 funzionari civili.
Nonostante gli
sforzi internazionali, Unosom I, dislocata nel porto di Mogadiscio,
non riusciva ad assolvere il mandato per la quale era stata creata:
in sintesi, sorvegliare la precaria tregua fra i clan rivali e
collaborare con le organizzazioni umanitarie nell'assistenza alle
popolazioni civili. Per dare sicurezza agli operatori di Unosom I,
il 26 novembre 1992 gli Stati Uniti proposero l'invio in Somalia di
un proprio contingente militare di almeno 20.000 uomini: anche in
seguito a questa offerta, il 3 dicembre, con la risoluzione n. 794,
il Consiglio di Sicurezza autorizzò l'impiego di una forza
multinazionale, purché fosse ripristinata in Somalia una situazione
di sicurezza tale da consentire la distribuzione degli ingenti
aiuti umanitari inviati dalla comunità internazionale ad una
popolazione civile vittima di guerre tra clan di ampia portata
territoriale.
Fu così istituita la Unitaf (Unified Task
Force, Forza Speciale Unificata multinazionale), articolata
come combined joint task force e comandata
dagli Usa, che ebbero l'intera responsabilità dell'operazione.
Questa imponente forza Onu (45.000 uomini), alla quale partecipò
anche l'Italia (Italfor) iniziò ad operare all'alba del 9 dicembre
1992, con lo sbarco sulla spiaggia di Mogadiscio di una task force
(unità operativa speciale) americana. Era iniziata l'operazione
Restore Hope (Ridare la speranza), un
intervento che presentò difficoltà sicuramente non valutate nella
loro totalità al momento delle decisioni. L'aiuto internazionale
s'imponeva, secondo lo spirito dello Statuto delle Nazioni Unite,
per far rispettare i diritti umani e ristabilire istituzioni
statuali in uno Stato che aveva cessato di esistere in quanto tale
e che rendeva instabile il Corno d'Africa: una minaccia in più, in
una regione strategica già turbolenta, anche per la situazione
critica dell'Etiopia all'interno e con l'Eritrea. Unosom I e
Unitaf, insieme, riuscirono a portare soccorso alle popolazioni e a
pianificare il disarmo delle milizie claniche.
Il 26 marzo del 1993, con la risoluzione n. 814, il Consiglio di
Sicurezza approvò un nuovo intervento più organico e incisivo: fu
così decisa la costituzione di Unosom II, sotto la diretta
responsabilità delle Nazioni Unite, e dichiarata terminata la
Missione Unosom I con l'Unitaf. Il 1° maggio di quell'anno le
responsabilità di Unitaf passarono a Unosom II, mentre la cessione
del comando militare avvenne il 4 maggio, tra il cedente generale
americano e il subentrante generale turco.
Il mandato internazionale per Unosom I era stato, oltre quanto
sopra ricordato rispetto alle popolazioni civili, quello di
sorvegliare il "cessate il fuoco" a Mogadiscio e garantire
protezione e sicurezza al personale Onu nel porto e nell'aeroporto
di Mogadiscio. Unosom II, missione politica e militare, fu attivata
ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, cioè con
un mandato forte, che dava la possibilità di adottare misure
coercitive per rispondere ad aggressioni, minacce e violazioni
della pace.
Il compito più importante fu forse quello di fare in modo che tutte
le fazioni continuassero a rispettare la tregua e gli altri accordi
decisi nell'incontro di Addis Abeba del gennaio (che riguardavano
principalmente la cessazione delle ostilità) e del marzo 1993, alla
fine della Conferenza di Riconciliazione Nazionale per la Somalia
tenutasi nella capitale etiopica. Quello di Addis Abeba era stato
un incontro dei "leader politici somali", i quali si erano, tra
l'altro, trovati d'accordo sulla necessità di ristabilire una Forza
di Polizia Somala nazionale e regionale, per poter condurre la
nazione verso un qualche ordine e una qualche stabilità. All'atto
del rovesciamento di Siad Barre la Polizia somala era stata
disciolta.
La rinnovata
presenza delle Forze delle Nazioni Unite doveva dunque prevenire
ogni ripresa della violenza e, se necessario, intraprendere idonee
azioni, incluse eventuali misure di coercizione, contro quella
fazione che violasse la tregua o minacciasse di farlo. Tra i
compiti previsti vi era anche il ripristino delle strutture
istituzionali e la rifondazione di uno Stato somalo organico e
democraticamente rappresentativo di tutte le etnie del Paese. In
questo quadro, e prendendo nota della volontà dei leader somali, fu
anche previsto di assistere la Somalia nel difficile compito di
ricostituzione della propria Polizia.
Doveva essere una operazione di peace-support ma, con gli incidenti del giugno e del
luglio 1993, divenne soprattutto una operazione di
peace-enforcing: operazione che
provocò, fra i partecipanti alla missione, anche forti
divergenze di vedute sulla sua conduzione e sulla politica da
seguire nei confronti dei due più importanti "Signori della
Guerra" somali, Mohammed Aidid e Ali Mahdi, di fatto gli
arbitri della situazione.
Il 1° aprile 1993, facendo seguito alla citata risoluzione del
Consiglio di Sicurezza n. 814, il Segretario Generale delle Nazioni
Unite formalizzava le sue richieste all'Italia per ottenere la
partecipazione di un contingente militare italiano come contributo
alla missione. Il Segretario Generale chiariva che parte del
contingente multinazionale Unosom II sarebbe provenuto da quello
già presente in Somalia per Unosom I, sotto il comando Unitaf.
Elementi addizionali sarebbero stati integrati in quel contingente
per la nuova forza disposta. Nella stessa lettera veniva richiesto
esplicitamente personale da integrare nella Compagnia
Multinazionale di Polizia Militare: un capitano, un tenente e 18
ulteriori unità. Questa ultima richiesta era di stretta competenza
dell'Arma dei Carabinieri, alla quale erano stati fatti riferimenti
informali per via diplomatica.
Tutte le Forze Armate italiane, con le operazioni Ibis I, II e III,
furono impegnate dall'11 dicembre 1992 al 14 marzo 1995 (integrate
nel contingente multinazionale Unosom I e II, Unitaf,
United Shield), giorno in cui a
Brindisi arrivarono gli ultimi reparti dell'Esercito e del
Battaglione "San Marco", che avevano agevolato il completo
ritiro delle forze residue delle Nazioni Unite dall'area di
Mogadiscio: la parte militare dell'operazione umanitaria in
Somalia terminò il 3 marzo 1995. Da quel momento rimasero sul
territorio solo elementi civili delle organizzazioni Onu e
delle Organizzazioni Non Governative (Ong).
Per la prima volta, dopo il secondo conflitto mondiale, le Forze
Armate italiane ebbero dei feriti gravi e dei caduti: non in una
guerra dichiarata, ma in una operazione umanitaria di supporto alla
pace.
L'11 dicembre 1992 partiva dunque da Pisa il primo nucleo del
contingente italiano, composto da uomini della "Folgore" e dagli
incursori del 9° Battaglione "Col Moschin". Contemporaneamente, dal
porto di Livorno, con mezzi della Marina Militare e civili
noleggiati per l'occasione, partiva il resto del contingente. In
questo quadro la partecipazione dell'Arma fu molteplice e
diversificata: sia come studi preparatori e collaborazione
tecnico-professionale con le autorità internazionali, sia come
contingente (di circa 80 unità), integrato in Italfor-Ibis I e II,
e gruppo autonomo di esperti, integrati in Uncivpol, durante Unosom
II per la ricostituzione della Polizia somala: dopo un trentennio i
Carabinieri ritornavano nella Somalia post-coloniale con lo stesso
compito, già precedentemente espletato.
Con Ibis I, un
primo nucleo di 25 militari di particolare esperienza in missioni
fuori area, appartenenti al 1° Battaglione Paracadutisti
"Tuscania", partì con il resto della Forza, inquadrato nell'ambito
della Brigata Paracadutisti "Folgore"; a fine marzo 1993, erano
presenti 5 ufficiali, 8 sottufficiali e 53 carabinieri; i
paracadutisti del "Tuscania" sarebbero rimasti fino al 6 aprile
1994 in Somalia, integrati in Unosom II.
Nella prima fase dell'operazione, i Carabinieri assolsero
principalmente funzioni di polizia militare del contingente
italiano; organizzarono servizi di scorte alle delegazioni delle
autorità italiane e internazionali in visita e ai convogli
umanitari; costituirono una riserva, spesso utilizzata, per il
pronto impiego; fornirono protezione alla sede diplomatica
italiana; effettuarono perquisizioni e rastrellamenti di armi
nell'area di Mogadiscio; furono responsabili dei controlli
aeroportuali di Polizia Militare. Con il progressivo aggravarsi
della situazione, il Distaccamento Carabinieri "Tuscania" in
Somalia, insieme alle unità di paracadutisti della "Folgore", fu
impiegato come riserva di intervento, su richiesta dello stesso
Comando Unosom, per quei servizi ad alto rischio che erano
normalmente affidati a Forze Speciali. Nelle varie operazioni
effettuate, i carabinieri si sono notevolmente distinti, tanto che
per loro furono avanzate 23 proposte di ricompense e/o di
riconoscimento. Quattro furono i feriti tra gli uomini
dell'Arma.
Il Distaccamento Carabinieri per le Missioni Unosom era alle
dirette dipendenze del Comando Italfor, che lo impiegò solo in
misura ridotta per compiti di polizia, privilegiandone per la prima
volta un utilizzo tipico delle Forze Speciali, come elementi
combattenti di alta professionalità ai quali sono devoluti compiti
specifici. La maggior parte del Distaccamento era dislocato a
Mogadiscio, sede del Comando italiano, mentre alcuni nuclei erano
andati al seguito dei reparti del contingente italiano dislocati
sul territorio (Balad, Bulo Burti, Belet Uen, Gialalassi e
Gihoar).
Come sopra ricordato, nel periodo di presenza in Somalia, i
carabinieri paracadutisti, oltre a svolgere attività di polizia
militare, hanno partecipato a tutte le operazioni condotte dalle
forze italiane: diversi furono i momenti di grave rischio durante i
quali esse si sono distinte. Il primo è datato 5 giugno 1993: forze
pakistane Unosom tentarono di occupare la sede della radio di
Mogadiscio. La reazione dei guerriglieri somali fu violenta e nello
scontro morirono 23 militari pakistani, mentre i restanti si
asserragliarono all'interno della Manifattura Tabacchi.
Intervennero in aiuto sei mezzi cingolati del Distaccamento
Paracadutisti dei Carabinieri, unitamente al personale del 9°
Battaglione d'assalto "Col Moschin": gli italiani liberarono
dall'assedio i militari pakistani e recuperarono i cadaveri.
Nel luglio del 1993 due sono gli episodi, fra i tanti, che più
mettono in risalto l'azione dei carabinieri presenti quale arma
combattente ed i pericoli corsi da loro, così come da tutti i
componenti del contingente italiano. Il 2 luglio un Reparto di
formazione di carabinieri paracadutisti partecipava all'operazione
denominata "Canguro 12", decisa dal Comando Italfor, inquadrato nel
Raggruppamento Paracadutisti "Folgore", colonna "Alfa":
rastrellamento del quartiere Haliwaa, a nord di Mogadiscio.
Scoppiarono gravi incidenti. Quando il Comando italiano dichiarò
conclusa l'operazione, il Reparto di carabinieri riceveva l'ordine
di rientrare alla base; contemporaneamente la colonna italiana
"Bravo", che si stava ritirando verso nord, venne attaccata da
guerriglieri somali nella nota e pericolosa zona vicino al
pastificio. A quel punto i carabinieri già alla base ricevettero
l'ordine di uscire nuovamente per raggiungere il check point "Pasta" ed evacuare i feriti italiani.
Insieme agli incursori del "Col Moschin", i carabinieri si aprirono
combattendo la strada verso l'obiettivo: forzarono le barricate che
erano state poste lungo il percorso e snidarono cecchini e tiratori
somali. Giunti sul posto, effettuarono una pericolosa azione di
rastrellamento dell'area. Riuscirono poi a tornare alla base,
agevolando il rientro degli altri Reparti italiani con un
consistente fuoco di copertura alla Colonna. È doveroso ricordare
che quel 2 luglio l'Italia perdette 3 militari e 36 furono feriti
(tra i quali due carabinieri del "Tuscania"), alcuni in modo assai
grave. E il 9 luglio, sempre a Mogadiscio, nella zona del Porto
Nuovo, mentre era in pattugliamento, un altro carabiniere veniva
ferito da un cecchino. |