|
|
Home > L'Arma > Oggi >
Missioni all'estero >
1936 - 2001 >
Parte
II >
1992 - 1993
1992-1993 Nella lontana Asia: una
missione umanitaria difficile.
Quando le Nazioni Unite
decisero il loro intervento in Cambogia, fu subito chiaro che
la missione sarebbe stata la più impegnativa di quel periodo:
avrebbe dovuto impiegare, alla sua costituzione, circa 20.000
unità (tra civili e militari), che potevano arrivare fino a
26.000, per un costo totale di oltre due miliardi di dollari e
con la partecipazione di circa 40 Paesi. Impiegò 22.500
persone. Durante lo svolgimento della missione, che si
configurava in pratica come una amministrazione controllata da
parte delle Nazioni Unite, la Cambogia adottò una bandiera
provvisoria con lo stesso sfondo azzurro che caratterizza il
vessillo delle Nazioni Unite. Il 23 ottobre 1991 veniva
firmato a Parigi un importante accordo di pace per la
Cambogia: a lungo nell'ambito Onu erano stati cercati i mezzi
per riportarla ad una condizione di ordine e garanzia dei
diritti umani.
Il Consiglio di Sicurezza si era occupato della questione fin dal
lontano 1979, da quando il Vietnam si era inserito nei problemi
interni cambogiani, facendo intervenire le sue truppe oltre confine
e aggravando una situazione già estremamente complessa. In quella
occasione i cinque membri permanenti del Consiglio, detentori del
diritto di veto, non avevano raggiunto l'unanimità su alcun tipo di
intervento e quindi non era stato possibile prendere iniziative
concrete.
Nonostante i risultati nulli ottenuti in sede del Consiglio di
Sicurezza, l'Assemblea Generale nelle sue riunioni continuò a
monitorare la situazione cambogiana, chiedendo al Segretario
Generale di seguire la questione da vicino e di riferirne
all'Assemblea, autorizzandolo ad usare la sua influenza per dare
una soluzione pacifica al conflitto in atto. In sede di riunione
plenaria gli Stati membri dell'Onu auspicarono con chiarezza il
ritiro delle forze straniere (cioè le vietnamite) dal territorio
cambogiano e chiesero che fosse rispettato il diritto
all'autodeterminazione di quel popolo. Nelle risoluzioni di volta
in volta formalizzate, fu sempre sottolineata la necessità di dare
assistenza umanitaria alle popolazioni civili.
Nell'aprile del 1989, il Vietnam, in seguito alle pressioni
mondiali e a problemi di equilibrio politico nella regione - la
Cina non lo appoggiava più come nel decennio precedente -, annunciò
che aveva deciso di completare il ritiro delle proprie truppe per
la fine del mese di settembre. L'annuncio vietnamita, dato quasi a
sorpresa, e altri incoraggianti sviluppi politico-strategici
regionali ai fini della normalizzazione della situazione
cambogiana, determinarono il Governo francese, forte della sua
tradizionale e secolare influenza in quella zona, a organizzare un
incontro tra le parti (la Conferenza di Parigi per la Cambogia,
Paris Conference for Cambodia, Pcc), con la
presenza degli altri protagonisti della regione, per trovare, con
la sua mediazione, una soluzione definitiva. La
Conferenza fu tenuta a Parigi dal 30 luglio al 30 agosto 1989 e
riuscì a far incontrare al tavolo delle negoziazioni le quattro
fazioni in lotta nella Cambogia, i sei Stati dell'Asean
(Association of South-East Asia
Nations, Associazione delle Nazioni dell'Asia
Sud-Orientale) (Ndr: si tratta di un accordo regionale
destinato a promuovere tra i suoi membri una cooperazione
economica e a offrire un fronte comune contro i tentativi di
infiltrazione sovversiva dei Paesi alleati dell'Urss.):
Brunei Darussalam, Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore,
Thailandia; i cinque membri permanenti delle Consiglio di
Sicurezza: Cina, Francia, Russia, Gran Bretagna e Stati
Uniti; e poi Australia, Canada, India, e Giappone. Fu
presente anche lo Zimbabwe, nella sua qualità di Presidente
della Conferenza dei Paesi Non Allineati e, naturalmente, il
Segretario Generale delle Nazioni Unite.
 La Conferenza di Parigi
riuscì a mettere d'accordo le parti non solo sulla fine del
conflitto armato, ma anche per un programma di ricostruzione
della Cambogia e di rimpatrio dei rifugiati, per ricostituire
quel tessuto umano e sociale distrutto da un decennio di
violenze continuate. Non fu in grado, però, di far raggiungere
un accordo alle fazioni in lotta nel Paese per quanto
riguardava la titolarità e l'uso del potere, in forma
condivisa soprattutto durante il periodo di transizione, per
il ritorno alla normalità, in attesa del completo ritiro delle
forze straniere. Durante il 1989 si concretò nella comunità
internazionale l'idea che la ricostruzione dello Stato
cambogiano sarebbe stata possibile solo con un imponente
sforzo comune, materiale (uomini e mezzi) e
organizzativo.
Il 28 agosto del 1990 i membri del Consiglio di Sicurezza
arrivarono ad un accordo generale che riguardava tutti i settori di
possibile intervento in Cambogia. Pochi giorni dopo, agli inizi di
settembre, Francia e Indonesia invitarono le quattro fazioni
cambogiane e le Nazioni Unite a riunirsi a Jakarta (Indonesia). In
quella riunione furono accolte le proposte avanzate: le parti in
lotta accettarono di far parte del Supreme National
Council (Snc, Supremo Consiglio Nazionale, la cui
costituzione era stata decisa dal Consiglio di Sicurezza pochi
giorni prima) e designarono i dodici membri previsti. Il Council
ebbe un lento avvio dei lavori, a causa della difficoltà di trovare
un consenso generale per l'elezione del suo Presidente, nodo che si
sciolse solo nel luglio 1991, quando le parti finalmente si
accordarono sul nome del principe Norodom Sihanouk. Il noto uomo di
Stato era stato spodestato dal generale Lon Nol nel 1969, il quale
a sua volta era stato cacciato dai Khmer rossi nel 1975, con la
caduta di Phnom Penh, nell'aprile di quell'anno, e l'instaurazione
del regime di terrore di Pol Pot.
Il 20 settembre del 1990 il Consiglio di Sicurezza accettò quanto
era stato previsto nei lavori precedenti e adottò all'unanimità la
sua prima risoluzione ufficiale riguardante la Cambogia
( Unscr, United Nations Security Council
Resolution, n. 668/90). Un anno dopo, il 20 novembre
1991, l'Assemblea Generale avrebbe espresso pieno consenso e
appoggio a quanto deciso nella Conferenza di Parigi. Intanto,
il 23 ottobre 1991, la Conferenza per la Cambogia si era
riunita di nuovo a Parigi: fu firmato un accordo su un
definitivo assetto politico di quello Stato, che prevedeva
appunto un grande impegno delle Nazioni Unite nella difficile
fase di transizione.
I punti essenziali dell'accordo erano i seguenti: ritiro di tutte
le forze straniere operanti sul territorio e non ritorno delle
stesse; cessazione degli aiuti militari esterni alle varie fazioni;
sganciamento e disarmo di tutte le forze belligeranti;
smobilitazione del 70 per cento delle forze militari di qualsiasi
fazione; rimpatrio e ricollocazione di tutti i rifugiati e delle
persone trasferite dalle loro zone di appartenenza, comprendendo in
questo aspetto anche il reinserimento di perseguitati politici,
prigionieri di guerra, amnistiati civili e militari congedati;
rilascio di tutti i prigionieri di guerra e degli internati civili;
libere e sicure elezioni di una Assemblea Costituzionale; appoggio
della comunità internazionale per la riabilitazione e la
ricostruzione della Cambogia. Un programma intenso, con notevoli
difficoltà politiche e operative.
 Allo scopo di preparare sul
luogo l'organizzazione di una missione così importante anche
per la sua valenza politica, a richiesta dello stesso
Supreme National Council, e basandosi
sulle raccomandazioni espresse dal Segretario Generale in un
suo rapporto del settembre 1991 (S/23097), il Consiglio di
Sicurezza, con la risoluzione n. 717 del 16 ottobre e n. 46/18
del 20 novembre 1991, decise di costituire una autorità
provvisoria internazionale di governo e di inviare un gruppo
di esperti, militari (116) e civili (144), provenienti da 24
Paesi (l'Italia in quel momento non fu inclusa fra questi),
quale United Nations Advanced Mission
in Cambodia (Missione Avanzata delle Nazioni Unite in
Cambogia, Unamic). Questi esperti dovevano sovrintendere al
"cessate il fuoco" e curare la fase di transizione tra la fine
effettiva del conflitto militare e l'avvio della missione
delle Nazioni Unite per la ricostruzione dello Stato
cambogiano anche nei suoi aspetti
istituzionali-amministrativi.
L'inizio della Missione United Nations Transition
Authority in Cambodia (Autorità di Transizione delle Nazioni
Unite in Cambogia, Untac) era stato previsto per i primi mesi del
1992. Di essa avrebbero fatto parte anche molti dei componenti
l'Unamic, che si integrava nell'Untac. A causa della complessità
dell'operazione, fu deciso che l'Untac avrebbe avuto sette diverse
componenti: per i diritti umani; per le procedure elettorali; per
l'amministrazione civile; per i rimpatri; per la riabilitazione,
oltre alla componente militare armata di interposizione e a quella
di Polizia Civile (Civpol). La missione presentava grandi
difficoltà per tutti gli operatori e in specie per la componente
militare e per quella di Polizia Civile, la quale aveva, tra
l'altro, il controllo sull'operato della Polizia cambogiana, oltre
al compito di addestramento della stessa e alla responsabilità
diretta delle aree assegnatele.
L'operazione assumeva sempre più grande rilievo internazionale: le
rappresentanze politiche italiane espressero sia al principe
Sihanouk (come detto, Presidente del Supremo Consiglio Cambogiano),
sia alle Nazioni Unite la propria ferma volontà di dare un
contributo attivo e di partecipare alle forze di pace, inviando
funzionari civili. Già nel dicembre 1991 era stata positivamente
valutata in Italia l'opportunità di essere rappresentata nella
missione con un contigente militare. Ad essa parteciparono infatti,
come previsto, anche volontari e funzionari civili italiani.
Nel marzo 1992, fu richiesto formalmente alle autorità italiane di
contribuire in particolare alla componente di Polizia Untac Civpol
(che prevedeva circa 3.600 uomini) con almeno 75 carabinieri a
livello sottufficiali, coordinati da un ufficiale. Era stato
precedentemente richiesto, in modo informale, di contribuire anche
alla componente militare, in particolare al Gruppo di supporto
aereo, che prevedeva 10 aerei ad ala fissa (2 per le comunicazioni
e il collegamento; 4 per atterraggi e decolli corti e 4 da
trasporto) e 26 elicotteri (2 per trasporti pesanti; 6 per
trasporti normali e 18 per i collegamenti e altri servizi), insieme
a Francia e Olanda.
L'Italia si dichiarò disponibile a inviare 8 elicotteri AB-205,
autosufficienti per logistica e sicurezza, e relativi equipaggi;
propose inoltre l'impiego di una unità del Genio per il programma
di sminamento del territorio, unità che avrebbe collaborato, oltre
alla bonifica, anche all'addestramento di squadre di sminatori.
Questo onere finanziario sarebbe stato sostenuto dal Governo
italiano, mentre l'invio di altre forze doveva essere a carico
delle Nazioni Unite, secondo quanto stabilito nelle risoluzioni
adottate. |
|
|
|