Alla fine del secondo
devastante conflitto mondiale, gli imperi coloniali erano
ormai quasi del tutto tramontati. L'Onu (United Nations Organization, Organizzazione delle
Nazioni Unite) prevedeva l'indipendenza per tutti i territori
ex-coloniali, anche se con formule di differimento più o meno
lungo nel tempo: l'articolo 77 dello Statuto delle Nazioni
Unite fu tra i più discussi, studiati e, soprattutto,
interamente applicati. Quell'importante foro internazionale
divenne la tribuna del dibattito coloniale. Dieci anni
solamente passarono tra la fine della guerra e il Congresso
dei Paesi non allineati di Bandung (Indonesia), nel 1955, che
segnò l'avvio concreto e rapido verso l'autodeterminazione. Il
1960 sarebbe stato, per la maggior parte dei Paesi africani,
l'anno dell'indipendenza.
I problemi riguardanti le colonie italiane tennero per lungo tempo
viva l'attenzione delle varie commissioni del Trattato di pace
seguente la fine del secondo conflitto mondiale, che dovevano
stabilire la sorte di quei territori. Dopo lunghe discussioni e
alcune opposizioni, soprattutto da parte del mondo anglosassone, la
Somalia, sia la parte ex-colonia italiana che il Somaliland
ex-inglese, fu consegnata in Amministrazione Fiduciaria all'Italia,
che vi avrebbe esercitato, a proprie spese, la "tutela"
prevista.
Non fu facile ottenere questo riconoscimento da parte del consesso
internazionale, soprattutto per l'opposizione forte della Gran
Bretagna, condizionata da considerazioni di ordine politico e
strategico. In quel periodo, poi, l'Italia non faceva ancora parte
delle Nazioni Unite e quindi ancor più difficile fu il lavoro
diplomatico per ottenere quello che all'epoca veniva ritenuto un
irrinunciabile diritto per il Governo di Roma.
Il 1° aprile 1950 già si insediava sul territorio
l'Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia (Afis), anche
se l'Accordo internazionale relativo alla ex-colonia fu ratificato
dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite soltanto il 2 dicembre,
con la risoluzione n. 442: entro dieci anni, termine fissato
dall'Onu, il Governo italiano avrebbe dovuto condurre quella terra
alla piena indipendenza, favorendone lo sviluppo politico,
economico e sociale.
L'Italia si pose subito al lavoro: nell'Afis, organismo istituito
a livello amministrativo, furono inquadrati molti funzionari e
dirigenti del disciolto Ministero dell'Africa Italiana, la maggior
parte dei quali aveva già svolto un periodo di servizio sul
territorio. Una decisione che sembrò naturale all'epoca, ma che si
sarebbe rivelata non sempre molto felice e misurata nel corso del
decennio successivo: alcuni di essi non compresero che i tempi
coloniali erano terminati e che l'approccio a certi problemi doveva
essere diverso. Complessivamente, comunque, l'Italia portò a
termine in modo dignitoso il proprio mandato.
Avrebbe rappresentato il Governo italiano un Amministratore: fu
sempre prescelto un diplomatico di carriera. Costui, per decreto
del Presidente della Repubblica, rivestiva anche le funzioni di
Comandante delle Forze Armate in Somalia, le quali sarebbero state
composte da un Corpo di Sicurezza e un Corpo di Polizia. L'Onu,
come previsto, avrebbe esercitato i relativi controlli tramite un
Consiglio Consultivo (Advisory Committee),
con sede a Mogadiscio, formato da rappresentanti diplomatici di
Colombia, Filippine ed Egitto, con un Segretario Principale del
Consiglio: il primo fu un alto funzionario austriaco, Egon
Ranshofen Wertheimer, il quale, al momento di lasciare la Somalia,
ebbe a dire all'Amministratore italiano dell'Afis che l'Italia
aveva
«nel suo gioco una grande carta: i carabinieri».
Per quanto riguardava specificamente la questione della polizia e
dell'ordine pubblico, vennero costituiti il Corpo di Sicurezza
dell'Afis e il Gruppo Carabinieri della Somalia. Il primo
inquadrava e amministrava circa 3.000 uomini, con un generale, 20
ufficiali superiori, 90 ufficiali inferiori; il secondo, circa
2.300 uomini, con un ufficiale superiore e 15 ufficiali
inferiori.
Durante il
conflitto mondiale, e precisamente nel febbraio del 1941, il
territorio della ex-Somalia italiana era stato occupato dalle forze
del Commonwealth britannico, che vi esercitarono la loro sovranità
per circa nove anni. Decisa la sorte della Somalia, le autorità
britanniche si dimostrarono all'epoca impazienti di passare la mano
e scaricare le responsabilità di governo e di ordine pubblico di
una terra che non sarebbe mai entrata a far parte del Commonwealth,
e che quindi era diventata un carico finanziario, senza ritorni né
economici, né di immagine. A livello locale la situazione non si
presentava particolarmente calma: se una parte della popolazione
somala, posta di fronte all'eventualità di avere una
amministrazione inglese, aveva decisamente indicato di preferire
quella italiana, un gruppo facente parte della sfera più educata e
progressista del Paese, noto col nome di "Giovani Somali",
manifestava un netto contrasto al ritorno degli italiani in Somalia
quali amministratori.
Ma ormai la neonata forte comunità internazionale aveva preso le
sue decisioni e quindi i poteri di governo dovevano essere
rapidamente passati di mano: l'organizzazione e il corretto
andamento della cessione degli stessi ricadeva sulla parte cedente,
in quanto questa deteneva ancora la responsabilità della sicurezza
e dell'ordine pubblico. Nessuna meraviglia, dunque, che la
pianificazione dell'operazione sia stata elaborata con grande
minuziosità dagli inglesi, i quali predisposero un piano chiamato
"Caesar" che si ispirava a due principi: a) il cambio di ciascun
elemento britannico doveva essere fatto "uomo a uomo"; b) il
trapasso dei poteri e la sostituzione, come prevista, dovevano
avvenire partendo dalle regioni più periferiche, per arrivare
gradualmente all'amministrazione centrale, cioè a Mogadiscio.
Gli inglesi avevano stanziato sul territorio sette Battaglioni e
altrettanti, in un primo momento, accettò l'Italia di formarne, per
rilevare le singole funzioni. Fu allestito un piccolo Corpo di
Spedizione, comandato da un generale di Brigata: divenne il nucleo
iniziale del Corpo di Sicurezza. Metà della forza prevista doveva
essere composta dall'Arma dei Carabinieri: tre Battaglioni su
sette, come forza armata; un Gruppo Territoriale con compiti di
polizia. I partecipanti al contingente furono scelti su base
volontaria, vincolati al servizio in Somalia per almeno due anni,
oltre ai loro normali obblighi di ferma. I Battaglioni presero il
nome di Motoblindati, ordinati sullo schema dei Battaglioni mobili:
si trattava di circa 2.000 uomini da inviare in Africa,
sottraendoli ai compiti istituzionali in Italia, nell'ancor
delicato momento della ricostruzione.
Esigenze di bilancio, facilmente quantificabili e prevedibili in un
periodo in cui l'Italia distrutta stava ricostruendo il proprio
tessuto economico e sociale, consigliarono rapidamente il Governo
di ridurre i Battaglioni a cinque, ritenendoli sufficienti per la
sicurezza del territorio. Fu ridimensionato anche l'apporto
dell'Arma al Corpo di Sicurezza: un solo Battaglione. Gli inglesi
accettarono poco volentieri la decisione italiana, giudicando tale
forza largamente insufficiente al compito previsto.
Il primo Nucleo Avanzato partì da Napoli il 5 febbraio del 1950 e
con esso il Comandante del Gruppo Carabinieri Somalia, che avrebbe
avuto anche le funzioni di Capo della Polizia. Il 1° aprile 1950,
al momento del trapasso dei poteri, erano presenti in Somalia 25
ufficiali dell'Arma, 143 sottufficiali e 346 tra appuntati e
carabinieri: in totale 514 unità.
Tra i compiti, dunque, che l'Italia doveva portare a buon fine, nel
quadro dell'avvio all'indipendenza della Somalia, vi era anche la
costituzione di una Forza Armata somala e di un Corpo di Polizia
per il mantenimento dell'ordine pubblico e della stabilità del
territorio. Questo incarico fu affidato all'Arma.
Organizzare una Polizia somala non era compito agevole, soprattutto
dopo nove anni di amministrazione britannica, che aveva inquadrato,
nel 1945, una Somalia Gendarmery, corpo ordinato militarmente, ma i
cui appartenenti erano stati esclusi da ogni comando o posto
decisionale, a qualsiasi livello. In seguito ad eccidi avvenuti nel
gennaio del 1948, alcuni elementi furono espulsi e la Gendarmery,
riorganizzata in un nuovo organismo, prese il nome di Somalia
Police Force. Ulteriore difficoltà era
costituita dal fatto che, ai termini dell'Accordo, l'Italia si era
impegnata a non sciogliere la Gendarmery, né a fare massicci
licenziamenti all'interno di essa, anche se era noto che
l'addestramento impartito a quel Corpo era stato dichiaratamente
anti-italiano.
Il Comandante del Gruppo
Territoriale dei Carabinieri doveva dunque assorbire la
Somalia Police Force e costruire una Forza di Polizia che
potesse essere un valido presidio per la futura indipendenza
di quel territorio africano. Il Battaglione dei Carabinieri
aveva la doppia funzione di reparto combattente e organo di
Polizia: da sempre la speciale caratteristica dell'Arma dei
Carabinieri. Per la prima funzione dipendeva direttamente dal
Comando del Corpo di Spedizione, mentre per la seconda era
alle dirette dipendenze dell'Amministratore. I compiti
istituzionali dell'Arma si identificavano con quelli di
polizia civile, devoluti nel territorio al Corpo di Polizia
somala.
Nonostante poi si scrivesse sui giornali d'epoca dell'entusiasta
accoglienza tributata da parte della popolazione somala agli
amministratori e alle Forze Armate inviate dal Governo di Roma, la
realtà era che una parte almeno dei somali guardava con freddezza e
ostilità il ritorno delle divise italiane. Prova di questa
situazione ambientale fu il difficile sbarco dei Carabinieri a
Bender (porto) Cassim, sulla costa della Migiurtinia, regione che
tra l'altro avevano avuto il compito di presidiare: la più lontana
dalla capitale e soprattutto la più ostile agli italiani. I
portuali locali, precedentemente ingaggiati, rifiutarono di aiutare
lo sbarco dei mezzi e dei materiali: i militari provvidero a tutto
autonomamente in 48 ore, con grande sforzo umano e scarsi aiuti
logistici, assicurandosi però in questo modo concreto il rispetto
degli autoctoni e degli inglesi. Il clima in cui si sarebbe svolta
la missione era ormai chiaro.
Il Gruppo Carabinieri e il Corpo di Polizia della Somalia
costituivano la "Forza Armata" della quale l'Afis si serviva, ai
sensi del mandato dell'Onu, per assicurare i servizi di polizia nel
territorio. I compiti istituzionali del Gruppo, oltre
all'inquadramento e al governo del personale della Polizia somala,
erano, in comune con quella Forza, il mantenimento dell'ordine e
della sicurezza pubblica, la tutela delle leggi vigenti,
l'accertamento dei reati e le relative indagini di polizia
giudiziaria, l'esecuzione dei mandati dell'autorità giudiziaria.
Già durante il periodo di attesa per la cessione dei poteri, l'Arma
iniziò la propria organizzazione sul territorio con una
dislocazione capillare dei sottufficiali e dei carabinieri in ogni
angolo, anche il più sperduto, della Somalia, con notevoli
difficoltà logistiche e umane, ove si richiedeva un ottimo spirito
di adattamento e una forte resistenza fisica.
Per quanto concerneva il Gruppo Territoriale, cioè la parte del
contingente con funzioni di Polizia, alla fine del marzo 1950 erano
giunti in Somalia quattro Comandi di Compagnia, erano state
organizzate otto Tenenze, una trentina di Stazioni e due "Nuclei
mobili", che avrebbero dovuto inquadrare i 2.000 uomini della
Police Force, corpo
che, subito dopo la cessione dei poteri, avrebbe preso il nome di
Corpo di Polizia della Somalia. Gli elementi migliori e più
qualificati di questa Police erano militanti o simpatizzanti della
corrente dei "Giovani Somali". Considerando i problemi di ordine
politico presenti, l'importante questione economica della
insufficiente remunerazione ricevuta nel tempo da quegli agenti,
che aveva portato ad una diffusa corruzione, il futuro
addestramento e l'organizzazione di un Corpo di Polizia somala si
presentavano complessi, da tutti i punti di vista, non solo quello
esclusivamente professionale. La questione economica era di
primaria importanza e il problema dei salari divenne rapidamente
uno dei maggiori nodi da sciogliere. Fu difficile convincere gli
organi finanziari metropolitani e locali ad aumentare gli
stanziamenti nel quadro del bilancio generale dell'Amministrazione
Fiduciaria.
L'Arma decise che 500 carabinieri avrebbero inquadrato, addestrato
e comandato i circa 2.000 somali presenti, e fece giusto
affidamento sulla professionalità dei suoi uomini e sulla fama di
cui in realtà godeva in modo diffuso tra la popolazione locale,
verso la quale, già in epoca coloniale, aveva avuto comportamenti
tipici della politica di aiuti umanitari ai civili, che sarebbe poi
stata applicata nelle missioni di supporto alla pace nell'ultimo
decennio del secolo XX.
Nel mese di marzo del 1950 iniziò la cessione dei poteri all'Arma
dei Carabinieri. Il primo luogo dove la bandiera inglese venne
ammainata e venne issato il tricolore fu Alula, una landa piuttosto
desolata e inospitale della Migiurtinia. A mano a mano, nei vari
posti di guardia, dalla periferia verso il centro, subentrarono i
Carabinieri. La cessione dei poteri si concluse a Mogadiscio, dove
il 1° aprile del 1950 fu ammainato il vessillo di Sua Maestà
Britannica e issato il tricolore. Lentamente le truppe inglesi
lasciarono per sempre la Somalia. |