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IV >
Dal 2001
Dal 2001. In Etiopia e in Eritrea:
missione con lontane origini.
Nel giugno del 1992, in
occasione di una visita di autorità italiane in Etiopia e in
Eritrea, i Ministri dell'Interno dei due Stati chiesero
all'Italia di poter ricevere una collaborazione tecnica, in
termini di addestramento e preparazione professionale, sia in
loco che in Italia, per riorganizzare le proprie Forze di
Polizia, esigenza sentita dalle stesse autorità locali.
Per quanto concerne l'Etiopia, nel 1991 Hailé Mariam Mengistu,
uomo forte del Governo, era dovuto fuggire nello Zimbabwe, e si era
insediata una nuova Amministrazione, che doveva ricostruire le
strutture istituzionali e umane dello Stato. Venuta a conoscenza
delle esigenze etiopiche nel settore, nel 1993 la Gran Bretagna
aveva deciso di dare assistenza a quella nazione per la
ricostruzione della Polizia e nella lotta contro la criminalità,
chiedendo anche l'eventuale collaborazione degli altri Paesi
europei, nel quadro di un programma di cooperazione tecnica. Il
disegno era quello di creare un Corpo professionale di Polizia
apolitica, che sostituisse le milizie locali, tutte o quasi di
origine della regione del Tigré, che fruivano di un appoggio
notevole presso le autorità governative, per la maggioranza tigrine
anch'esse.
Il progetto di assistenza britannica prevedeva esperti nei settori
del trasporto e del traffico, della medicina legale, della
rilevazione delle impronte, delle tecniche fotografiche, delle
comunicazioni e dei metodi di gestione: il coordinamento sarebbe
stato affidato ad un Senior Police Advisor (un consigliere esperto
di Polizia), che si affiancava al Capo della Polizia etiopica. Non
sarebbero mancati stages in Inghilterra per migliorare
l'addestramento. Il progetto nasceva dal desiderio del Governo di
Transizione etiopico, in carica in quel momento, di creare un
sistema di magistratura efficiente su base regionale ed uno di
polizia civile.
Dagli anni Quaranta fino agli inizi del regime di Mengistu, dopo
l'esautoramento dell'imperatore Hailé Selassié (avvenuto il 12
settembre 1974), l'Etiopia aveva avuto come Polizia quasi solamente
delle forze paramilitari, che dovevano controllare le incursioni
nei confini del Paese e dirimere quando possibile le frequenti
controversie intertribali e fra villaggi, ma che dimostravano poco
o nullo interesse per il crimine individuale. Queste forze erano
addestrate e funzionavano come una unità militare. Tra il 1974 e il
1976 il Governo provvisorio etiopico, il Derg, era composto da
ufficiali di quelle Forze di Polizia e da militari. Quando la
figura forte di Mengistu prese il potere sugli altri componenti il
Derg, gli ufficiali di Polizia vennero rimossi dal loro incarico e
i sottufficiali furono immessi nei quadri dei Reparti combattenti.
Nel tempo non solo vennero quasi azzerati i quadri, ma anche gli
equipaggiamenti tecnici e i mezzi di trasporto non furono
rinnovati, facendo decadere completamente la st ruttura.
Intanto l'Etiopia si andava modernizzando; il fenomeno
dell'inurbamento dalle campagne era sempre più accentuato;
migliorando le comunicazioni, il traffico stradale aumentava;
aumentavano anche i crimini contro la persona e contro la proprietà
privata, mentre crescevano per Addis Abeba le responsabilità
internazionali. Per tentare di ovviare a questa situazione e creare
una relativa stabilità, dopo il rovesciamento del dittatore
Mengistu, nel 1993, vennero immessi 20.000 nuovi elementi nella
Polizia: questo significava che almeno due terzi della forza non
era addestrata o lo era molto poco. Tra gli altri problemi da
considerare vi era una profonda diversità di preparazione tra la
vecchia Polizia, quella ancora nei ranghi, che aveva una
impostazione di disciplina militare, e i nuovi assunti, che
provenivano per la maggior parte dalle fila della guerriglia. Vi
erano anche ulteriori problemi tra la Polizia e alcune
organizzazioni politiche regionali o claniche, o semplicemente con
le varie associazioni di qu artiere, che tendevano ad esercitare
un'autorità non prevista, anche nell'ambito dei compiti
istituzionali della stessa Polizia.
 I nuovi governanti
desideravano dunque un cambiamento che riportasse l'ordine e
la legalità su un territorio così ricco di secolari tradizioni
storiche e culturali. E per questo era necessaria una Polizia
basata su criteri nuovi e moderni, non più su una burocrazia
paramilitare statica. Ed una Polizia efficiente sarebbe stata
anche lo strumento indispensabile per la riforma dell'apparato
della giustizia.
Per realizzare il suo progetto di assistenza il Governo britannico
aveva chiesto, come detto, il concorso degli altri Paesi europei e
per l'Italia e le sue Istituzioni poteva trattarsi di una buona
occasione per inserirsi in un programma di cooperazione tecnica che
avrebbe dato loro ulteriore visibilità. In occasione della presenza
di rappresentanti dell'Arma ad Addis Abeba per la Conferenza delle
Nazioni Unite per la ricostituzione della Polizia somala, copia del
progetto britannico era stato consegnato alle autorità diplomatiche
italiane, per verificare la possibilità di collaborazione sia nella
ricostruzione della Polizia etiopica sia nella lotta alla
criminalità. L'obbiettivo più importante, nell'ottica del progetto,
era quello di trasformare le Forze di Polizia paramilitare in Forze
di Polizia Civile con standard internazionali di rispetto dei
diritti umani, di aderenza alle norme e di operatività.
Un primo tentativo di avviare la collaborazione da parte italiana
fu quello di invitare in Italia una delegazione etiopica per
visitare le strutture dell'Arma, al fine di conoscerne meglio il
modello organizzativo e verificare quali aspetti tecnici dovessero
essere supportati dalla riconosciuta esperienza dei Carabinieri. Il
Comando Generale si dichiarò disponibile a un programma di
cooperazione nel quadro di un progetto multinazionale di
assistenza, con richiesta specifica a livello internazionale e con
le decisioni in merito del Governo italiano, cioè seguendo i
naturali canali di avvio per questo tipo di cooperazione in quegli
anni.
In realtà la prospettata collaborazione non ebbe alcun seguito. La
questione si ripropose nel 1996, in occasione del 50° Anniversario
della Scuola di Polizia etiopica: durante i festeggiamenti ad Addis
Abeba, le autorità di Polizia etiopiche ripresero l'argomento,
chiedendo di nuovo all'Italia di collaborare nel settore, come già
stavano facendo Gran Bretagna, Germania e Olanda. Ancora una volta
il Comando Generale espresse la sua disponibilità di massima, sotto
il profilo tecnico. Naturalmente qualsiasi progetto poteva essere
discusso, dopo che le autorità etiopiche avessero formalizzato le
loro richieste attraverso i regolari canali diplomatici.
Non si arrivò ad una concretizzazione delle richieste, anche perché
nel frattempo la situazione in Etiopia andava peggiorando, sia
internamente sia nel conflitto con l'Eritrea. Questo territorio era
divenuto Repubblica presidenziale il 24 maggio 1993, a seguito di
un referendum popolare svoltosi sotto l'egida delle Nazioni Unite.
Tra i due Paesi, soprattutto nel 1998, vi erano state ripetute
guerre e violazioni degli accordi di pace, per una serie di
rivendicazioni territoriali lungo la frontiera. Nei primi mesi del
2000, in particolare, gli etiopici attaccarono l'Eritrea lungo tre
direttrici principali; l'attacco verso il porto di Assab, una delle
direttrici, fu particolarmente deciso, e se ne può facilmente
comprendere la ragione: Assab è un porto di notevole importanza,
soprattutto per l'Etiopia, perché da lì transita e ha sempre
transitato la merce di quella nazione verso i mercati non africani.
Lo sbocco al mare è stato dunque cercato con decisione, per
necessità, dagli etiopici, che non ne hanno alt ri e non hanno
serie possibilità alternative di far circolare i loro prodotti,
"imprigionati" come sono tra altri Stati, non sempre amici.
Il contenzioso tra i due Paesi verteva e verte principalmente sulla
questione dei confini. Il problema risale al periodo coloniale e
consiste in una differente interpretazione degli accordi che
segnarono il limite tra l'Impero etiopico e il Governo italiano,
stipulati in situazioni storiche assai diverse dalle attuali. Quel
confine, malgrado gli anni trascorsi e diversi accordi
multilaterali riconosciuti, non fu mai demarcato sul terreno per le
vicende che ben si conoscono relative allo stesso periodo
coloniale, alla guerra mondiale e al dibattito presso le Nazioni
Unite sulla sorte delle colonie italiane. Non era mai stato fatto
un rilievo topografico ufficiale del tracciato dei confini in
questione. |
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