Secondo il Protocollo
d'Intesa (Memorandum of Understanding,
Mou), firmato tra le parti interessate il 2 maggio 1994 a
Copenhagen, in seguito all'accordo del 31 marzo precedente,
compito degli osservatori di Polizia della Tiph era dunque far
allentare la tensione e tutelare il rispetto dei diritti umani
nei confronti dei palestinesi, riferendo su possibili
violazioni in merito; allo stesso tempo i membri della
missione avrebbero dovuto incoraggiare gli sforzi per
riportare normali condizioni di vita nella zona. Il
contingente internazionale doveva perlustrare il settore di
competenza: questo era concentrato nell'area centrale della
città, in quella nei pressi del mercato ortofrutticolo e nelle
strade nelle immediate vicinanze; includeva gli insediamenti
di coloni nel centro abitato e periferico, ma non quello assai
importante di Kyriat, fuori dai confini di Hebron. Anche i
luoghi religiosi erano compresi nel settore in questione. I
membri della missione avevano accesso alle prigioni e ai
registri degli ar resti.
Gli osservatori operavano in pattuglie a composizione
multinazionale, con criteri di larga autonomia, mentre gli
ufficiali preposti agivano nel delicato settore del collegamento
fra le parti: le Forze di Sicurezza israeliane e la popolazione
palestinese. La missione doveva rappresentare una entità visibile
nel centro di Hebron: i suoi membri non dovevano interferire nelle
dispute che comportassero azioni violente, ma dovevano farne
materia di denuncia alle autorità delle Nazioni Unite.
Gli inizi della Tiph si svolsero in un clima di elevata tensione:
infatti nei primi giorni si registrò una certa ostilità da parte
degli abitanti di Hebron, ma gradualmente il consenso nei confronti
degli osservatori andò aumentando. Nella prima settimana di
operatività non fu possibile far rimuovere alcuno dei blocchi
stradali posti dall'Esercito israeliano che tanto irritavano i
palestinesi e costituivano un effettivo ostacolo alle attività
giornaliere; ma con il procedere della presenza internazionale, la
situazione migliorò, anche per la professionalità degli
osservatori, che riuscirono ad imporsi nelle situazioni
conflittuali, generando un clima più disteso.
Se lo scopo principale di Tiph 1 era quello di riaprire un canale
di comunicazione fra le parti, esso fu ottenuto, con una attenta
opera di intermediazione e contatti informali fra israeliani e
palestinesi. All'epoca fu assai criticato in campo internazionale
il fatto che gli osservatori operassero disarmati; si temette a
volte per la loro sicurezza personale, ma alla fine della missione
risultò molto chiaro che questo particolare era stato un ulteriore
aiuto alla sua riuscita. Tanto se ne comprese la valenza che anche
la seconda missione Tiph ebbe questa caratteristica.
I risultati pratici non furono ottimali dal punto di vista
operativo: la presenza internazionale non riuscì infatti a far
riaprire il mercato arabo ortofrutticolo, che permaneva chiuso per
asseriti motivi di sicurezza, né la Moschea-Sinagoga di Abramo,
anch'essa chiusa per evitare scontri tra palestinesi e coloni
ebrei. Ma dal punto di vista politico e diplomatico i risultati
furono notevolissimi perché, allentandosi la tensione, i colloqui
di pace furono ripresi. La popolazione si sentì più sicura, vedendo
che i problemi della città di Hebron erano all'attenzione
internazionale; l'ordine pubblico migliorò e gli israeliani
ridussero gradualmente le misure restrittive che avevano imposto.
Con l'allentamento, poi, dei blocchi stradali e delle rigide misure
di polizia, fu possibile all'economia del territorio della città
riprendere e, se non proprio prosperare, comunque ritrovare una
certa dinamicità. Nel luglio dello stesso anno di inizio, il 1994,
si fece un bilancio positivo della missione, prevedendo la fine del
mandato della stessa per il 18 agosto. Da parte italiana fu
effettuata la donazione ad enti assistenziali palestinesi dei
materiali portati in Palestina.
Il modello
organizzativo di Tiph 1 costituì in seguito un interessante termine
di riferimento per le altre missioni di supporto peace-keeping: fu un riuscito esempio di attività
multinazionale completamente integrata nelle strutture di Comando e
nelle modalità operative. Un momento caratterizzante dell'opera
svolta dai militari dell'Arma è stato il contributo non solo
operativo, ma sensibile e altamente diplomatico fornito
dall'ufficiale addetto al collegamento con la parte palestinese,
che era stato presente anche in quel Nucleo Avanzato che aveva
condotto le operazioni preparatorie.
Molti furono gli incontri con le autorità locali, sia palestinesi
che israeliane. Questi incontri avevano evidenziato le difficoltà
di vita dopo la chiusura del mercato e l'impossibilità di adire
alla Moschea-Sinagoga per la popolazione civile; anche la chiusura,
per 300 metri, della strada principale che conduceva al cuore della
città aveva causato fortissimi disagi ai palestinesi e una discesa
verticale del commercio: un gran numero di negozi aveva dovuto
chiudere i battenti, con un ulteriore aggravamento delle condizioni
economiche della componente palestinese. Più volte i rappresentanti
dell'Arma erano intervenuti per tentare di risolvere alcuni
problemi pratici, fornendo ai locali un alto grado di assistenza
umanitaria. |