 Il 16 settembre 1993 i due
ufficiali dell'Arma componenti la missione tecnico-ricognitiva
giungevano a Mogadiscio, anche per esaminare, insieme ai
Police Advisers (Consiglieri di
Polizia) del Dipartimento di Giustizia di Unosom, la comune
politica nell'ambito della ricostituzione della Polizia
somala. L'orientamento di quel Dipartimento era di
riorganizzare la Polizia somala su base distrettuale o
regionale. Si prevedeva che l'area affidata all'Italia avrebbe
coinciso con quella di competenza del contingente italiano,
cioè le regioni centrali dell'Hiran e dello Shebeli centrale
(v. cartina n. 1). In un secondo momento, da parte degli altri
partecipanti si pensò di affidare all'Italia le aree di
sud-est, cioè le regioni di Galgudud e Mudug, che però erano
di scarso interesse operativo in quanto poco abitate e
prevalentemente desertiche (v. cartina n. 2). Fu comunque
deciso che conveniva mantenere la coincidenza con le aree
operative dei contingenti, e quindi, per l'Italia, il settore
di competenza di Italfor.
Le altre nazioni aderenti al programma della Missione Unosom II -
ormai chiaramente individuato e indicato come Somalia Justice
Program (Sjp, Programma per la Giustizia in Somalia) - erano, oltre
l'Italia, rappresentata per la parte militare dagli ufficiali
dell'Arma, la Gran Bretagna, l'Olanda, l'Egitto, la Germania e la
Norvegia. Il Sjp indicava con chiarezza che per la ricostituzione
della stabilità economica e politica della Somalia erano necessari
sistemi di giustizia civile e penale e una Polizia ben organizzata,
operanti in una cornice amministrativa funzionante, che alla fine
poteva evolvere in un Ministero della Giustizia efficiente.
Il Programma per la Giustizia in Somalia avrebbe avuto la durata di
due anni e aveva le sue basi giuridiche: a) nella sopra citata
risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 814 del 26 marzo 1993,
che prevedeva assistenza nella ricostituzione della Polizia somala
a livello locale e regionale, per la restaurazione della pace,
della stabilità, del diritto e dell'ordine, includendo l'attività
investigativa e facilitando il perseguimento delle violazioni del
diritto internazionale umanitario; b) nella risoluzione n. 865 del
22 settembre dello stesso anno, che ribadiva la necessità del
programma, chiedendo alle nazioni aderenti un costruttivo apporto;
c) nella risoluzione n. 886 del 18 novembre 1993 sul medesimo
argomento. Nel Programma per la Giustizia in Somalia era
riconosciuto ampiamente che la Polizia somala, istituita nel
periodo dell'Amministrazione Fiduciaria Italiana, era stata il
Corpo di Polizia più efficiente e professionale della Somalia
indipendente, anche quando, in seguito, era stato istituito dal
presidente Barre un secondo Corpo di Polizia di Sicurezza Nazionale
e un gruppo scelto di "berretti rossi", che avevano soppiantato le
legittime funzioni della Polizia nazionale.
La Polizia somala aveva ricevuto, nel corso del tempo, una
formazione totalmente occidentale: oltre a quella italiana sul
piano addestrativo e ordinativo, nel settore motorizzazione aveva
avuto una formazione tedesca, mentre per le telecomunicazioni e per
la sezione aerea era di scuola americana. Aveva gestito un tipo di
reclutamento caratterizzatosi come "intertribale" e una doppia
fisionomia di organizzazione territoriale (Stazioni e Posti fissi
di Polizia), con integrati Reparti mobili che all'occorrenza
agivano in favore dei nomadi, interponendosi anche negli scontri
fra di essi per motivi di pascolo e di sfruttamento delle sorgenti.
Inoltre aveva mantenuto una sostanziale apoliticità: non aveva
infatti partecipato al colpo di Stato di Siad Barre. Molti
poliziotti, agendo con professionalità, avevano conservato il loro
posto durante il regime e potevano ancora contare
sull'apprezzamento della popolazione civile e delle fazioni in
lotta. La Polizia somala era, insomma, il risultato innegabile di
un impegno solido e approfondito dell'Arma dei Carabinieri, che si
era esteso oltre il mandato dell'Afis in un clima collaborativo e
nel quadro della cooperazione tecnica fornita alla Somalia.
L'orientamento
generale che emerse dalla riunione della seconda commissione di
esperti a Mogadiscio fu che i membri della Uncivpol non dovevano
avere incarichi operativi, ma solo compiti di addestramento e
consulenza. Da parte italiana si pensava, oltre ad un impegno sul
territorio, soprattutto a un possibile addestramento di alcuni
elementi somali negli Istituti italiani di formazione, garanzia di
un professionale apprendimento per i quadri, altrimenti difficile
sul territorio somalo dove dovevano essere attivate anche le
Accademie e le Scuole. Non era semplice: si trattava di un impegno
notevole, non privo di aspetti concernenti particolare tatto e
diplomazia di intervento.
La missione ricognitiva dell'Arma terminò il 24 ottobre, con il
rientro in sede dell'ufficiale responsabile della stessa, che in
Somalia aveva fatto anche funzioni di Consigliere di Polizia nel
Dipartimento della Giustizia Unosom; il secondo ufficiale rimase in
Somalia con compiti di collegamento con Unosom II, fino alle
decisioni che sarebbero state prese per avviare quanto previsto, e
con la qualifica di Consigliere di Polizia nel Dipartimento di
Giustizia. Nella relazione del Capo Missione si individuarono con
precisione fasi di addestramento da predisporre, interventi
strutturali nelle caserme, mezzi e materiali da far giungere in
Somalia, necessari per avviare l'attività di quelle prime unità di
Forze di Polizia somala che avrebbero operato nelle zone di
competenza assegnate alla responsabilità dell'Arma.
L'impegno di studio e programmazione del Comando Generale
procedeva: una seconda missione ricognitiva, composta da tre
ufficiali, fu inviata il 20 novembre 1993 per prendere ulteriori
contatti operativi con il comando Unosom, che aveva indetto una
riunione tecnica, ed esaminare tutti gli aspetti della presenza dei
Carabinieri nel quadro generale della collaborazione prevista.
Questa rappresentanza dell'Arma, trovandosi in loco, avrebbe così
potuto anche partecipare, dal 2 al 4 dicembre a Addis Abeba, ad una
importante riunione tecnica voluta dall'Onu, inserita nell'ambito
della IV Conferenza Umanitaria delle Nazioni Unite sulla Somalia:
si trattava di fare il punto della situazione sulla collaborazione
degli Stati partecipanti a Unosom, componente militare e aderenti
all'iniziativa circa la Polizia somala, e definire l'avvio del
Programma per la Giustizia in Somalia nei suoi dettagli operativi.
Con l'occasione uno dei tre ufficiali avrebbe dato il cambio al
collega presente a Mogadiscio come ufficiale di collegamento con
Unosom II, al Quartier Generale. Due ufficiali rientrarono dalla
missione il 5 dicembre; l'ufficiale di collegamento già presente
restò in Somalia fino al 23 gennaio 1994, insieme a uno dei tre
ufficiali della missione, rimasto per esigenze ricognitive, che
rientrò nella stessa data. L'attività dell'Arma continuava, dando
contributi in personale e mezzi.
Il 24 novembre 1993 iniziò a Mogadiscio la prevista riunione
Unosom: ad essa prendevano parte il Capo della Divisione Giustizia
Unosom II e dei Police Advisers, militari appartenenti alla Polizia
di Stati Uniti, Olanda, Australia, Nigeria e Canada. Gli ufficiali
italiani diedero un valido e riconosciuto contributo all'analisi
della situazione contingente in Somalia. Il Capo della Divisione
Giustizia sottolineò due punti di particolare interesse per la
componente italiana: la volontà, affiorata da diversi contatti con
notabili somali, di ricostituire le istituzioni dello Stato somalo
sul precedente modello italiano, e di ricostituire il sistema
legale e i suoi aspetti giudiziari, carcerari e di polizia. E in
particolare, per quanto riguardava la Polizia, emerse
l'orientamento che gli istruttori dell'Onu dovessero provvedere
solamente all'addestramento dei quadri, che sarebbero stati
selezionati dal costituendo Comitato Nazionale di Polizia composto
da ufficiali eletti dalle organizzazioni di Polizia regionale, con
l'approvazione dei rispettivi comitati politici. Questo andava nel
solco tracciato dalle Nazioni Unite di ricostruzione della Somalia
con l'accordo e l'apporto fattivo delle popolazioni locali.
Occorreva
comunque, per l'attuazione pratica del programma, che al momento
del ritiro dei contingenti militari internazionali vi fosse una
reale cornice di sicurezza nel Paese, per garantire agli istruttori
Onu un lavoro costruttivo privo di rischi estesi. Dal punto di
vista tecnico emerse dalla riunione l'esigenza di dare la priorità
alla costituzione di reparti mobili di pronto impiego, a livello di
battaglione, per contrastare forme di banditismo molto diffuse, e
di rinviare la costituzione della forza rapida al momento in cui la
situazione fosse più calma e sicura.
La parte italiana fece chiaramente presente che non sarebbe stato
possibile avviare alcun valido addestramento se le condizioni di
sicurezza in Somalia non fossero state più chiare e certe. Inoltre,
occorreva prioritariamente individuare le norme giuridiche che la
magistratura somala avrebbe applicato e quindi anche quelle della
Polizia. Senza questa pregiudiziale nessuna ricostituzione sarebbe
stata possibile. Il contributo italiano poteva essere previsto in
due ufficiali per la Divisione di Polizia e 18 istruttori da
inviare nell'Hiran e nello Shebeli centrale, insieme a un
contributo in termini di mezzi e di finanziamenti per soddisfare le
esigenze logistiche.
Durante la riunione a Mogadiscio, il Dipartimento di Giustizia
Unosom chiese espressamente all'Arma una particolare collaborazione
per ritrovare personale esperto della vecchia Polizia somala, allo
scopo di utilizzarlo già come addestratore e supervisore,
affiancando i Police Advisers internazionali. Nella riunione
successiva dei primi di dicembre ad Addis Abeba questi concetti
furono reiterati, nel quadro generale della ricostituzione della
legalità in Somalia, accettando anche quanto sottolineato più volte
dai rappresentanti italiani e cioè che era necessario creare un
ambiente sicuro, condizione indispensabile per far lavorare le
unità internazionali e arrivare a progressi sostanziali.
La riunione di Addis Abeba si svolse nel quartier generale della
Commissione Economica per l'Africa: una riunione qualificata, alla
quale parteciparono delegazioni Onu, delegazioni dei Paesi aderenti
all'iniziativa umanitaria, rappresentanti della Comunità Europea e
rappresentanti della Polizia somala (tra i membri arruolati da
Unosom II, nell'ambito dei singoli contingenti militari).
L'orientamento generale era appunto quello di rimettere nelle mani
dei somali il destino della Somalia. Ad Addis Abeba, il
rappresentante della Polizia somala riconfermò e ricordò alla
Conferenza le consolidate tradizioni di professionalità di quel
Corpo. Sottolineò altresì che molti degli ufficiali somali avevano
avuto il loro periodo di istruzione presso Istituti italiani di
formazione militare e professionale. Alcuni elementi della Polizia
somala avevano preparato un progetto di ricostituzione del Corpo
rimesso nelle mani degli ufficiali dell'Arma, auspicando un aiuto
importante da parte dell'Italia.
In quella occasione l'Italia si dichiarò pronta ad offrire
assistenza nel quadro di un programma di studio e addestramento,
anche presso i propri Istituti di formazione. Inoltre da parte
italiana fu offerta assistenza nella selezione del personale di
Polizia e disponibilità ad avviare una fase di consegna programmata
di armi e veicoli ai somali nonché alla riparazione di caserme e
accademie di Polizia: una offerta generosa, ma in linea con la
politica e gli sforzi fatti anche precedentemente, dal 1950 al
1960.
Quando, il 15
dicembre 1993, subito dopo l'incontro di Addis Abeba, si svolse a
New York una riunione del gruppo ristretto di lavoro per analizzare
i risultati di quella Conferenza, la Presidente della riunione,
Consigliere Politico del Dipartimento per le Operazioni di
Mantenimento della Pace (Dpko, Department of
Peace-Keeping Operations) delle Nazioni Unite, ebbe a notare
ufficialmente l'elevata professionalità dell'Arma nella
partecipazione all'attività preparatoria del Programma per la
Giustizia in Somalia e quindi anche per la ricostituzione della
Polizia somala. Nella sessione finale della riunione fu consegnata
la versione definitiva del Programma - l'Appeal
Document -, formalizzato in un documento delle Nazioni Unite
del 16 dicembre 1993: per quanto riguardava l'istituzione della
Divisione di Polizia si prevedevano 160 persone; per la
ricostituzione della Polizia su base regionale e distrettuale era
ipotizzata l'assegnazione di una zona comprendente più regioni
geografiche in esclusiva competenza di uno Stato aderente al
programma; zona che doveva ricadere nell'Area di Responsabilità
(Area of Responsability, Aor) della
componente militare.
Nella programmazione fu considerata prioritaria la costituzione di
Battaglioni mobili di impiego rapido, alla formazione dei quali
l'Arma era interessata per quanto riguardava la regione dell'Hiran
e dello Shebeli centrale; fu altresì previsto l'addestramento di
10.000 unità, l'istituzione di 94 Stazioni di Polizia e di 5
Istituti d'istruzione (nessuno però nella zona di competenza
italiana) e un contributo finanziario quantificato per ogni Stato
aderente, che per l'Italia era valutato in quasi 5 milioni di
dollari Usa. Fu chiesto all'Italia di contribuire anche al
programma per l'area di Mogadiscio, che prevedeva 15 Stazioni, un
Battaglione mobile e una Scuola. L'esperienza consolidata dell'Arma
faceva ritenere che il programma addestrativo proposto da Unosom II
fosse eccessivamente teorico e con scarse possibilità di successo
in quella difficile realtà somala e comportasse tempi molto lunghi:
quasi due anni. Nonostante queste valutazioni, l'Arma si adeguò
alle decisioni internazionali.
Il 4 febbraio 1994, con la risoluzione n. 897 del Consiglio di
Sicurezza, il mandato Unosom venne riaffermato nei suoi obbiettivi
principali: era stato ribadito quello che riguardava la
ricostituzione della Polizia somala. La data finale per il
compimento degli obbiettivi fu fissata per il marzo 1995. Il 6
febbraio 1994 veniva rifondata ufficialmente a Mogadiscio la
Polizia somala con il nome di Auxiliary Security
Force (Forza Ausiliaria di Sicurezza), ma ancora molto
doveva essere fatto per poter concretamente far funzionare quelle
forze.
Nel quadro della risoluzione n. 814 del 26 marzo 1993, sopra
citata, e in vista del ritiro del contingente italiano dalla
Somalia, e allo scopo di coordinare la partecipazione italiana alle
ulteriori fasi di Unosom, una riunione si svolse l'8 febbraio 1994
a Roma presso il Ministero degli Affari Esteri. Considerate le
precarie condizioni della sicurezza nel Paese, fu deciso nel corso
di quell'incontro di avviare solamente le 5 unità che dovevano
essere inserite nella Divisione della Polizia Civile delle Nazioni
Unite (Civpol) a Mogadiscio, dove avrebbero operato in condizioni
di relativa sicurezza.
Come già altre volte richiesto alle Nazioni Unite, si auspicava che
il Comandante del contingente avesse un incarico elevato nel
Quartier Generale della Civpol, che aveva sede nella capitale. In
quella riunione fu deciso anche un particolare contributo italiano,
non potendo lasciare mezzi e materiali del contingente militare in
ritiro, in quanto tale cessione avrebbe nella maggior parte dei
casi severamente penalizzato l'operatività dei reparti una volta in
patria: fu garantita la fornitura di 12.000 uniformi complete e
12.000 paia di anfibi, che avrebbe coperto le esigenze di vestiario
della Polizia somala, così come richiesto dalle Nazioni Unite
all'Italia. |