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 Iniziò l'amministrazione
italiana e iniziò il delicato lavoro dell'Istituzione per
garantire ordine e sicurezza in uno Stato che era
potenzialmente già autonomo, anche se con sovranità
temporaneamente limitata: bisognava garantire, oltre
all'ordine pubblico e alla stabilità, anche la legalità dei
comportamenti delle Forze dell'Ordine, in un ritrovato
concetto di democrazia dopo il periodo fascista e gli eventi
bellici.
Ancor prima di subentrare agli inglesi, l'Arma avviò la
riorganizzazione e soprattutto l'addestramento del Corpo di Polizia
somala, predisponendo un complesso di studi per fortificarne e in
parte rinnovarne gli appartenenti, allo scopo di poter immettere
nei vecchi ranghi della Police nuove e
giovani leve, professionalmente formate fin dall'inizio del loro
impiego. Alla data del 1° aprile 1950, prima della cessione dei
poteri all'Italia, gli organici della Somalia Police Force erano i seguenti:
gli ufficiali, tutti inglesi, 56; gli africani (etnia Wakamba) 385;
gli arabi 95; i somali 1.751. Solo una minima parte di questi
ultimi aveva già servito nelle Forze Armate italiane,
principalmente nei tre gradi di ispettore, che rappresentavano la
parte elitaria del Corpo, sia per la preparazione culturale che per
l'impegno politico.
Fu accuratamente studiata una regolamentazione etico-disciplinare
adatta alla mentalità dei somali, che però fosse strettamente nella
linea disciplinare tradizionale dell'Arma. Coniugare tradizioni e
culture di due sistemi sociali così diversi non poteva essere molto
facile e non lo fu: si doveva soprattutto evitare di cadere in una
prassi che poteva essere intesa come "colonialista", ottenendo
comunque un Corpo professionalmente inappuntabile. Nel frattempo fu
risolto il problema prioritario dei salari, che vennero
quadruplicati rispetto a quelli dell'amministrazione inglese: si
diede inizio a quella Polizia somala che durante le missioni
dell'Onu degli anni Novanta sarebbe stata riconosciuta a livello
internazionale come quella che, pur disciolta all'atto del
rovesciamento di Siad Barre, era l'unica in grado di rifondare in
Somalia una Forza di Polizia.
Per immettere nuove leve, addestrate fin dal loro primo impiego, si
riorganizzò la Scuola di Polizia di Mogadiscio con corsi per
ufficiali e sottufficiali, corsi integrativi per ispettori, corsi
di preparazione e di abilitazione dei sottufficiali, e corsi di
specializzazione dei quali si sentiva fortemente l'esigenza, sia
per i compiti di istituto sia per la nuova realtà economica della
Somalia, e cioè per automobilisti, motociclisti, meccanici,
radiotecnici, armieri-artificieri, infermieri. Nella primavera del
1952 fu varato anche il primo corso della Scuola Preparatoria per
l'Ammissione alle Scuole Militari Italiane (Spasmi), destinata ai
migliori elementi, che avrebbero poi seguito i corsi in Italia. Fra
questi ufficiali si distinse un ispettore somalo, Mohamed Abscir
Mussa, che il 23 dicembre 1958, con il decreto n. 63604
dell'Amministratore dell'Afis, sarebbe stato nominato Comandante
delle Forze di Polizia della Somalia, al momento della cessione dei
poteri dall'Arma alla Polizia somala.
Anche nel settore dell'equipaggiamento lo sforzo finanziario
sostenuto dall'Italia fu molto forte. Oltre ad adeguare i salari
degli agenti somali, per un migliore e più giusto tenore di vita,
si dovette provvedere a rifornire i magazzini, trovati vuoti, di
qualsiasi capo di vestiario o arma o oggetto di cui il Corpo avesse
bisogno per i compiti istituzionali e per l'addestramento. Erano in
particolare carenti i settori degli automezzi e dei
radiocollegamenti: trasporti e passaggio di ordini e informazioni
costituivano un punto nodale per espletare i compiti d'istituto,
tanto più su un territorio con grandi aree non abitate e con un
terreno difficile e impervio, privo di ferrovie e di strade
asfaltate o quantomeno camionabili, con piste praticabili solo due
stagioni l'anno. L'interno della Somalia vedeva ancora predoni e
razziatori. I clan non si risparmiavano in lotte tribali di lontana
tradizione che purtroppo, dopo un periodo di relativa calma,
avrebbero ripreso negli anni Novanta con esiti drammatici per
l'intero Corno d'Africa, oltre che per la popolazione civile.
Negli accordi sottoscritti con gli inglesi, era stato precisato che
i reparti militari britannici si sarebbero ritirati con tutto il
materiale e i veicoli in dotazione; solo gli automezzi della
Polizia sarebbero rimasti al Corpo, ma quel parco veicoli era molto
vetusto e quindi fu di quasi assoluta inutilità. La stessa
situazione si verificò per quanto riguardava le trasmissioni.
Progressivamente, con grande determinazione e professionalità, il
Gruppo Territoriale dei Carabinieri riuscì a dotarsi dei mezzi e
dei materiali necessari per adempiere ai propri compiti e
addestrare i somali con gli strumenti indispensabili.
Nel corso dei
primi anni di amministrazione venne organizzato anche un Nucleo
Mobile di Frontiera, un grande reparto di pronto intervento a
carattere militare, con sede a Belet Uen, articolato in tre
Sottonuclei e una Squadra, per il controllo dei posti di confine
con l'Etiopia; confine facilmente permeabile, attraverso il quale
venivano compiute molte incursioni con razzie di persone e di
bestiame, e con ripetute violenze ai danni delle popolazioni
civili. Quella situazione, lungi dall'essere totalmente bonificata,
migliorò tuttavia in modo sensibile.
Fu altresì allestito un Reparto celere di Polizia somala, con sede
a Mogadiscio, per rapidi interventi di ordine pubblico, che operò
conseguendo ottimi risultati. Fu organizzato un Centro tecnico di
Polizia Giudiziaria con Casellario giudiziario a Mogadiscio.
Completavano l'ordinamento un Comando di Gruppo, due Comandi di
Compagnia Territoriale, tre Comandi di Tenenza autonomi, un Comando
di Tenenza, un Comando di Sezione, un Reparto Comando, un Reparto
Comando Polizia somala, 35 Stazioni Territoriali delle quali 13 con
personale esclusivamente somalo, 33 Posti fissi. Presso i Comandi
Territoriali funzionavano Nuclei specializzati di Polizia
Giudiziaria e informativi, con larga prevalenza di personale
somalo. Su tutto il territorio furono installate 24 Stazioni radio,
la maggior parte delle quali organizzate nei Posti fissi di Polizia
lungo la frontiera.
Nel quadro generale della politica italiana in Somalia, fin
dall'inizio della presenza dell'Arma si dette il via al cosiddetto
processo di "somalizzazione" di tutte le attività militari, in
parallelo con quanto avveniva nel resto dell'amministrazione
civile. A mano a mano che si raggiungevano alcuni traguardi, i
militari dell'Arma venivano ritirati: a meno di un anno dallo
sbarco a Bender Cassim, il Battaglione e le due Compagnie
autoportate che erano stati alle dirette dipendenze del Comando del
Corpo di Sicurezza lasciavano la Somalia. Non bisogna però
dimenticare che i motivi di ordine finanziario che avevano
decurtato il numero iniziale dei Battaglioni italiani da sette a
cinque erano sempre fortemente incombenti e le riduzioni venivano
effettuate soprattutto sui capitoli di spesa militari, per
privilegiare, con pragmatismo, strutture necessarie alla
popolazione, quali ad esempio la costruzione di scuole, di
ospedali, dell'Università della Somalia.
Rimasero in missione solo i Carabinieri del Gruppo Territoriale,
che peraltro ebbero anch'essi notevoli riduzioni di numero: dalle
521 unità dell'inizio del servizio, gli effettivi scesero a 320,
ufficiali compresi, nella seconda metà del 1952. Nel 1953 la forza
organica dell'Arma in Somalia per il Corpo di Polizia fu
ulteriormente ridotta: 13 ufficiali, 81 sottufficiali, 90 militari
di truppa; in tutto 184 unità. Vi era poi il Presidio Italiano del
Corpo di Sicurezza, costituito da uno Squadrone blindo-corazzato di
carabinieri, con una forza organica di 23 ufficiali, 80
sottufficiali e 230 carabinieri. Questo Presidio sarebbe passato
alle dipendenze dell'Amministratore, quando, il 1° gennaio 1956, il
Corpo di Sicurezza e il Corpo di Polizia somala, considerata
l'opportunità di adeguare la struttura delle Forze Armate alle
nuove esigenze del territorio, si fusero in un unico organismo con
il nome di Forze di Polizia della Somalia. Queste consistevano in
un Comando, nell'organizzazione territoriale (Comand i Regionali e
Comandi Distrettuali di Polizia) e nell'organizzazione mobile (un
Comando di Gruppo mobile e Compagnie mobili), agli ordini del
tenente colonnello Umberto Ripa di Meana, in quel momento
Comandante del Corpo di Polizia. Le forze militari già facenti
parte del disciolto Corpo di Sicurezza venivano raggruppate, ad
eccezione dell'Aeronautica, in un organismo denominato Esercito
della Somalia. Anche l'Aeronautica e gli elementi della Marina
Militare comandati in Somalia passavano alle dirette dipendenze
dell'Amministratore. L'organico dell'Arma subì ulteriori
riduzioni.
Intanto era stata costituita una Compagnia di "carabinieri somali":
una soluzione brillante per un problema di non poco conto. La
maggior parte degli zaptiè dell'epoca coloniale non aveva voluto
prestare servizio con gli inglesi, e comunque pochi di coloro che
avevano chiesto di entrare nella Somalia Gendarmery erano stati
accettati nelle fila britanniche. Sarebbe stato difficile inserirli
nella struttura della vecchia Gendarmery, ora Corpo di Polizia
della Somalia, per un problema di gradi e mansioni da affidare. Gli
ex-zaptiè in buone condizioni fisiche e intellettuali furono
riuniti nella Compagnia di Carabinieri somali, posta alle dirette
dipendenze del Corpo di Sicurezza, che stava attuando anch'esso la
politica della "somalizzazione". A questa Compagnia vennero
assegnati i compiti di polizia militare di pertinenza dell'Arma,
sostituendo così i militari italiani che rientravano in patria. La
Compagnia dette buoni risultati nel servizio attivo e
nell'addestramento.
Enrico Anzilotti
ebbe la carica di Amministratore, e quindi anche di Comandante
delle Forze Armate in Somalia fino al 24 luglio 1958, quando fu
sostituito dall'ambasciatore Mario Di Stefano. Nei primi mesi del
1958 Anzilotti decise che la "somalizzazione" delle Forze Armate,
così come l'organizzazione civile, dovevano essere accelerate e
compiute; nei suoi intendimenti, inseriti e coordinati nel quadro
della politica estera italiana di quel periodo, nel mese di
dicembre del 1958 il Comando delle Forze di Polizia della Somalia
doveva essere definitivamente ceduto dal Comandante italiano al
maggiore somalo, che per l'occasione sarebbe stato promosso al
grado di colonnello, prescelto dal Consiglio dei Ministri del
Governo locale tra i pari grado più qualificati. Si trattava
indubbiamente di una decisione dettata dall'opportunità politica e
dalla situazione finanziaria, più che dall'effettivo raggiungimento
da parte somala della preparazione sufficiente per gestire l'intero
Corpo di Polizia.
Agli inizi del 1957, contro il parere dell'allora tenente
colonnello Alfredo Arnera, dal 16 maggio 1956 al 14 dicembre 1958
Comandante del Gruppo Territoriale e Comandante delle Forze di
Polizia somale - che era stato preceduto nel comando dai pari grado
Umberto Ripa di Meana e Raoul Brunero -, era stato completamente
"somalizzato" lo Squadrone blindo-corazzato; era stato ridotto
l'organico della Compagnia Comando Carabinieri ed era stato deciso
di cedere ad ufficiali somali il comando delle Compagnie mobili e
delle Stazioni, rimpatriando progressivamente i componenti le varie
sezioni: la Stazione di Balad fu il primo Comando ad essere
interamente "somalizzato"; Balad, come Belet Uen, dove dopo più di
quarant'anni sarebbero tornati i militari italiani in una difficile
missione di supporto della pace
Arnera percepiva il voluto acceleramento del processo di
sostituzione nei Comandi come una forzatura che non permetteva la
completa attuazione dei piani di addestramento predisposti. Egli
sosteneva, e molto probabilmente aveva ragione, la necessità che,
fino ad almeno due mesi dopo le elezioni per la formazione
dell'Assemblea Costituente, previste per l'agosto 1958, la
responsabilità dei Comandi fosse ancora integralmente italiana e
che lo Squadrone blindo-corazzato fosse ancora composto
esclusivamente da personale dell'Arma. Arrivato a ben comprendere
le situazioni locali, riteneva che, sebbene la Polizia somala
potesse dare un certo affidamento anche in delicate situazioni
dell'ordine pubblico, fosse tuttavia prematuro conferirle tutti i
Comandi, soprattutto in un periodo così delicato come quello
elettorale.
Il 26 dicembre 1958, Alfredo Arnera scriveva in una interessante
relazione finale al Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri,
allora generale di Corpo d'Armata Luigi Lombardi, sull'attività e
la situazione dell'Arma in Somalia, relativamente al comportamento
delle Forze di Polizia somale durante la consultazione elettorale
dell'agosto 1958:
«...infatti lo scrivente, pur essendo intimamente convinto che
la Polizia potesse dare pieno e sicuro affidamento (almeno
all'80-90%) anche in caso di gravi perturbamenti dell'ordine
pubblico, non poteva disconoscere che essa avrebbe potuto non
rispondere pienamente - o quanto meno svolgere azione sfuocata -
qualora, malauguratamente - come vari sintomi inducevano a non
poterlo escludere - si fosse determinata una frattura profonda e
definitiva fra i due principali gruppi ivi esistenti (Darot e
Hauia, divisi da una tradizionale e insanabile ostilità); e se, in
caso d'insorgenza, eventualmente anche su spinta proveniente
dall'esterno, di un movimento a sfondo xenofobo e di intolleranza
razziale religiosa, i cui fermenti si avvertono ormai in tutta
l'Africa orientale, essa fosse stata messa nell'alternativa di
obbedire ai dirigenti della sua stessa razza e
religione».
In un altro punto della sua relazione notava con amarezza:
«Ma ormai non vi è più nulla da fare poiché, come sopra detto,
tutta l'impalcatura di sicurezza, costituita dall'Arma, è stata
completamente smantellata per ragioni di
bilancio». |