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Premessa:
Nei quindici anni precedenti la prima guerra mondiale, l'Italia
aveva in atto un buon numero di missioni militari di cooperazione
per riorganizzare gendarmerie locali in molti punti del
Mediterraneo: Creta, Macedonia, Albania, Egeo. La politica estera
del Regio Governo, anche se aveva avuto alcuni rovesci in Africa
Orientale, tendeva ad affermarsi nel mare nostrum prevedendo una
serie di interventi che portassero ad uno status quo del quale non
ci si dovesse più preoccupare: l'Italia doveva avere la sua giusta
collocazione politica nel "concerto europeo". Non erano anni
facili: la costruzione dei nazionalismi, eredità ideale e
ideologica di un Ottocento romantico e patriota, comportava
conflitti localizzati sempre più ravvicinati e violenti.
I Balcani continuavano a costituire la «questione d'Oriente», spina
nel fianco di tutti gli imperi centrali e dell'Impero Ottomano.
Tensioni e ravvicinamenti continui, per una politica estera che
portasse all'Italia definitivamente l'aureola di grande potenza con
un serio impero coloniale, senza il quale non si poteva certamente
essere annoverati fra i grandi della Terra. È il periodo della
diplomazia a 360 gradi, dell'enorme mole di documenti che è fedele
testimone di un'intensa attività diplomatica, e di trattati e
accordi più o meno segreti.
Il 6 ottobre 1908, giorno in cui venne proclamata l'annessione
della Bosnia-Erzegovina all'Austria, il Regio Ministro degli Affari
Esteri Tommaso Tittoni, in un discorso a Carate Brianza, disse
realistiche e quindi profetiche parole:
«Non è da meravigliare se certi troppo sottili avvedimenti, con
i quali la diplomazia creò situazioni di diritto che sono mere
finzioni, ed alle quali contraddice uno stato di fatto da essa
contemporaneamente creato, non resistano a lungo all'azione del
tempo (...)».
Ma in quel periodo si tessevano molte trame per essere sicuri di
conseguire quel ruolo importante che si voleva raggiungere. Tutta
la politica estera tendeva ad avere mano libera sulla Tripolitania
e sulla Cirenaica; la seconda crisi marocchina dell'estate del 1912
sembrò mettere in pericolo gli equilibri mediterranei e la stessa
possibilità per l'Italia di passare alla conquista di quei
territori: ma la Libia fu nostra.
Tra un conflitto e un'occupazione, i militari italiani, in
particolare i carabinieri, stavano acquisendo una notevole
esperienza nella riorganizzazione di gendarmerie straniere, e pur
nel quadro di una efficienza militare, sapevano imporsi anche con
dei tratti di diplomazia e di savoir vivre, qualità che aiutavano
molto la stima e la considerazione straniera, visto che i loro
rapporti non erano solamente con le unità da istruire, ma anche con
le autorità locali, con le Corti e con gli esponenti di Governo,
nonché, e questi erano sempre i contatti più difficili, con
ufficiali di eserciti stranieri ai quali, in un modo o nell'altro,
sottraevano delle competenze.
L'Impero Ottomano era in dissoluzione; il Dodecaneso era stato
conquistato dalle Forze Armate italiane come pegno per futuri
accordi con Costantinopoli. In Grecia l'Italia fu chiamata per
riassestare la locale Gendarmeria. Fu una missione molto
complicata: si trattava di uno Stato totalmente sovrano, con un
parlamento, con bilanci annuali, non di uno Stato in collasso o
senza alcuna organizzazione di Polizia.
1912-1923 In
Grecia: assistenza a uno stato sovrano.
Alla fine del 1910, i rapporti italo-turchi erano molto tesi,
mentre quelli con la Grecia erano cordiali. Il 6 maggio del 1911 il
Ministero degli Affari Esteri del Regio Governo scriveva al
Ministero della Guerra segnalando che il Governo ellenico aveva in
animo di chiedere il concorso di ufficiali italiani per
riorganizzare la propria Gendarmeria. Infatti in quel tempo il
Governo di Atene aveva presentato un progetto al proprio
parlamento, concernente la riorganizzazione della Polizia locale,
dove si configurava la possibilità di chiamare degli ufficiali
stranieri per questo compito.
La Grecia aveva già in atto una collaborazione con la Francia per
il riordinamento dell'Esercito, e con la Gran Bretagna per la
Marina, ma per quanto riguardava la Polizia voleva chiedere
l'ausilio degli italiani: la fama di professionalità dei nostri
Carabinieri era ormai assai diffusa e consolidata. La loro presenza
a Creta per la riorganizzazione di quella Gendarmeria aveva
lasciato un ottimo ricordo nelle autorità greche e la
considerazione per l'opera compiuta in Macedonia dal generale
Emilio De Giorgis, con i suoi collaboratori ufficiali dei
Carabinieri, era molto alta. L'Ambasciatore italiano ad Atene,
marchese Carlotti, seguiva con particolare interesse la
concretizzazione formale della richiesta, che tardava a venire per
la consueta lentezza degli organi di governo.
 Nel dicembre del 1911 la
richiesta del Governo greco venne finalmente formalizzata: in
pari data furono quindi destinati a partire per quella
missione alcuni ufficiali che avevano risposto positivamente
all'interpellanza, e cioè il tenente colonnello Francesco
D'Afflitto, il maggiore Giuseppe Petella, il capitano
Arcangelo De Mandato (in congedo, dopo l'esperienza cretese),
che parlava il greco, e il capitano Arcangelo Lauro.
Il contratto d'ingaggio, formulato sulla falsariga di quello che
era stato fatto per gli ufficiali francesi, era firmato dal
Ministro della Guerra italiano, all'epoca il generale conte Paolo
Spingardi, e dall'Incaricato d'Affari di Grecia a Roma, e non dai
singoli ufficiali: era un accordo sancito e firmato bilateralmente
a livello governativo. Prevedeva che la Missione italiana,
dipendente direttamente dal Ministero dell'Interno greco, fosse
incaricata « d'organiser la Gendarmerie, d'en
ordonner les services tant spéciaux que de police, d'élaborer les
réglements du Corps et de prendre la direction de son
instruction» («di organizzare la Gendarmeria, di stabilirne
i servizi, sia speciali che di Polizia, di elaborare i regolamenti
del Corpo e di prendere la direzione del suo addestramento», ndr).
La Missione sarebbe stata composta da quattro ufficiali dei
Carabinieri Reali e avrebbe avuto la durata di due anni,
rinnovabili. Al tenente colonnello, Capo Missione, sarebbe stato
attribuito il comando della Gendarmeria greca, per il quale avrebbe
avuto a sua disposizione uno dei due capitani previsti
nell'organico. Gli altri due ufficiali sarebbero stati messi a capo
di differenti unità o di servizi di uffici amministrativi dello
stesso Corpo; essi, inoltre, avrebbero avuto l'incarico di
Ispettori.
Anche i rapporti fra gli ufficiali italiani e quelli greci erano
previsti dall'accordo: in particolare era specificato che gli
ufficiali locali della Gendarmeria avrebbero preso gli ordini da
quelli italiani, pur continuando ad amministrare la Polizia locale
secondo le leggi vigenti in Grecia. Gli ufficiali italiani
avrebbero vestito l'uniforme italiana: era stato, questo, un punto
più volte sottolineato dagli ufficiali interpellati per primi, e
posto come condizione. In missione, il grado dei militari sarebbe
stato, come d'abitudine, superiore a quello rivestito in Italia. Il
Capo Missione avrebbe avuto diritto a due cavalli e due attendenti;
gli altri ufficiali ad un cavallo e un attendente ciascuno. Nel
contratto erano indicate anche altre provvidenze (indennità di
viaggio, di missione, di malattia eccetera) a favore della Missione
italiana, peraltro leggermente inferiori a quelle delle Missioni
straniere, il che avrebbe in futuro reso a volte macchinose le
trattative per il rinnovo contrattuale.
Interessante anche - per il particolare periodo in cui questo
contratto veniva stipulato - l'ultimo articolo, il XVIII, nel quale
si prevedeva che, in caso di guerra tra il Regno greco e un'altra
potenza, i membri della Missione italiana non avrebbero preso parte
ad alcuna operazione militare, a meno di avere l'accordo formale
del Governo italiano; inoltre i due Governi sarebbero stati liberi
di rescindere il contratto, anche unilateralmente, con la
previsione delle indennità da corrispondere agli ufficiali che
rimpatriavano anzitempo: un mese di indennità di missione, oltre a
quella in godimento.
Non fu facile reclutare gli ufficiali da inviare in Grecia. Sebbene
nominato, il D'Afflitto non gradì in seguito la destinazione, così
come il maggiore Petella: in realtà ambedue non avevano avuto
concrete assicurazioni circa il loro proseguimento di carriera e
l'anzianità maturata al servizio del Governo greco, dopo essere
stati messi fuori ruolo. Al loro posto, il 30 gennaio 1912, furono
nominati il tenente colonnello Francesco dei marchesi D'Aulisio
Garigliota, ottimo ufficiale, anche se con un carattere un po'
puntiglioso, e il maggiore Gondisalvo Rodda. Non sarebbe stata una
missione semplice, anche se non lesinò soddisfazioni ai suoi
protagonisti.
La Missione italiana giunse in Grecia il 17 febbraio 1912 e fu
presentata ufficialmente alle autorità greche dall'Ambasciatore
d'Italia. Tanto il Presidente del Consiglio greco, Eleutherios
Venizelos, che il Ministro degli Interni si dimostrarono molto
compiaciuti e sicuri del successo della missione, anche se non si
nascondevano le molte difficoltà prevedibili per il suo
svolgimento, a causa della differenza delle leggi e dei sistemi che
regolavano la materia in Italia e in Grecia. Scriveva
l'Ambasciatore Carlotti in un rapporto al Ministero degli Affari
Esteri il 19 febbraio 1912, su questa presentazione:
«Con brevi parole di circostanza ho fatto rilevare la prova di
amicizia che il R. governo ha inteso di dare alla Grecia con
l'invio di quella importante Missione (...). Tanto il Presidente
del Consiglio quanto gli altri due Ministri manifestarono il vivo
compiacimento per la venuta dei nostri Ufficiali, celebrarono la
mondiale rinomanza della gendarmeria italiana».
All'epoca la Gendarmeria greca si componeva di un Comando Generale
e di 16 Direzioni di Polizia. L'organico del Comando Generale era
composto da un colonnello, Comandante Generale; cinque tenenti
colonnelli, Ispettori; un maggiore, Direttore dell'Ufficio; un
capitano, Segretario del Comandante Generale; tre ufficiali
subalterni, Addetti, e 18 sottufficiali e gendarmi, scrivani e
piantoni. A parte gli ufficiali e i sottufficiali, la forza
effettiva era di 3.416 gendarmi di 1a e 2a classe, per la truppa a
piedi, e di 218 unità, per quella a cavallo. Essa era formata in
gran parte da elementi volontari: i vuoti di organico per questa
categoria venivano colmati con un certo numero di reclute
provenienti dall'Esercito, che compivano nella Gendarmeria l'intera
ferma, anche se nel 1912 tale pratica venne dismessa, e per
rinforzare la truppa furono designati soldati professionisti di
Fanteria.
 La permanenza nei gradi era
molto lunga e mal compensata. In genere i militari non erano
addestrati ai compiti istituzionali del loro particolare
servizio; anche l'immagine, oltre alla disciplina, lasciava a
desiderare, perché molto spesso non vi era il senso del decoro
dell'uniforme. Questo non deve stupire: agli inizi del XX
secolo in pochi Stati si era formata la coscienza
dell'importanza per l'ordine interno di una gendarmeria
professionale, cioè di una polizia addestrata con gli stessi
criteri di un esercito, e pagata in modo adeguato.
L'istruzione generale e militare era assai lacunosa, le
caserme erano in cattive condizioni, insufficienti. La
Gendarmeria non disponeva di propri magazzini per la
confezione e la distribuzione di oggetti di corredo e per
l'armamento, e ricorreva a quelli dell'Esercito: soprattutto
non disponeva di apposite risorse finanziarie.
Gli ufficiali italiani si misero all'opera, istituendo subito un
Ufficio di Comando del Corpo, per il quale utilizzarono alcuni
ufficiali ellenici discretamente preparati, conoscitori della
lingua italiana. D'Aulisio, nella sua qualità di Capo Missione,
assunse il controllo e la direzione della parte disciplinare. Gli
ufficiali italiani procedettero in primo luogo alla traduzione in
greco dei vari regolamenti usati in Italia e delle varie leggi di
Polizia ellenica in italiano, nonché iniziarono la compilazione di
un certo numero di progetti per rendere il Corpo efficiente,
secondo le precise richieste del Governo di Atene.
Nell'agosto del 1912 la Missione italiana presentò al locale
Ministero degli Interni una bozza di Regolamento organico studiato
sulla base di quello vigente in Italia, ma adattato alle esigenze
della situazione ellenica. Fu anche presentato il progetto per la
costituzione di un Battaglione di Gendarmeria e di un Reparto di
gendarmi anziani da inviare in servizio per il regno in circostanze
speciali. Fu redatto un progetto per la ricostituzione della Scuola
Sottufficiali di Gendarmeria. Dopo poco tempo seguirono i progetti
per il Regolamento d'istruzione e servizio del Corpo, e un progetto
per le modifiche all'uniforme, all'armamento, all'equipaggiamento.
Si stava nel contempo studiando anche la revisione
dell'organico.
Si trattò dunque di un lavoro di studio e di preparazione che, se
accettato, si sarebbe tradotto in miglioramenti certi nel servizio,
ma anche in un aumento di spesa molto forte, di parecchi milioni di
dracme. Dipendeva dall'influenza personale del Capo Missione sulle
autorità greche la possibilità di procedere in modo operativo su
quanto proposto, perché era evidente che si andava incontro ad un
serio problema di bilancio e di aumenti dei contingenti,
considerato che in quel particolare periodo storico la Grecia aveva
già deficienze di organico nelle stesse fila dell'Esercito, a causa
della forte emigrazione dei giovani verso migliori situazioni
lavorative.
L'Addetto Militare ad Atene, colonnello Prospero Marro, nelle sue
relazioni, non nascondeva che il compito affidato ai Carabinieri
italiani si presentava molto difficile. Tanto lo era che
all'interno della stessa Missione non vi era uniformità di giudizi
sulle proposte da fare, anche se, a onor del vero, questa
discrepanza fra il Capo Missione D'Aulisio e i suoi collaboratori
non trapelò se non alla fine del secondo periodo di permanenza. In
realtà tra D'Aulisio e Rodda non vi era accordo sulle riforme da
proporre; e i due capitani, De Mandato e Lauro, non approvavano
incondizionatamente i metodi seguiti dal Capo Missione, che da
parte sua non sfruttava al massimo le competenze dei subordinati,
lasciandoli in mansioni puramente esecutive, senza consentire loro
di coadiuvarlo per la parte direttiva e propositiva.
A giudizio dello stesso Addetto Militare, il lavoro propositivo
svolto dai carabinieri era stato, forse, un po' lento, ma
necessario, coscienzioso e professionale. Scriveva infatti
Marro:
«La gloria del Sig. generale De Giorgis è gloria che insegna. Se
la missione lavorerà concorde, se tutte le energie individuali
degli ufficiali che la compongono saranno sfruttate abilmente, il
risultato (malgrado le grandi difficoltà da superare) non sarà
dubbio; la missione ha al suo credito una grande forza, la fiducia
che inspira».
Il Comando Generale prese buona nota della relazione dell'Addetto
Militare: si rendeva conto che il problema esisteva e aveva già
portato come conseguenza la lentezza con la quale il D'Aulisio
aveva proceduto nel lavoro. La decisione presa fu di non richiamare
alcun ufficiale, ma di pregare l'Addetto Militare di «portare sulla
cosa tutta la sua personale attenzione ed informare il Governo di
quanto potesse interessare l'opera dei prefati ufficiali».
Un momento molto delicato si presentò nel 1912, quando scoppiò il
conflitto greco-turco: D'Aulisio, correttamente, chiese istruzioni
sul comportamento da tenere nella fase bellica. Il Governo di Roma
non ebbe difficoltà ad aderire al desiderio manifestato dal
Ministro della Guerra ellenico che la missione rimanesse in Grecia
e vi continuasse l'esercizio delle sue ordinarie funzioni. Solo si
prospettò l'opportunità che gli ufficiali italiani in ispezione
provinciale non andassero in quelle regioni dove vi erano
operazioni militari. Per il resto le ottime relazioni fra l'Italia
e la Grecia avrebbero garantito una stretta consultazione ogni
volta che le circostanze lo avessero consigliato.
Nel 1913 moriva assassinato re Giorgio I e ai suoi funerali la
Polizia ellenica, con la Missione italiana, fornì un servizio
d'ordine inappuntabile. Così scriveva il 21 marzo 1913 il Ministro
dell'Interno greco al Comandante italiano della Gendarmeria, in
occasione del servizio prestato ai funerali:
«Nous considérons comme un dévoir, imposé par les faits même, à
nous empresser d'exprimer notre conténtement entier à tous Mrs les
Officiers du Commandement de la Gendarmerie et de la Direction de
la Police d'Attique et Béotie, ainsi qu'à toute la force de Police,
pour l'ordre exemplaire et admirable tenu hier, le 20 mars a.c.,
lors des funérailles de notre inoubliable Roi George I. Une louange
particulier est du à Mrs les Officiers de la Mission Italienne, qui
y ont mis tant d'efforts; tout particulierment au Chef de la
Mission et Commandant de la Gendarmerie, M. Francesco dei Marchesi
D'Aulisio Garigliota, qui, ayant exercé una surveillance personelle
sur les agents de police qui ont pris part au maintien de l'ordre
en a contribué principalement et d'une façon considerable. Le
Ministre Repoulis»
(Noi consideriamo come un dovere, imposto dagli stessi fatti, a
premurarci di esprimere la nostra soddisfazione totale a tutti i
Signori Ufficiali del Comando della Gendarmeria e della Direzione
dell'Attica e della Beozia, così come a tutta la forza di Polizia
per l'ordine esemplare e ammirevole tenuto ieri, 20 marzo del
corrente anno, in occasione dei funerali del nostro indimenticabile
re Giorgio I. Una lode particolare è dovuta ai Signori Ufficiali
della Missione italiana, che vi hanno profuso molti sforzi; in
particolare al Capo della Missione e Comandante della Gendarmeria,
signor Francesco dei Marchesi d'Aulisio Garigliota, che avendo
esercitato una sorveglianza personale sugli agenti di Polizia che
hanno preso parte al mantenimento dell'ordine vi ha contribuito
principalmente e in modo considerevole. Il Ministro
Repoulis).
Non vi era dubbio che gli ufficiali italiani fossero ben visti e
bene accetti. |