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Dopo il Trattato
di Santo Stefano fra lo Zar e il Sultano ottomano, firmato nel
marzo del 1878, le potenze europee si riunirono nello stesso anno a
Berlino per risolvere, nel loro intento «definitivamente», i
problemi riguardanti la questione d'Oriente. Gli accordi vennero
presi per regolare gli equilibri nei Balcani, e per alcuni anni non
sarebbero stati rimessi in discussione, anche se i Balcani
sarebbero rimasti la causa permanente delle difficoltà tra
l'Austria-Ungheria e la Russia.
L'attenzione dunque si rivolse ai territori extraeuropei. Nel
quadro generale di un imperialismo coloniale che caratterizzò la
politica estera degli Stati europei nell'ultimo ventennio del XIX
secolo, la questione del predominio nel Mediterraneo divenne molto
delicata. Gli inglesi avevano il problema di dominare lo Stretto di
Sicilia, il Canale di Suez e l'Egitto quali vie all'Impero delle
Indie, ma i loro interessi strategici si scontravano con quelli
della Francia e dell'Italia. Parigi si era insediata stabilmente in
Algeria e Tunisia, soppiantando l'Italia che pure era forte di un
popolazione immigrata di circa 10mila unità. Anche in Egitto la
numerosa comunità italiana del Cairo e soprattutto di Alessandria
non aveva comportato un'influenza politica del nostro Paese,
nonostante dal punto di vista economico e culturale tale comunità
fosse profondamente integrata nel tessuto sociale alessandrino e
cairota.
L'Italia, soprattutto per le delusioni ricevute in Tunisia e in
Egitto, dove non erano stati riconosciuti i suoi interessi
preminenti nel 1881-1882, rivolse dunque la sua attenzione verso il
Mar Rosso: sia per motivi di prestigio nazionale che per sviluppare
i commerci si ritenne necessario insediarsi in quelle lontane
terre, nelle quali non sembrava esserci il pericolo di urtare
interessi di altre grandi potenze europee. La Compagnia di
Navigazione Rubattino si era da tempo stabilita nel porto di Assab,
creando una piccola stazione commerciale e stipulando successivi
contratti di acquisizione territoriale con i sultani della zona
costiera. Il Sultano di Raheita accettò il protettorato italiano e
in questo modo la nostra sfera d'influenza si estese fino al
possedimento francese di Obok, nel golfo di Tagiura. Già nel 1880
il Ministro Benedetto Cairoli aveva insediato nel porto di Assab un
Commissario civile per conto del Regio Governo. Il 10 marzo 1882 la
Società Rubattino gli cedeva, per una forte somma, i propri
acquisti: la convenzione fu approvata dal parlamento e divenne
Legge Organica il 5 luglio dello stesso anno.
Il Regio Governo aveva ritenuto che fosse giunto il momento di
proclamare la sovranità italiana su quel porto e farne
un'importante base per il commercio del neonato Stato unitario, al
quale era necessario espandersi oltre il Mediterraneo allo scopo di
creare una propria zona di interessi in un territorio in cui altri
concorrenti non potessero avanzare pretese. Nel febbraio del 1885
una spedizione italiana occupava Massaua: era iniziata la conquista
coloniale nell'Africa Orientale.
 Per quanto riguardava Assab,
fu deciso solo in un secondo momento che sarebbe stato
necessario procedere dalla costa all'occupazione dell'interno,
per garantire la sicurezza del porto. Ai sensi di questa
legge, Assab e la zona limitrofa (di circa 630 kmq) erano
dichiarate Colonia italiana; l'ordinamento politico, modellato
su quello delle colonie inglesi, riservava al Regio Governo
ogni facoltà legislativa ed esecutiva. Il possedimento
dipendeva direttamente dal Ministro degli Affari Esteri. Nello
stesso anno in cui fu proclamata la sovranità italiana su quel
porto (1882), il 28 dicembre, il Ministero degli Affari Esteri
si rivolse al Ministero della Guerra chiedendo che fossero
designati i militari dell'Arma che, secondo un progetto di
legge, avrebbero dovuto essere inviati «in quella nostra
colonia», non appena il bilancio relativo al progetto fosse
stato approvato dal parlamento.
Infatti era stato deciso di costituire nel porto di Assab una
Stazione dei Carabinieri Reali per tutelare la sicurezza dei
connazionali trasferiti e colà operanti e l'ordine interno. Il
numero dei militari da inviarsi era previsto in 4 unità: un
sottufficiale e 3 carabinieri. Erano anche stati indicati dal
Ministero i criteri di scelta che avrebbero dovuto improntare la
selezione degli uomini che sarebbero stati proposti per
quell'impiego: innanzi tutto erano richiesti la volontarietà del
servizio e l'impegno a «scontare una ferma non minore di due anni».
I militari, poi, avrebbero dovuto essere scelti fra quelli montati,
giacché dovevano poter eseguire, appunto, perlustrazioni a cavallo.
Possibilmente, almeno uno di essi avrebbe dovuto essere ammogliato.
L'impianto della Stazione comportava degli oneri economici che
sarebbero stati assunti dal Ministero degli Affari Esteri, il quale
avrebbe preso a suo carico le spese di viaggio sia per l'andata che
per il ritorno, incluse quelle di trasporto per i quadrupedi e gli
effetti di servizio.
I carabinieri prescelti dovevano essere equipaggiati con un
armamento «il più leggero possibile». Avrebbero portato con sé la
grande uniforme, ma nessun altro oggetto di panno, mentre erano
previste almeno una mezza dozzina di uniformi di fatica di tela. Il
corredo comprendeva inoltre molte paia di scarpe. Anche in questo
caso, «all'occorrenza», il Ministero avrebbe provveduto alla spesa.
Contatti erano stati avviati poi con il Ministero della Regia
Marina affinché, se lo avessero voluto, i militari dell'Arma
potessero ottenere dalle Regie Navi che avrebbero stazionato in
Assab una razione viveri uguale a quella dei marinai e allo stesso
prezzo. Lo stipendio dei carabinieri avrebbe continuato ad essere a
carico del Ministero della Guerra, mentre quello che allora veniva
chiamato «soprassoldo», ovvero l'indennità di missione, sarebbe
stato corrisposto direttamente dal Ministero degli Affari Esteri:
tale indennità mensile era stata stabilita in lire dell'epoca 150
per il sottufficiale e in lire 100 per gli altri
uomini. |